Sardegna Magazine https://www.sardegnamagazine.net Il Quotidiano dell'Area Metropolitana di Cagliari Mon, 11 Jan 2021 09:54:14 +0000 it-IT hourly 1 Le Statue di Mont’e Prama https://www.sardegnamagazine.net/le-statue-di-monte-prama/ https://www.sardegnamagazine.net/le-statue-di-monte-prama/#respond Mon, 11 Jan 2021 09:45:50 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20895 Nuova interessante pubblicazione del Prof. Pierpaolo Secci che affronta lo studio della statuaria di Cabras in modo inedito, attraverso la storia dell'arte.

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Tra l’antico panorama storico artistico del Mediterraneo orientale e la scultura celtica del Guerriero nell’Ossidente europeo.

Nuova interessante pubblicazione del Prof. Pierpaolo Secci che affronta lo studio della statuaria di Cabras in modo inedito, attraverso la storia dell’arte.

Le statue di Mont’e Prama da anni sono al centro di studi e riflessioni che spesso hanno dato origine a accese discussioni che, talvolta, poco avevano a che fare con il tema stesso del dibattito. In questo scenario da qualche mese è apparsa una nuova ricerca curata dal Prof. Pierpalo Secci che a differenza di altri autori ha cercato di non partire da similitudini o particolari della statuaria ma dalla analisi dei contenuti pià significativi per evidenziare il possibile processo progettuale e creativo che ha caratterizzato gli scultori di queste statue. In questa ricerca non ha trascurato la influenza che la Civiltà egizia ha esercitato sugli autori che hanno realizzato queste opere. L’autore ha infatti individuato delle significative similitudini di realizzazione con i canoni antichi dell’arte Egizia come ad esempio il rispetto di un ordito quadrettato con modulo a 18 quadretti ciascuno della misura di un pugno, desunto dal Cubito corto.

L’autore rileva anche che la statuaria di Mont’è Prama costituisce il più antico modello di riferimento scultoreo delle linea di produzione del così detto “Guerriero Europeo” che si collega alle espressioni Culturali Celtiche dell’Europa Ocidentale preistorica.

Nella seconda parte del libro l’autore si sofferma all’opera d’arte scultorea delle statue, soffermandosi sull’approfondimento artistico e secutivo e sugli aspetti relativi il linguaggio figurativo. In questa fase ha analizzato l’articolazione statuaria del repertorio presente nei suoi principlai soggetti, ovvero il Guerriero, l’Arciere, il Pugilatore e il Portatore di Scudo.

La pubblicazione, edita da A.D.2020 nel mese di agosto del 2020, consta di 200 pagine e presenta un ampia rassegna di fotografie, disegni e schemi realizzati dall’autore.

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La Sardegna dei misteri: Chiesa di San Pietro a Quartucciu https://www.sardegnamagazine.net/la-sardegna-dei-misteri-chiesa-di-san-pietro-a-quartucciu/ https://www.sardegnamagazine.net/la-sardegna-dei-misteri-chiesa-di-san-pietro-a-quartucciu/#respond Mon, 11 Jan 2021 08:12:52 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20884 Non passa giorno che scoperte, studi e ricerche mettano in evidenza siti e testimonianze del passato della Sardegna. Grazie alla maggiore sensibilità acquisita dalla popolazione spesso vengono fatte delle piccole e grandi scoperte che ci aiutano per ricostruire la storia della nostra terra.

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Non passa giorno che scoperte, studi e ricerche mettano in evidenza siti e testimonianze del passato della Sardegna. Grazie alla maggiore sensibilità acquisita dalla popolazione spesso vengono fatte delle piccole e grandi scoperte che ci aiutano per ricostruire la storia della nostra terra. Oggi vi proponiamo una ricerca condotta dalla Dottoressa Giulia Cherchi che ha eseguito uno “STUDIO DI UN RUDERE NELLA SARDEGNA SUD-ORIENTALE” La chiesa di San Pietro nel territorio di Quartucciu. Le considerazioni che seguono sono tratte dalla tesi di Laurea della Dottoressa Cherchi discussa presso la Facoltà di Ingegneria e Architettura Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura A.A. 2018/2019 dell’Università degli Studi di Cagliari.

Prima di affrontare lo studio del sito l’autrice rileva che ”nella storiografia riguardante l’architettura sarda si trova una grande lacuna: “dalle epoche caratterizzate dall’influenza bizantina (VI-VII secolo), infatti, si passa immediatamente alla fase Tardo Giudicale (XII-XIV secolo). Tra questi due periodi intercorrono numerosi secoli, prevalentemente ignorati dalla letteratura e quasi privi di casi di studio analizzati. La poca attenzione verso questa età storica non è giustificata dalla penuria di architetture, infatti sono numerosissimi i casi di chiese abbandonate sul territorio sardo, in contesti boschivi o rurali, spesso in condizioni di grave decadenza. Questo non accade nel resto del meridione italiano, in cui le strutture medievali sono generalmente ancora integre e di dimensioni maggiori, suscitando interesse e studi da parte degli storici. Inoltre, sia dalla parte degli studi sardi che delle altre regioni, manca la volontà di ricondurre l’analisi ad un contesto internazionale che possa riunire e confrontare i dati locali, sempre considerati a sè stanti. Da queste considerazioni nasce l’esigenza di analizzare i ruderi della chiesa di San Pietro, uno dei tanti casi di rudere abbandonato. Il metodo usato durante i sopralluoghi e il rilievo è stato assolutamente poco invasivo, ponendo cura e attenzione nel non danneggiare le strutture superstiti e non rimuovere o spostare nessuna parte dal suo sito”.

Il sito di San Pietro fa parte delle tante architetture religiose abbandonate nelle campagne e nei boschi sardi. Molto spesso si tratta di edifici antichi che, esposti ai fenomeni metereologici e al passaggio del tempo, sono in condizioni di decadenza grave. Queste chiese vengono spesso erroneamente considerate “campestri”, cioè appositamente erette per far parte di itinerari di pellegrinaggio al di fuori dall’abitato. Al contrario, dopo una più approfondita ricerca, si scoprono parte di un più ampio contesto urbano, di cui erano il riferimento di preghiera per la comunità. Talvolta, infatti, la zona in cui si trovano ospita anche altre testimonianze della frequentazione e dell’insediamento umano nel territorio. Prima ancora di parlare della difficoltà di analisi e datazione di questi edifici, si parla della difficoltà, o a volte dell’impossibilità, di raggiungerli, essendo essi generalmente situati in zone impervie, dominate da un’orografia ostile o da una fitta vegetazione. Tanti di questi casi, così dislocati e dimenticati, sono andati ormai perduti, di altri, invece, si rinvengono poche tracce superstiti. Collocare questi episodi architettonici in un’epoca precisa è, il più delle volte, un’operazione ardua: nel tempo le strutture originali possono essere state modificate o restaurate secondo le esigenze della popolazione, per assicurare l’intattezza del luogo di culto. Inoltre, le informazioni reperibili su queste chiese sono molto esigue e sparse, essendo generalmente ignorate dalla letteratura. In questo saggio verranno raccolte le poche notizie riguardanti il rudere del San Pietro, verranno avanzate nuove considerazioni e ipotesi, che potranno essere smentite o confermate solo grazie ad un’adeguata campagna di scavi archeologici, ancora incompiuta. Avendo, quindi, pochi punti di confronto e pochi dati certi, la ricerca verterà su due aspetti: il primo, l’analisi delle strutture visibili e della loro struttura; il secondo, la ricerca di un contesto di appartenenza culturale, attraverso il confronto con architetture che abbiano forme e caratteri analoghi, e storico, grazie allo studio della geografia e dell’insediamento umano antico nella zona.

I ruderi della chiesa di S. Pietro si trovano nella località di San Pietro Paradiso, nel territorio del Comune di Quartucciu (Ca), e sono raggiungibili attraverso una diramazione della S.S. 125. La presenza della struttura è deducibile dalla Carta Tecnica Regionale della Sardegna, tavoletta 558090 (Villaggio delle Mimose), in cui si individua una zona denominata San Pietro. La localizzazione precisa georeferenziata è 39°15’12.0’’N 9°22’24.0’’E.


(Fig. 8)  Rilievo fotografico, muratura ad Ovest, prospetto esterno

Dall’analisi delle ortofoto dal 1968 al 2013 si può notare come l’area sia stata oggetto di intense modificazioni negli ultimi anni; è stata infatti trasformata la morfologia, con la formazione di terrazzamenti, e la vegetazione, con un’operazione di rimboschimento. L’utilizzo di attrezzi meccanici per il riporto della terra e l’impianto della nuova colonia di eucalipti può aver contribuito alla scomparsa di alcune strutture appartenenti alla chiesa o adiacenti ad essa, precludendo forse definitivamente la possibilità di studiare la conformazione originale del territorio e compromettendo lo svolgimento di future campagne di scavo, che avrebbero potuto portare alla luce le porzioni oggi nascoste della chiesa e l’eventuale antico villaggio di appartenenza. Infatti, nelle vicinanze della chiesa di San Pietro, sono state rinvenute sporadiche emergenze architettoniche; l’unica tuttora visibile è la fonte Mitza dei frati, realizzata perlopiù in laterizio e calcare, con pianta rettangolare e copertura mista a botte e a catino. In tutta la zona circostante si trovano conci più o meno squadrati e levigati, talvolta sparsi, talvolta in gruppi o allineamenti, probabile residuo di strutture appartenenti alla chiesa stessa o a edifici adiacenti.

Le strutture visibili si dividono in murature in elevato e tracce di fondazioni. Le pareti rappresentano oggi una porzione ridotta dell’antico perimetro della chiesa: un muro a Nord lungo 6 metri e alto 2,15 metri; uno ad Ovest di 1,3 metri e alto 2 metri; uno ad Est di 3 metri e alto 2,20 metri. Gli spessori dei paramenti sono di 60 cm2. Alcune osservazioni sulla conformazione dei ruderi e alcuni particolari notati durante il sopralluogo consentono di dedurre l’originale conformazione dell’edificio. La muratura ad Ovest (fig.8, fig.10) presenta, nella superficie esterna, un incavo semisferico per il probabile alloggiamento di un bacile e una sequenza verticale di blocchi calcarei squadrati, differenti dal pietrame costitutivo delle murature, in cui si inserisce un foro di 9 cm di diametro, probabile alloggiamento di un cardine. Questo suggerisce la presenza di un ingresso e quindi la collocazione della facciata principale ad Ovest. L’ipotesi può essere confermata da due ulteriori dati: la prassi, riguardante l’orientazione astronomica delle chiese cristiane, di porre l’abside ad oriente e l’ingresso ad occidente, secondo la regola di rivolgersi verso Est per l’atto della preghiera, in simbolo di salvezza e rinascita; il rinvenimento di una soglia in pietra proprio dove il muro si interrompe3. La muratura Nord (fig.11) è quella che, nella conformazione attuale dei ruderi, fornisce maggiori informazioni sulle dimensioni e proporzioni originali della chiesa. La superficie è segnata orizzontalmente da 4 fori paralleli al piano di calpestio, regolari e di forma quadrata, distribuiti omogeneamente rispetto alla lunghezza del muro. Essi individuano un piano orizzontale, a circa 80 cm dal pavimento (se si considera la soglia trovata come quota zero) e a circa 1,15 m dalla quota di gronda attuale. I fori sono molto rifiniti; tutti presentano un concio come “architrave” e la loro profondità è tale da renderli impercettibili dall’esterno. È molto difficile definire la funzione di queste piccole aperture, ma si può intuire un impiego come incastro, a causa delle ridotte dimensioni. Inoltre, il fatto che la quota di gronda attuale sia parallela al piano individuato dai fori e che essa sia omogenea per tutta la lunghezza della parete Nord, fa pensare che essa corrisponda alla quota di gronda originale, su cui poggiava la copertura della chiesa. La parete di fondo, ad Est, (fig.12) ospita il catino absidale che ha subito un crollo: la sua presenza è testimoniata dai resti della fondazione (fig.13). Esso ha il diametro di circa 2,2 m e la profondità di soli 75 cm, per cui la sua forma non è un semicerchio completo. Osservando con attenzione il paramento Est si può notare un’intera zona, situata circa al centro della muratura, formata da conci posti irregolarmente rispetto alla restante superficie. Si può pensare, quindi, che in quel punto fosse ubicata un’apertura, poi riempita con bozze e malta per richiuderla.


 (Fig. 10) Rilievo fotografico, muratura ad Ovest, prospetto interno. Si può notare la presenza della soglia.

(Fig. 11) Rilievo fotografico, muratura a Nord, prospetto interno

(Fig.12) Rilievo fotografico, muratura ad Est, prospetto interno

(Fig. 13) Rilievo fotografico, abside.

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No al Nucleare https://www.sardegnamagazine.net/no-al-nucleare/ https://www.sardegnamagazine.net/no-al-nucleare/#respond Sun, 10 Jan 2021 14:08:57 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20880 Un grave pericolo incombe sulla Sardegna. La realizzazione dei depositi di scorie nucleari potrebbe ssere realizzata in Sardegna. Per questo tutta la popolazione si deve mobilitare per far sentire la propia voce senza alcun distinguo.

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di Roberta Manca

Le recenti polemiche sollevate dalla individuazione di siti nei quali realizzare i depositi per lo smaltimento di scorie nucleari, alcuni dei quali in Sardegna, ha destato viva preoccupazione e sgomento nella popolazione dell’isola.

Infatti non si comprende come lo Stato possa continuare a proporre siti di smaltimento nucleare in Sardegna quando la quasi totalità dei sardi ha più volte manifestato in ogni modo la sua contrarietà a questa ipotesi. A tale proposito si deve ricordare che già nel 2011 si tenne un referendum popolare consultivo a tale riguardo e oltre il 97% dei sardi disse a chiare lettere NO AL NUCLEARE.

Come se non bastassero i kilometri quadrati di servitù militare presenti in Sardegna che danno alla nostra isola il triste primato di regione con la più elevata percentuale di territorio occupato da queste servitù in campo nazionale. Infatti sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare…ma non solo perché il 60% delle servitù militari italiane sono proprio in Sardegna.

Tralasciando il non marginale problema che questo fatto ha comportato e comporta per la Sardegna e, soprattutto, per via della devastazione di suoli e ambienti con le esercitazioni militari nelle quali, è bene ricordarlo, sono state utilizzate delle munizioni arricchite con uranio impoverito. A parte il bisticcio verbale resta il dramma di una isola che non riesce a far sentire la propria voce, il proprio volere.

Eppure lo stesso Presidente della Repubblica Francesco Cossiga non ha usato mezzi termini quando circa 10 anni fa il giornalista Antonello Lai gli chiese di pronunciarsi in merito alla ipotesi che la Sardegna potesse ospitare delle scorie nucleari. Egli disse che in questo caso sarebbe stato giusto scendere in piazza con la lepa in mano e lui sarebbe disposto a farlo come ex Presidente della Repubblica e, sul possibile uso delle bombe, ha affermato che solo la violenza può sconfiggere l’ingiustizia …

Un messaggio molto forte che non tutti hanno compreso bene.

Forse è giunto il momento di farlo?

Per ora credo ci siano ancora degli ampi margini per evitare questo problema ma, i dubbi restano e bisogna tenere massima l’attenzione di tutti.

Infatti sono certa che fra poco si metteranno in atto delle strategie di comunicazione finalizzate a determinare consenso su questa deprecabile ipotesi. Il palinsenso è sempre lo stesso ovvero affermare che i territori interessati da questi insedimaneti riceveranno tanti benefici economici, sgravi e agevolazioni fiscali, bonus e prebende…

Insomma…si cercherà di comprare il consenso come è avvenuto a Sarroch, Portoscuso, Domusnovas,e altri paesi con posti di lavoro ma non solo.

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Allarme in Sardegna…ma non solo https://www.sardegnamagazine.net/allarme-in-sardegna/ https://www.sardegnamagazine.net/allarme-in-sardegna/#respond Wed, 06 Jan 2021 10:31:20 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20855 Le vicende legate alla individuazione dei siti in cui dovranno essere posizionate le scorie nucleari in Italia sono ritornate all’attenzione della opinione pubblica. La Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha pubblicato sul sito suo sito una esauriente documentazione, dove è stato presentato il progetto e la carta nazionale delle aree più idonee su 67 selezionate. Le zone individuate sono le seguenti: PIEMONTE – 8 zone tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo) TOSCANA-LAZIO – 24 zone tra le province di Siena, Grosseto e Viterbo (Comuni di Pienza, Campagnatico, Ischia e Montalto di

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Le vicende legate alla individuazione dei siti in cui dovranno essere posizionate le scorie nucleari in Italia sono ritornate all’attenzione della opinione pubblica. La Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha pubblicato sul sito suo sito una esauriente documentazione, dove è stato presentato il progetto e la carta nazionale delle aree più idonee su 67 selezionate. Le zone individuate sono le seguenti:
PIEMONTE – 8 zone tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo)

TOSCANA-LAZIO – 24 zone tra le province di Siena, Grosseto e Viterbo (Comuni di Pienza, Campagnatico, Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello, Gallese, Corchiano)

BASILICATA-PUGLIA – 17 zone tra le province di Potenza, Matera, Bari, Taranto (comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso)

SICILIA – 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana, Petralia, Butera).

Sardegna dove vi sono 14 siti riferiti a 20 Comuni della Sardegna di cui sei nell’Oristanese e sedici nel Sud Sardegna. Ecco i singoli comuni: Provincia Oristano: Siapiccia, Albagiara, Assolo; Usellus,  Mogorella,  Villa Sant’Antonio; Sud Sardegna:  Nuragus,  Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Tuili, Pauli Arbarei, Ortacesus,  Ussaramanna, Las Plassas, Mandas, Guasila, Siurgus Donigala, Segariu, Villamar, Gergei;

Foto di Mario Rosas tratta da La Nuova Sardegna

Le decisioni del Governo si attendono a breve ma è bene ricordare che il popolo sardo in più occasioni ha manifestato la propria contrarietà a questa ipotesi. Basti solo citare il referendum che si svolse in Sardegna nel 2011 quando oltre il 97% dei sardi si espresse in tal modo. Un messaggio forte e chiaro rivolto al governo di allora che si poteva sintetizzare in questo modo: La Sardegna di nucleare non ne vuole proprio sapere.

Il voto sul referendum contro le centrali e le scorie nucleari è stato il frutto del lavoro iniziato alcuni anni prima dal comitato ‘Si.nonucle‘, nel quale entrarono diverse componenti del mondo politico, culturale, terzo settore e economico della Sardegna, che ha raccolto le firme per dare avvio alla consultazione.

Il Presidente Christian Solinas ha rilasciato subito una dichiarazione nella quale afferma: “Indicare 14 siti in Sardegna rappresenta l’ennesimo atto di arroganza e prevaricazione di uno Stato e di un Governo che non hanno alcun rispetto per l’Isola e per la volontà chiaramente espressa dal popolo sardo, in maniera definitiva ed irrevocabile, con un Referendum e una legge regionale”. A questo proposito ricordo quanto disse il nostro Presidente della Repubblica Antonio Cossiga che, intervistato dal giornalista Antonello Lai, in merito alla ipotesi che in Sardegna potessero depositarsi scorie nucleari usò delle parole molto forti e per argomentare la propria contrarietà a tale ipotesi invitò i sardi a scendere in piazza, arrivando a dire che, in certi casi “Solo la violenza può sconfiggere l’ingiustizia”.

Un messaggio chiaro che non necessita di alcun commento se non l’auspicio che non si debba mai giungere a questo punto. Attendiamo dunque le decisioni del Governo.

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Una bella proposta: Resilienze culturali https://www.sardegnamagazine.net/una-bella-proposta-per-la-sardegna-resilienze-culturali/ https://www.sardegnamagazine.net/una-bella-proposta-per-la-sardegna-resilienze-culturali/#respond Tue, 05 Jan 2021 17:43:53 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20841 Un interessante e inedito viaggo all'interno della sardità che non si è persa, Itinerario di luoghi e personaggi della Sardegna

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“Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

GRAZIA DELEDDA

Questo bellissimo componimento di Grazia Deledda, unico premio Nobel italiano per la letteratura a aver ottenuto questo importante riconoscimento nel 1926, ha ispirato e accompagnato questo progetto lungo tutto il suo svolgimento.

Resilienze culturali è il nome di un progetto realizzato dalla Associazione Amici di Sardegna che da oltre 30 anni opera nell’ambito culturale e ambientale della conoscenza e promozione della Sardegna. Il progetto finanziato dalla Fondazione di Sardegna ha permesso di realizzare una serie di eventi in varie località della regione allo scopo di far conoscere alcuni protagonisti di resilienza culturale e che hanno fatto della propria sardità una ragione di vita, una professione a dimostrazione di come l’attaccamento alla propria terra, alla storia e alle tradizioni possano consentire di trovare occupazione e favorire la conoscenza di belle esperienze e la valorizzazione di luoghi e tradizioni. In altre parole hanno dimostrato con i fatti che “La cultura paga sempre”.

Il progetto è stato rimodulato in corso d’opera per via delle limitazioni apportate dai numerosi DPCM che ci sono avuti in Italia a causa della Pandemia COVID 19. Cosi’ l’originaria formulazione del progetto ha dovuto subire delle modifiche in modo particolare per evitare gli assembramenti e occasioni di contagio.

Per questo si sono adottati una serie di accorgimenti volti a realizzare comunque il progetto. Fra gli strumenti scelti vi sono state una serie di interviste e testimonianze raccolte in alcuni luoghi della Sardegna molto suggestivi. Le principali aree toccate dal progetto sono state, il Campidano di Cagliari, la Trexenta, il Sarrabus, la Barbagia, il Sulcis-Iglesiente. Molti di questi interventi sono stati realizzati facendo unso di social network come Facebook, attravero delle dirette che hanno visto la partecipazione di un buon pubblico che ha voluto seguire e interagire nel corso degli eventi.

Con questa formula ci è riusciti a far viaggiare tante persone senza farle uscire di casa…e realizzare una buona parte delle attività programmate.

Fra le altre attività del progetto vi erano anche quello rivolte a motivare e favorire la partecipazione e il coinvolgimento del pubblico

Fra i tanti messaggi che sono stati veicolati nel corso delle attività segnaliamo uno fra quelli più significati che meglio di altri chiariscono le finalità del progetto:

“Pensa come sarebbe bella la Sardegna se le sue risorse e i suoi tanti siti ambientali e storico archeologici, non inseriti nei circuiti turistici e culturali, fossero davvero conosciuti, pienamente fruibili e valorizzati da tutti i cittadini. Insieme possiamo farlo, basta solo volerlo e porre in essere dei piccoli e semplici comportamenti coerenti come quello di “fare ognuno la propria parte” anche solo aiutando coloro che vogliono farlo. I cittadini devono essere i protagonisti del cambiamento che tutti noi vogliamo. Collabora anche tu con questo progetto. Manifesta la tua disponibilità, partecipando alle nostre iniziative di sensibilizzazione e/o segnalandoci situazioni di emergenza e di degrado. Il principio costituzionale della sussidiarietà è anche questo. Basta volerlo vivere quotidianamente senza delegare altri per questo. Fallo anche tu.”

Nel corso delle visite sono state presentate delle persone che a vario titolo possono ben rappresentare degli esempi di resilienza culturale e fra questi:

Gianfranco Crissantu e Roberto Meloni di Orgosolo, Efisio Arba a Goni, Simone Cirina a Senorbi, Andrea Loddo a Lanusei, Milena Minio a Iglesias, Tiziana Cau della Cooperativa Start Uno a Fluminimaggiore, Alessio Piras a Nebida, Pierpaolo Secci e Tarcisio Agus Presidente del Geo parco della Sardegna a Cagliari. Persone molto diverse fra loro ma legate da un filo comune: l’amore per la propria terra e il costante desiderio di promuovere la migliore conoscenza e valorizzazione dei rispettivi territori.

Persone che, per quanto fatto e per quanto fanno sono un esempio di solido legame con la propria cultura e ambiente e che hanno fatto della loro passione un percorso di vita e di lavoro.

Fra i tanti messaggi che sono stati veicolati nel corso delle attività segnaliamo uno fra quelli più significati che meglio di altri chiariscono le finalità del progetto:

“Pensa come sarebbe bella la Sardegna se le sue risorse e i suoi tanti siti ambientali e storico archeologici, non inseriti nei circuiti turistici e culturali, fossero davvero conosciuti, pienamente fruibili e valorizzati da tutti i cittadini. Insieme possiamo farlo, basta solo volerlo e porre in essere dei piccoli e semplici comportamenti coerenti come quello di “fare ognuno la propria parte” anche solo aiutando coloro che vogliono farlo. I cittadini devono essere i protagonisti del cambiamento che tutti noi vogliamo. Collabora anche tu con questo progetto. Manifesta la tua disponibilità, partecipando alle nostre iniziative di sensibilizzazione e/o segnalandoci situazioni di emergenza e di degrado. Il principio costituzionale della sussidiarietà è anche questo. Basta volerlo vivere quotidianamente senza delegare altri per questo. Fallo anche tu.”.

Con questo messaggio di speranza ci auguriamo che la Fondazione di Sardegna apprezzi il lavoro svolto da Amici di Sardegna e nel nuovo anno possa permettere la realizzazione di una ulteriore fase di questo interessante e avvincente progetto.

https://www.amicidisardegna.it/resilienze-culturali/

https://www.facebook.com/106864004436974/videos/2682502088629775

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Assemblea della Pro loco di Cagliari https://www.sardegnamagazine.net/assemblea-della-pro-loco-di-cagliari/ https://www.sardegnamagazine.net/assemblea-della-pro-loco-di-cagliari/#respond Sun, 27 Dec 2020 18:11:28 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20805 Le vicissitudini della Pro Loco di Cagliari

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Sabato 19 dicembre si è tenuta l’Assemblea dei soci della Pro Loco di Cagliari nel corso della quale si sono trattati alcuni aspetti tecnici riferiti alla iscrizione nel Registro regionale delle Pro Loco tenuto dalla RAS Assessorato al Turismo, ai rapporti con l’UNPLI (Unione Nazionale delle Pro Loco) della Sardegna. Nel corso dell’incontro si è parlato anche della recente costituzione di un’ altra Pro loco cittadina che nei giorni scorsi è venuta all’attenzione della cronaca per via di discutibili operazioni e richieste di finanziamento inoltrate alla Regione e alla Unione europea e dopo solo circa un anno dalla costituzione e di cui si è occupata anche la stampa nazionale.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/18/sardegna-il-consigliere-di-centrodestra-vuole-dare-650mila-euro-allassociazione-composta-da-amici-ed-ex-parenti-no-della-commissione/6040633/

Per quanto accaduto il C.d.A. della Pro Loco di Cagliari ha dato mandato al Presidente Prof. Roberto Copparoni di salvaguardare la Pro Loco di Cagliari e di tutelarne la sua immagine, nonostante sia in scadenza di mandato.

L’appuntamento è stato fissato per il 23 gennaio per il rinnovo delle cariche associative e per l’avvio di un positivo dialogo con il Comune di Cagliari e l’Assessorato regionale del Turismo al fine di far dichiarare la illegittimità di un fantomatico sodalizio, una scatola vuota, da riempire forse con contributi e finanziamenti senza possedere alcun esperienza o iniziativa, perpetrando un sopruso che prima di essere giuridico è etico, visto la Pro Loco di Cagliari, quella vera, è stata costituita con atto pubblico il 18 ottobre 2012 e di cui “loro” ben sapevano della esistenza, tanto è vero che hanno deciso di darsi un altro nome, per nulla originale, ovvero “Pro Loco Città di Cagliari”.

Nelle foto alcuni momenti dell’Assemblea

https://www.cagliaripad.it/513785/pro-loco-cagliari-copparoni-la-nostra-associazione-nata-nel-2012/?fbclid=IwAR2VuZa9r46CiTXSbIbq7pCgDP4yg6vCFbHxSzvmbw4omBfLpJXkrU4xIP4

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Accadde a Cagliari: gli Arabi https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-gli-arabi/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-gli-arabi/#respond Sun, 27 Dec 2020 11:00:28 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20763 di Massimo Dotta Il rapporto tra gli Arabi, la Sardegna e Cagliari è un tema controverso e in buona parte ignorato da numerosi studiosi. Viene considerato come un periodo che non ha avuto conseguenze durature, semplici episodi di incursioni sulle coste, pirateria e rapimenti, accaduti attorno all’anno mille. La storiografia tradizionale, anche per motivi d’orgoglio nazionalistico, racconta di una Sardegna “baluardo contro gli arabi”, anche se oggettivamente la nostra isola era posizionata al centro di un’area controllata dagli arabi per secoli, e a soli 184 chilometri dalla Tunisia, che dal 698 è stata la base centrale della flotta araba. Ma

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di Massimo Dotta

Il rapporto tra gli Arabi, la Sardegna e Cagliari è un tema controverso e in buona parte ignorato da numerosi studiosi. Viene considerato come un periodo che non ha avuto conseguenze durature, semplici episodi di incursioni sulle coste, pirateria e rapimenti, accaduti attorno all’anno mille.

La storiografia tradizionale, anche per motivi d’orgoglio nazionalistico, racconta di una Sardegna “baluardo contro gli arabi”, anche se oggettivamente la nostra isola era posizionata al centro di un’area controllata dagli arabi per secoli, e a soli 184 chilometri dalla Tunisia, che dal 698 è stata la base centrale della flotta araba.

Ma le ricerche più attuali, che studiano anche le fonti arabe, stanno riportando alla luce tutta una serie di rapporti più profondi e di lunga durata tra arabi e sardi, che ebbero probabilmente inizio nel VIII secolo. Questo periodo ha sicuramente delle cose interessanti da raccontare.

L’espansione degli arabi tocca l’Italia nel 652, quando per la prima volta vengono saccheggiate le coste siciliane. Con la conquista del Nordafrica, alla fine del VII secolo, gli arabi si trovano ad essere vicinissimi a tutte le coste italiane, avendo la possibilità di lanciare incursioni ovunque desiderassero. Nell’VIII secolo il Tirreno è praticamente un mare arabo, dove le navi italiane vengono intercettate e gli insediamenti costieri sono regolarmente attaccati.

Rossana Martorelli docente dell’Università di Cagliari, riporta che Cagliari era in quel periodo, un porto fiorente con reperti ritorvati che documentano una fitta rete di relazioni commerciali con l’Africa, la Penisola Iberica e l’Oriente. Per questo si pensa che sia stata una dei principali obbiettivi delle incursioni islamiche subito dopo la distruzione di Cartagine del 697-698, e troviamo la registrazione di un atto di sudditanza nelle fonti arabe, firmato subito dopo l’attacco arabo dell’anno 135 dell’Egira (752-3 d.C.) contro le due isole maggiori Sardegna e Sicilia. Nelle fonti è riportato che i musulmani dopo aver fatto strage dri sardi, li costrinsero a sottomettersi e al pagamento di una tassa, la gizyah, misura prevista per “i popoli periferici che sono stati sottomessi” che prevedeva la “protezione” dalle incursioni.

Non è chiaro quanto sia durato questo periodo e la riscossione del tributo, ma ci mostra una situazione in cui la presenza musulmana nell’isola esisteva ed era “discreta”, non una conquista con importanti inserimenti di popolazione islamica, come sarebbe successo nel caso della fondazione di un emirato (una provincia), e per oltre cinquant’anni, non si registrarono altri attacchi documentati verso l’isola.

Nell’849 i Saraceni di Totarum (Tavolara) arrivarono addirittura ad attaccare Roma, e la Sardegna era una tappa fondamentale per le flotte dei Mauri e dei Saraceni provenienti d’al-Andalus e dall’Ifrîqiya che andavano verso la Provenza, l’Italia e la Corsica, come riportato da Piero Fois.

Poi dell’attività degli arabi non se ne sa più nulla, fino al famoso episodio del XI secolo delle spedizioni di Mugiahid al-‘Amiri (o Mugeto, Musetto), signore di Denia e delle Baleari, che, nel 1014-1015, prese il controllo di buona parte della Sardegna con una spedizione di cui le notizie si sparsero in tutto il mondo cristiano.

Questo silenzio sulla possibile presenza stabile di arabi in Sardegna è dovuto alle poche fonti cristiane, ma nuove possibilità di interpretazione stanno lentamente emergendo sia dalla ricerca archeologica che dalla Storia dell’urbanistica medievale. Dalle ricerche del professor Cadinu della facoltà di architettura di Cagliari, è emersa la possibilità che numerose strutture urbanistiche sarde siano molto simili a quelle del Mediterraneo islamico, specialmente nella parte meridionale della Sardegna.

Molti dei villaggi intorno a Cagliari, nel Cixerri, nel Campidano, nel Sarrabus, nel Gerrei e in parte dell’oristanese mostrano in modo chiaro, secondo lo studioso, delle tipologie abitative simili a quelle nord africane, e non basate su un modello bizantino. Una struttura urbana con alcuni assi principali, mai rettilinei, da dove parte un sistema di vie secondarie, con delle serie di “vicinati” autonomi tra loro, e l’accesso alle unità abitative da vicoli ciechi o da cortili interni.

Questi centri abitati si sono conservati nella loro forma originale perché non toccati dalle grandi trasformazioni tardomedievali e della prima età moderna, e lontani dai cambiamenti dei capoluoghi hanno potuto mantenere per secoli le forme originali, come la struttura viaria. E’ interessante notare che queste caratteristiche costruttive non si trovano in altre regioni della Sardegna, e con l’eccezione di alcuni siti del sud Italia, non si trovano in nessuna altra regione dell’Europa non islamizzata nel medioevo.

Nel Sarrabus, regione protetta da montagne, con buona probabilità la presenza araba continuò oltre le riconquiste cristiane, come sembra rivelare anche la stessa radice del nome della regione all’inizio del Trecento, Curia seu Judicatu Sarabi (regione abitata da is arrabus). E questo trova conferma nella quasi totale assenza di monumenti medievali in quell’area e il suo isolamento dalle vicende storiche del resto dell’isola, quasi fosse un mondo a parte.

Possiamo quindi immaginare un periodo nel quale i porti strategici siano sedi stabili arabe, dotate di un retroterra colonizzato o popolato sia da cristiani sottoposti a tassazione che da altre popolazioni deportate o semplicemente trasferite da altre regioni già conquistate, dedite all’agricoltura o alla pastorizia. Nei vari presidi, i militari controllano tutto con atteggiamento coloniale, seguiti da numerosi artigiani o mercanti, che sfruttano le risorse locali vendendole nei mercati del mediterraneo.

Parlando della città di Cagliari, è difficile trovare tracce di ciò che ha preceduto i pisani, infatti la loro fondazione ex novo ha cancellato ogni traccia di quel che c’era prima e non ha nulla a che vedere con l’architettura dei villaggi che circondano il capoluogo. Questa fondazione del 1216, basata su criteri nuovi di urbanistica toscana ed europea, è stata completamente importata dall’esterno, come sostiene il professor Cadinu.

Non è rimasta nessuna delle forme urbane precedenti al Castello pisano del XIII secolo, e non conosciamo la forma della prima capitale giudicale di Santa Igia, ma possiamo ipotizzare che in origine sia stata costruita in terra cruda secondo un modello coerente con quello del Mediterraneo islamico.

Altre tracce di presenza islamica, emergono dal lavoro dell’archeologa Donatella Salvi, sui materiali ritrovati a San Saturnino. La Salvi scrive “ […] l’area, agli inizi del X secolo […] era ancora cimiteriale e […] a Cagliari erano presenti nuclei di religione islamica che utilizzavano presumibilmente gli spazi funerari già esistenti”. Un’area funeraria per un insediamento islamico stabile che probabilmente sorgeva intorno a questa area, come testimonia un largo frammento di iscrizione in caratteri arabi, disposta su due righe, recuperato in un cumulo di materiali di risulta accanto alla recinzione del giardino. L’eccezionalità del pezzo, per quanto incompleto, consiste nel fatto che si tratta di una iscrizione che contiene la data del 294h, corrispondente al 906/907 d.C., anteriore perciò ad altri frammenti in caratteri cufici, tutti funerari, ritrovati ad Olbia, Cagliari e ad Assemini (Moriscos, pp. 29-30). Ne derivano due importanti considerazioni: la prima è che l’area, agli inizi del X secolo era ancora cimiteriale e la seconda che a Cagliari erano presenti nuclei di religione islamica che utilizzavano presumibilmente gli spazi funerari già esistenti.

L’iscrizione in caratteri cufici di San Saturnino. Foto di D. Salvi

Secondo la Martorelli, l’intera costruzione di San Saturnino è stata riutilizzata come moschea per un certo periodo, segno di una presenza araba realmente consistente e importante in città.

Ma anche in quello che fu il sistema di orti di San Saturno si possono intravedere segni di questa presenza musulmana, in quello che fu un sistema grandioso di orti recintati, abitati stabilmente da chi li curava. Gli orti occupavano un area estesa da La Vega, per quasi due chilometri, fino al mare, in una valle con canali di particolare bellezza ed estensione, un sistema imponente e ben organizzato.

Ricordiamo a questo proposito l’abilità degli arabi nell’architettura e nella gestione delle acque, che dato il valore e la scarsità della risorsa, era nel mondo arabo una scienza precisa, di cui troviamo testimonianza in un altro importante sistema di orti extraurbani sardi, quello di Sassari. I funzionari che a Sassari amministrano le acque e gli orti erano molto simili a quelli presenti nelle principali città islamiche. Chiamati “partidores de abba” in Sardegna, sono per gli arabi i “kassam el ma” (“divisori dell’acqua”). Questi funzionari regolavano i flussi delle acque negli orti e, intervenivano nelle controversie legate alle acque tra i proprietari terrieri e quelli di orti e di mulini.

Quindi è possibile che anche la città di Cagliari, e in generale tutta la Sardegna, abbia avuto e ancora conservi tracce di un influenza araba, di cui non c’è nulla di cui vergognarsi, che andrebbe indagata e considerata per ricostruire nel modo più completo la storia della nostra città.

Anche perché gli Arabi del tempo rappresentavano un eccellenza culturale e tecnologica di altissimo livello, dotati di una scienza medica senza paragoni. Erano infatti i custodi della cultura Greca, fondavano scuole che abbracciano vari campi d’indagine, e la loro lingua divenne per lunghi periodi la lingua della scienza. Ricordiamo che molti testi arabi di astronomia, chimica e matematica sono stati alla base della nostra cultura fino alla nascita della scienza moderna in Europa con Galileo.

Studiosi in una libreria abbaside. Da un manoscritto delle Maqāmāt di al-Hariri. Miniatura di Yaḥyā al-Wasiṭī (1237)

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12° Premio Internazionale per la Sceneggiatura MATTADOR https://www.sardegnamagazine.net/12-premio-internazionale-per-la-sceneggiatura-mattador/ https://www.sardegnamagazine.net/12-premio-internazionale-per-la-sceneggiatura-mattador/#respond Wed, 23 Dec 2020 15:04:54 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20730 di Massimo Dotta Torna l’appuntamento con il Premio Internazionale per la Sceneggiatura MATTADOR, giunto alla 12ma edizione, e rivolto ai giovani autori italiani e stranieri. Da oltre dieci anni infatti l’Associazione Mattador, con costanza e con passione, porta avanti la sua missione di far emergere e valorizzare nuovi talenti dai 16 ai 30 anni, offrendo loro la formazione nei mestieri del cinema. Accanto ai premi in denaro si svolgono qualificati percorsi dedicati allo sviluppo dei loro progetti – dalla sceneggiatura alla regia, dalla storia disegnata alla stop-motion – svolti insieme a tutor professionisti di livello nazionale ed internazionale.Tutto quanto è

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di Massimo Dotta

Torna l’appuntamento con il Premio Internazionale per la Sceneggiatura MATTADOR, giunto alla 12ma edizione, e rivolto ai giovani autori italiani e stranieri.

Da oltre dieci anni infatti l’Associazione Mattador, con costanza e con passione, porta avanti la sua missione di far emergere e valorizzare nuovi talenti dai 16 ai 30 anni, offrendo loro la formazione nei mestieri del cinema. Accanto ai premi in denaro si svolgono qualificati percorsi dedicati allo sviluppo dei loro progetti – dalla sceneggiatura alla regia, dalla storia disegnata alla stop-motion – svolti insieme a tutor professionisti di livello nazionale ed internazionale.
Tutto quanto è stato fatto in questi anni è stato ispirato dalle passioni e dal pensiero di Matteo Caenazzo, giovane triestino diplomato in decorazione pittorica al Liceo artistico Nordio e formatosi in Tecniche Artistiche e dello Spettacolo all’Università Ca’ Foscari, scomparso prematuramente nel giugno 2009, con la sua storia che continua in questo collettivo disegno a lui dedicato.

Il Concorso prevede le seguenti sezioni:

– Premio MATTADOR alla migliore sceneggiatura per lungometraggio 

–  Premio MATTADOR al miglior soggetto 

– Premio CORTO86 alla migliore sceneggiatura per cortometraggio

–  Premio DOLLY “Illustrare il cinema” alla migliore storia raccontata per immagini.

I concorrente potranno presentare una sola opera per sezione, e dovranno necessariamente essere elaborati originali ed inediti (mai premiati o prodotti o pubblicati) a tema libero.

Le sceneggiature dovranno essere scritte in forma americana, con scene e pagine numerate, con una lunghezza compresa fra le 80 e le 100 pagine, corredate da una sinossi di mezza pagina.

I premi in palio saranno di 5.000 euro (cinquemila euro) per la migliore sceneggiatura e 1.500 euro (millecinquecento euro) al miglior soggetto.

Coloro che arriveranno alle finali della sezione al miglior soggetto, verranno premiati con una “Borsa di formazione”, e saranno accompagnati da sceneggiatori professionisti in un percorso di sviluppo dei loro soggetti. Alla fine del percorso formativo, il miglior lavoro di sviluppo riceverà il premio di 1.500 euro.

La Giuria che deciderà l’assegnazione dei premi sarà composta da professionisti del cinema, dell’arte e della cultura, e avrà la possibilità di non assegnare i premi ma anche di assegnare una o più menzioni speciali. La Premiazione del Concorso MATTADOR avverrà sabato 17 luglio 2021 a Venezia nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice.

Per maggiori informazioni e regolamenti:

https://www.premiomattador.it/

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Bona Paskixedda https://www.sardegnamagazine.net/bona-paskixedda/ https://www.sardegnamagazine.net/bona-paskixedda/#respond Wed, 23 Dec 2020 10:41:51 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20724 Cari amici a nome di tutto il nostro gruppo desidero porgere i migliori e più sinceri auspici di un sereno Natale e di un migliore nuovo anno. In questo periodo in molti affermano che al peggio non ci sia mai fine… Del resto quest’anno molti di noi hanno pagato e stanno pagando un prezzo molto alto sia in termini di salute, che di occupazione e che altri ancora, come gli amici di Bitti, stanno lottando contro i danni causati dalle ultime piogge e alluvioni. A tutti loro rivolgiamo un positivo pensiero nella consapevolezza che le cose miglioreranno per tutti. Ne

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Cari amici a nome di tutto il nostro gruppo desidero porgere i migliori e più sinceri auspici di un sereno Natale e di un migliore nuovo anno.

In questo periodo in molti affermano che al peggio non ci sia mai fine…

Del resto quest’anno molti di noi hanno pagato e stanno pagando un prezzo molto alto sia in termini di salute, che di occupazione e che altri ancora, come gli amici di Bitti, stanno lottando contro i danni causati dalle ultime piogge e alluvioni.

A tutti loro rivolgiamo un positivo pensiero nella consapevolezza che le cose miglioreranno per tutti.

Ne dobbiamo essere certi e volerlo giorno per giorno anche con le nostre piccole e coerenti azioni.

Auguri Sardegna, ma non solo…

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La cultura sarda delle rendite di posizione https://www.sardegnamagazine.net/la-cultura-sarda-delle-rendite-di-posizione/ https://www.sardegnamagazine.net/la-cultura-sarda-delle-rendite-di-posizione/#respond Sat, 12 Dec 2020 11:20:12 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20718 Come tutti sanno la cultura riveste una importanza strategica per ogni comunità. Cultura intesa come sommatoria di sensibilità diffuse, conoscenze, competenze e abilità acquisite che qualifica e accompagna relazioni e benessere di vita dei cittadini. Cultura dunque come espressione di una identità. In Sardegna si fa un gran parlare di cultura e nei discorsi la si mette un po’ dovunque, magari accompagnandola con enfasi insieme a altre espressioni come popolo sardo, sostenibilità e resilienza, spesso trascurando una delle prime forme di trasmissione della cultura: la lingua sarda con le sue varianti In altre parole ci si riempie spesso la bocca

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Come tutti sanno la cultura riveste una importanza strategica per ogni comunità. Cultura intesa come sommatoria di sensibilità diffuse, conoscenze, competenze e abilità acquisite che qualifica e accompagna relazioni e benessere di vita dei cittadini. Cultura dunque come espressione di una identità.

In Sardegna si fa un gran parlare di cultura e nei discorsi la si mette un po’ dovunque, magari accompagnandola con enfasi insieme a altre espressioni come popolo sardo, sostenibilità e resilienza, spesso trascurando una delle prime forme di trasmissione della cultura: la lingua sarda con le sue varianti

In altre parole ci si riempie spesso la bocca senza comprendere che alle parole devono seguire dei fatti. La politica in tale contesto gioca un ruolo determinante perché essa è in grado di indirizzare e promuovere azioni e programmi di breve, medio e lungo termine. Ci sono diverse leggi che sono state emanate per sostenere la cultura ma la domanda che mi pongo è: chi beneficia di queste provvidenze e, soprattutto, quali sono i risultati che si ottengono da tali interventi?

Certo vi sono delle manifestazioni che da sempre rivestono una importanza assai rilevante da un punto di vista identitario e delle tradizioni locali. Penso alla sagra di S.Efisio, alla Sartiglia, alla Cavalcata sarda, alla Festa del Redentore. Poi ci sono altre manifestazioni spettacoli, eventi musicali, di danza, di teatro, letterari e artistici. In realtà lo scenario degli operatori culturali e delle azioni che essi svolgono è assai vario e articolato.

Nessuno o pochi si preoccupano però di andare a vedere cosa rimane di questi interventi a favore della popolazione e quali tangibili benefici essa ne ha ottenuto.

Spesso accade che molti eventi vengano finanziati non tanto per la qualità dei servizi resi, piuttosto per garantire aiuti agli amici con stipendi e occupazione. In questa ottica si segnala peraltro anche una certa marginalità che la cultura e il turismo hanno sempre avuto nella programmazione regionale e locale. Per anni i vertici degli enti strumentali preposti in questi ambiti rappresentavano “il contentino” per i trombati della politica o uno spazio per sistemare parenti e amici, indipendentemente dalle qualifiche e titoli da essi posseduti. E’ stato così per anni e tutti sapevano…Per la verità ancora oggi le cose non vanno molto diversamente anche se  vi sono dei segnali di timido cambiamento.

Nei giorni scorsi si è criticato il Bando regionale delle grandi manifestazioni di richiamo turistico e culturale. Lo hanno criticato soprattutto coloro che hanno perso la gara, perché non hanno inviato per tempo il progetto, o perché la documentazione inviata risultava incompleta. A posteriori essi hanno detto che il Bando era ingiusto perché non premiava i progetti migliori e i più belli o quelli che avevano una storicità di realizzazione.

Mi domando: se questi signori lo avessero vinto, avrebbero detto qualcosa? Avrebbero preso posizione o speso una parola per gli altri progetti esclusi?

Purtroppo molti di coloro che hanno vinto questo bando non potranno beneficiare dei contributi perché l’esito della selezione è pervenuto solo il 2 dicembre e considerato il breve termine e la generale situazione causata dal Covid 19, essi dovranno rinunciare al contributo. La cosa buffa di questa procedura è però riferita alla circostanza che gli stessi beneficiari avrebbero dovuto rinunciare al contributo entro il 1° dicembre, ovvero un giorno prima di aver conosciuto l’esito della selezione avvenuto, come detto, il 2 dicembre. Ora non sappiamo se l’Assessorato darà una proroga per il 2021…chiaramente “gli esclusi” di cui parlavo prima si stanno dando un gran da fare per evitare che questa proroga venga concessa allo scopo di poter riprendere ciò che non anno avuto nel 2020

Altro problema lo si è avuto con il Bando della Cultura del Comune di Cagliari dove non si tiene conto della Pandemia e dei problemi che tutti stanno vivendo. In altre parole i vincitori di questo bando devono comunque realizzare gli eventi entro il 2020, pena la perdita dei contributi. Da più parti è stata chiesta una proroga ma l’Assessorato è irremovibile e non intende concedere uno slittamento delle attività al 2021.  DI questo chi se ne avvantaggerà?

Altro discorso sarebbe quello di vedere chi e come vengono gestiti siti di interesse culturale, ambientale, storico e archeologico o quello di vedere chi e in base a quale titolo si benefici di sedi associative o logistiche date in concessione. Ma questo è altro tema che ci porterebbe troppo nello specifico e lontano dal senso di queste considerazioni.

Da quanto esposto si capisce quanto sia farraginosa e complessa anche la macchina amministrativa del settore culturale e del turismo. Forse è il caso di cambiare qualcosa, non trovate?

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Accadde a Cagliari: Eretici in città https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-eretici-in-citta/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-eretici-in-citta/#respond Fri, 11 Dec 2020 11:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20679 di Massimo Dotta Il padre cappuccino Salvatore Vidal scrive nella sua Historia general de la isla y reyno de Sardena che «Cagliari ha, dentro le mura, molte fonti d’acqua dolce, e ancor più ne ha fuori di esse», e ci fornisce l’elenco delle fonti e dei pozzi esistenti in città nel 1641. A Stampace Vidal cita anche la fonte del Noviziato dei Gesuiti che, a metà del ‘600, si trovava in via San Michele. Il noviziato venne istituito da Gregorio XIII, e fu trasferito a Cagliari nel 1584, all’inizio presso la chiesa di S. Croce, poi trasferito nell’antico oratorio dei

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di Massimo Dotta

Il padre cappuccino Salvatore Vidal scrive nella sua Historia general de la isla y reyno de Sardena che «Cagliari ha, dentro le mura, molte fonti d’acqua dolce, e ancor più ne ha fuori di esse», e ci fornisce l’elenco delle fonti e dei pozzi esistenti in città nel 1641. A Stampace Vidal cita anche la fonte del Noviziato dei Gesuiti che, a metà del ‘600, si trovava in via San Michele. Il noviziato venne istituito da Gregorio XIII, e fu trasferito a Cagliari nel 1584, all’inizio presso la chiesa di S. Croce, poi trasferito nell’antico oratorio dei SS. Michele ed Egidio.

Nel 1600 il nuovo complesso ricevette diversi lasciti che permisero importanti lavori di ampliamento, alterando profondamente l’aspetto originario dell’area, su progetto conforme al prototipo del Collegio Romano del Tristano.

Ma i ritrovamenti archeologici degli anni ’80 del secolo scorso, avvenuti durante i lavori di ristrutturazione della chiesa di San Michele, ci raccontano una storia di eresia dimenticata avvenuta ben prima della costruzione del complesso dei gesuiti.

Durante la ristrutturazione della chiesa è emersa, sotto il pavimento di fronte all’altare, una vasca a gradoni e un ambiente più superficiale con intonaco policromo, purtroppo noti solo tramite poche immagini fotografiche riprese prima della sua sepoltura sotto la nuova chiesa.

Scavato frettolosamente e poi subito ricoperto durante i restauri della chiesa del secondo Novecento, è una testimonianza, quasi ignorata dalla letteratura, che presentava caratteristiche tipiche dell’architettura sacra dell’acqua, con un pozzo gradonato, e tratti di un muro sovrapposto in una fase precedente alla costruzione della chiesa.

San Michele, ambiente gradonato di epoca imprecisata, interpretato come “battistero”, sul quale nel tardo XVII secolo fu costruita la chiesa gesuita di San Michele di Stampace.
L’altare della nuova chiesa si eleva accanto al pozzo ed è visibile un muro sovrapposto alla vasca gradonata in una fase precedente la costruzione della chiesa (Immagini da ASCCa, Mostre, foto 344 e 355).

La vasca a pianta quasi quadrata, venne “riconosciuta quale battistero” dall’archeologa Letizia Pani Ermini, (Letizia Pani Ermini, Le città sarde tra tarda antichità e medioevo: uno studio appena iniziato in «Africa Romana», 5, Sassari 1987, pp. 437-8), e potrebbe essere stata parte di una chiesa ariana che sorgeva, secondo l’archeologa Rossana Martorelli, presso le mura non lontano dalla medievale porta “dell’Angelo”.

La Martorelli ci fornisce altri indizi per una possibile identificazione del sito descrivendo in Martiri e devozione nella Sardegna altomedievale e medievale (Cagliari: Pontificia Facoltà di Teologia della Sardegna) le ipotesi legate all’iconoclastia a Cagliari, e scrivendo a pagina 213 una notizia riferita al culto degli Angeli, molto diffuso in quei tempi tra i cristiani: «Michele è ritenuto, infatti, il principale nella corte degli angeli e arcangeli, figura polivalente che si crea come oggetto di culto in Oriente e poi si trasferisce in Occidente, legato in questi primi secoli a diversi fattori, che vanno dalla funzione taumaturgica di guaritore, dove si sostituisce spesso al dio pagano Asklepio, divinità salutifera venerata in luoghi prossimi a sorgenti».

E probabilmente all’Arcangelo Michele, era dedicata l’ecclesia s. Angeli in predio lustrensi, che ci riporta a un episodio documentato di eresia avvenuto a Cagliari durante il papato di Leone IV, che morì nel 855. Questa eresia o presenza di eretici conclamati in città era tanto rilevante in quel periodo che il papa stesso, in una missiva risalente al IX secolo, ordinava la distruzione dalle fondamenta di un altare e di una chiesa, perché inaugurati dall’archiepiscopo ariano Arsenio, e che se ne consacrasse al suo posto una nuova.

L’ordine perentorio del pontefice al vescovo di Cagliari di quel periodo, tale Johanni, raccomandava di distruggere «con le proprie mani» la chiesa e l’altare, segno di una notevole acredine tra le parti.

In effetti l’arianesimo è stata un eresia pericolosa nella storia della Chiesa nel IV secolo, prendendo il suo nome da Ario, un prete di Alessandria che visse fra fine III e inizi IV secolo. Questa dottrina aumentava la distinzione fra Padre e Figlio, affermando che Cristo non è pari al Padre ma a lui inferiore e subordinato. L’eresia si diffuse e in poco tempo la questione ariana, partendo dall’oriente e attraverso vicende assai complicate, investì tutto il mondo cristiano. Alla fine l’arianesimo fu condannato nel concilio di Nicea del 325, che impose la cosiddetta formula dell’homousios («identico per sostanza»), cioè del Figlio «uguale» al Padre quanto a sostanza.

I resti del sito collegato a questa vicenda ‘eretica’ potrebbero essere quelli trovati e poi sepolti sotto la chiesa di San Michele a Cagliari. E doveva essere un sito frequentato da una comunità numerosa, con un altare e una chiesa di cosi grande importanza da far muovere contro di essa il papa in persona, e di cui tale fu il lavoro di cancellazione dalla memoria che non ne rimane alcuna traccia nelle storie e nelle leggende locali.

L’ipotesi che il sito sotto la chiesa di San Michele corrisponda alla «ecclesiae S.Archangeli in praedio Lustrensi», con la sua architettura gradonata, potrebbe rappresentare un esempio, raro a Cagliari, di continuità d’uso di un area sacra legata ai culti delle acque, che come quella che si trova a San Salvatore di Sinis, a Oristano, ha attraversato, nel segno dell’acqua guaritrice, le epoche preistoriche, puniche, romane fino alla chiesa cristiana e al suo villaggio.

Anche Marco Cadinu, studioso e ricercatore di Storia dell’architettura, fa notare a questo proposito che le caratteristiche della gradonata sono molto simili a quelle che troviamo su reperti antichi, come il “Blocco di pozzetto in scisto”, proveniente dal sito nuragico di Gremanu, Fonni, ora è esposto al Museo Archeologico Nazionale “G. Asproni” di Nuoro.

“Blocco di pozzetto in scisto”, dal sito nuragico di Gremanu, Fonni, Museo Archeologico Nazionale “G. Asproni”, Nuoro. (Reperto esposto alla mostra: L’isola delle torri. Giovanni Lilliu e la Sardegna nuragica, Cittadella dei Musei, Cagliari 15 marzo – 2014, Catalogo a cura di Marco Minoia, Gianfranca Salis, Luisanna Usai, Delfino, Sassari 2015; foto Marco Cadinu).

Il sito di Gremanu è caratterizzato da numerosi ritrovamenti di manufatti collegati alla gestione dell’acqua e il reperto citato è probabilmente un modello in scala di un’architettura delle acque, gradonata, a pianta centrale, con bothros al centro.

Ma nel Seicento avviene la “ristrutturazione” in chiave monumentale di tutte le chiese di Stampace, e oltre a Santa Restituta e a Sant’Efisio sopra le loro grotte, viene cambiata radicalmente anche l’area di San Michele, con la cancellazione della vasca gradonata e del sito ad essa legato. La ridefinizione gesuita dei luoghi sacri del quartiere porta all’eclisse delle due posizioni medievali di Guglielmo e Michele.

Ma ormai quello che ancora si poteva studiare giace sepolto sotto il pavimento della chiesa di San Michele.

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I misteri dei D.P.C.M. https://www.sardegnamagazine.net/i-misteri-dei-d-p-c-m/ https://www.sardegnamagazine.net/i-misteri-dei-d-p-c-m/#respond Tue, 08 Dec 2020 17:39:39 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20677 Da mesi siamo bombardati da Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri ma del resto il caos che la Pandemia ha generato non poteva non causare dei problemi di opportunità, adeguatezza, ritualità, tempestività e coerenza degli atti della Pubblica Amministrazione. Fra le tante cose che non comprendo vi è la mancanza di chiarezza in merito agli spostamenti all’interno delle città metropolitane. Se prendiamo ad esempio la città metropolitana di Cagliari vediamo che la costituiscono 17 Comun in un raggio di oltre 40 kilometri da Cagliari Ma la domanda che mi pongo è la seguente: gli spostamenti effettuati nei giorni di festa

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Da mesi siamo bombardati da Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri ma del resto il caos che la Pandemia ha generato non poteva non causare dei problemi di opportunità, adeguatezza, ritualità, tempestività e coerenza degli atti della Pubblica Amministrazione.

Fra le tante cose che non comprendo vi è la mancanza di chiarezza in merito agli spostamenti all’interno delle città metropolitane. Se prendiamo ad esempio la città metropolitana di Cagliari vediamo che la costituiscono 17 Comun in un raggio di oltre 40 kilometri da Cagliari

Ma la domanda che mi pongo è la seguente: gli spostamenti effettuati nei giorni di festa indicati dall’ultimo DPCM possono avvenire fra i vari comuni che formano la città metropolitana di Cagliari essendo un unica unità amministrativa?

Chiedo questo perché un mio amico la scorsa estate venne nominato presidente di una Commissione di esami di maturità presso una scuola superiore di Pitz’e serra. Egli risiedendo a Capoterra riteneva che gli fosse riconosciuto un rimborso sulla base del tempo necessario per raggiungere la sede di servizio, e su questi elementi aveva calcolato una fascia compresa fra i 61 e 100 minuti per raggiungere la sede degli esami pensando che fossero Comuni differenti. Peraltro se avesse dovuto utilizzare i mezzi pubblici avrebbe dovuto alzarsi alle 5 di mattina e prendere almeno tre mezzi e fare circa un kilometro di strada a piedi per raggiungere la sede. Così decise di utilizzare il suo autoveicolo… Invece, con sua grande meraviglia, dalla Segreteria dell’Istituto il DSGA gli comunicò che, essendosi costituita la città metropolitana di Cagliari, Capoterra non poteva essere considerato altro Comune perché rientrante nella città metropolitana e quindi il suo caso rientrava nella fascia prevista per gli spostamenti dentro il territorio della città metropolitana di Cagliari e pertanto non in altro Comune. Morale della favola lui ha preso un rimborso complessivo di 171 euro per le spese di viaggio, per tutte le giornate di svolgimento degli esami di maturità, anziché 568 euro o 908 euro.

Questo è il quadro normativo: TABELLA 1 tabella 1 allegata alla Circ. prot.6299 del 15 giugno 2007. QUADRO B Compenso correlato alla distanza del luogo di residenza o servizio dalla sede di esame

a) Personale nominato nel comune di servizio o di residenza o fuori del proprio comune di servizio o di residenza in sede d’esame raggiungibile in non più di 30 minuti con i mezzi di linea extraurbani più veloci € 171

b) Personale nominato fuori del proprio comune di servizio o di residenza in sede d’esame raggiungibile in un tempo compreso tra 31 e 60 minuti con i mezzi di linea extraurbani più veloci € 568

c) Personale nominato fuori del proprio comune di servizio o di residenza in sede d’esame raggiungibile in un tempo compreso tra 61 e 100 minuti con i mezzi di linea extraurbani più veloci € 908

d) Personale nominato fuori del proprio comune di servizio o di residenza in sede d’esame raggiungibile in un tempo superiore a 100 minuti con i mezzi di linea extraurbani più veloci € 2.270

Al di la della questione puramente economica ora mi chiedo se il 25 o il 31 di dicembre se il mio amico volesse andare a Quartu per incontrare i suoi cognati e venisse fermato dalle forze dell’ordine fuori dal proprio comune di residenza pensate che varrà la stessa regola?

Io non credo e per questo che ho deciso di sottoporvi questo problema e chiedervi un parere in merito e conoscere il vostro punto di vista anche perché oltre il danno non vorrei che per il mio amico ci fosse anche la beffa di dover pagare una multa per essere uscito dal proprio Comune. Voi cosa fareste?

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In ricordo di John Lennon https://www.sardegnamagazine.net/in-ricordo-di-jon-lennon/ https://www.sardegnamagazine.net/in-ricordo-di-jon-lennon/#respond Tue, 08 Dec 2020 11:36:56 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20670 A distanza di 50 anni riteniamo giusto ricordare uno dei più grandi personaggio del mondo della musica

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di  Paolo Piu

Periodicamente i Beatles tornano a far parlare di loro. È successo anche quest’anno in aprile, in occasione dei 50 anni dalla pubblicazione del loro ultimo disco “Let it be”, che in qualche modo, ha segnato la fine di un periodo irripetibile nella storia del costume e della società.

 È successo di nuovo lo scorso ottobre Sean Lennon intervistò Paul McCartney, in occasione di un drammatico anniversario. Infatti esattamente quarant’anni fa il mondo fu sconvolto da una notizia tragica e inaspettata: John Lennon, l’ex leader dei Beatles, icona del movimento pacifista internazionale, venne ucciso a Manhattan, all’età di 40 anni, davanti alla sua residenza da 5 colpi di pistola calibro 38, sparati a bruciapelo da uno dei suoi tanti fan, senza nessun motivo apparente, se non le allucinazioni della propria follia. Era l’8 dicembre del 1980 e Lennon aveva da poco ripreso la sua carriera musicale dopo 5 anni di silenzio, avendo inciso proprio un mese prima un nuovo disco, Double Fantasy, a lungo atteso dai fans.

Particolarmente interessante è la sua produzione artistica, che lo accompagnò in una rapida escalation verso il successo. Ispirato inizialmente al rock’n’roll e soprattutto allo stile di Elvis Presley, la cui influenza si riflette nella musica dei Beatles dei primi anni, nel ’65 avvenne la svolta che fece cambiare rotta al musicista inglese: dopo aver sentito le canzoni di Bob Dylan capì che la musica era un ottimo veicolo per la diffusione di messaggi di carattere universale e così, a partire dall’album Sgt. Pepper’s, i testi assunsero un ruolo fondamentale nell’opera di questo artista. Il ’68 e il ’69, furono gli anni in cui scrisse dei veri e propri inni a favore della pace (Give peace a chance), dei diritti dei lavoratori (Power to the people) e della fratellanza universale tra i popoli (Happy Christmas), fino al suo capolavoro indiscusso, Imagine, una delle più belle canzoni di tutti i tempi.

Una serie di avvenimenti di particolare rilievo segnarono la sua carriera: nel ’56 all’età di 16 anni era già il leader della prima band da lui fondata, the Quarrymen, che nel ’60 divennero i Beatles (nel cui nome riecheggia un chiaro riferimento alla musica e alla cultura “Beat”). Nel ’64 ebbe luogo la prima tournée negli U.S.A, decretando il successo internazionale di questo famoso gruppo inglese; nel ’69 fondò la Plastic Ono Band, caratterizzata dalla produzione di musica elettronica d’avanguardia, assai avanti per l’epoca, ma proprio per questo motivo ebbe uno scarso successo.

Talvolta autocelebrativo, come nel caso della canzone The Ballad of John & Yoko, scritta in occasione del viaggio di nozze, altre volte campione di eccentricità e di eccessi, come quando nel ’66 affermò che “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”, frase che provocò una forte reazione soprattutto nel sud degli Stati Uniti, terminata col rogo pubblico dei loro dischi, in ogni modo riusciva sempre a far parlare di sé. Come nel 1969, quando riconsegnò il titolo di Member of the British Empire ricevuto quattro anni prima insieme agli altri musicisti della sua band, per protestare contro il coinvolgimento del suo Paese nelle guerre del Vietnam e del Biafra attraverso la fornitura d’armi. Sempre nel ‘69, all’apice del successo, fu individuato come uomo dell’anno dalla rivista “Rolling Stone”. Nel ’75 uscì l’ultimo disco di quel periodo dedicato ai classici del rock’n’roll degli anni ’50, un ritorno al primo amore, prima di una pausa durata cinque anni a causa della nascita del figlio Sean, al quale dedicò la sua esistenza, rinunciando per un po’ di tempo alla propria carriera.

E pensare che al tempo della prima formazione sua zia Mimi vedendo il nipote sempre alle prese con la musica, gli disse una frase diventata famosa: “la chitarra va bene, John, ma non ti darà certo di che vivere”. Qualche anno dopo, raggiunta la popolarità, Lennon fece incidere queste parole su una targa d’argento, mandandola in dono alla zia.

L’8 dicembre 1980 alle h.22.50 cinque colpi di pistola sparati davanti al Dakota Hotel posero repentinamente fine alla sua vita. Insieme a lui era terminata un’epoca, i meravigliosi anni ’60 e i folli anni ’70, ma soprattutto il sogno della riunificazione dei Beatles era finito per sempre. Quel gesto operato da un folle, consacrò al mito della musica la figura leggendaria di John Lennon, personaggio unico ed eccentrico, che all’epoca sul piano artistico non aveva rivali.

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Dall’Est con Amore. Quattro storie di vita e integrazione https://www.sardegnamagazine.net/dallest-con-amore-quattro-storie-di-vita-e-integrazione/ https://www.sardegnamagazine.net/dallest-con-amore-quattro-storie-di-vita-e-integrazione/#respond Tue, 08 Dec 2020 09:30:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20611 di Massimo Dotta Venerdì 11 dicembre dalle 19:00 avrà luogo, in diretta sul canale facebook Conoscere.Conoscersi, la proiezione del film documentario “Dall’est con amore” per la regia di Karim Galici. Il film documentario nasce nell’ambito del progetto “Rete per la conoscenza e aggregazione” creato e promosso dall’Associazione Cittadini del Mondo con il sostegno della Fondazione di Sardegna.  Cittadini del Mondo Onlus, dall’ottobre del 2000, ha promosso attività di cooperazione allo sviluppo internazionale, attività di aggregazione e sostegno a favore della comunità immigrata russofona e dell’est europeo e attività di scambio culturale, giovanile, sportivo, culturale, collaborando con altri enti e organizzazioni

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di Massimo Dotta

Venerdì 11 dicembre dalle 19:00 avrà luogo, in diretta sul canale facebook Conoscere.Conoscersi, la proiezione del film documentario “Dall’est con amore” per la regia di Karim Galici.

Il film documentario nasce nell’ambito del progetto “Rete per la conoscenza e aggregazione” creato e promosso dall’Associazione Cittadini del Mondo con il sostegno della Fondazione di Sardegna. 

Cittadini del Mondo Onlus, dall’ottobre del 2000, ha promosso attività di cooperazione allo sviluppo internazionale, attività di aggregazione e sostegno a favore della comunità immigrata russofona e dell’est europeo e attività di scambio culturale, giovanile, sportivo, culturale, collaborando con altri enti e organizzazioni pubbliche e private.

il trailer

Quattro storie di vita e integrazione

Quattro donne che parlano russo e italiano

Quattro donne che hanno scelto la Sardegna come luogo dove vivere, crescere, lavorare e amare

Gulzhan (Kirghizistan): si è liberata da un marito opprimente e seguendo il consiglio della madre ha cambiato vita;

Olesya (Russia): è una giornalista sempre pronta a partire, se al suo fianco ci sono le due figlie e suo marito;

Viktorya (Bielorussia): si è appena laureata, prendendosi una piccola rivincita con la vita che all’età di 12 anni le ha tolto tanto;

Zhanna (Ucraina): è una nostalgica dei tempi sovietici che vive in un paesino dove assiste un vecchietto di 98 anni.

Quattro donne di generazioni e nazionalità diverse con universali somiglianze.

Quando ho parlato per la prima volta con i responsabili dell’associazione Cittadini del Mondo, sulla comunità russofona a Cagliari e in Sardegna, mi si è aperto un nuovo orizzonte” racconta Karim Galici, regista del documentario. “Ho lavorato per tanti anni sull’immigrazione, ma prettamente con ragazzi che arrivavano dai paesi dell’Africa e dell’Asia. Non avevo la piena consapevolezza di quante donne venendo dall’ex Unione Sovietica, avessero scelto la Sardegna per una nuova vita. Abbiamo scelto quattro donne di età e nazionalità diverse che potessero essere rappresentative di culture e vite differenti, pur avendo un passato geopolitico e la lingua in comune.

In coscienza, so benissimo che niente e nessuno può essere realmente rappresentativo di un popolo o una nazione. Per questo la direzione è andata alla ricerca più di universalità umane, che di differenze culturali. Più vite, che luoghi comuni.

Il regista Karim Galici durante le riprese.

Karim Galici è un regista, attore, drammaturgo e sceneggiatore, nato a Cagliari nel 1977 e così descrive la realizzazione del documentario:

In tutti i miei lavori parto da delle domande, che in questo caso sono diventate interviste. La sceneggiatura era volutamente aperta per lasciarmi guidare dalle risposte che mi venivano date.

Prima davanti a un caffè e poi in un luogo che fosse significativo per le protagoniste. All’inizio, non è stato sempre facile lasciarsi andare oltre diffidenza e timidezza, ma è bastato conoscersi per poi ridere e scherzare come possibili grandi amici.

Per tutti coloro che sono interessati a vedere questo interessante lavoro diamo appuntamento a venerdì 11 Dicembre 2020 per la diretta sul canale facebook Conoscere.Conoscersi (seguite il link). E’ prevista, dopo la proiezione, la presenza in studio delle protagoniste, del regista e di svariati ospiti che potranno interagire con il pubblico.

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A proposito di Turismo e Cultura in Sardegna: Dura lex, sed lex https://www.sardegnamagazine.net/a-proposito-di-turismo-e-cultura-in-sardegna-dura-lex-sed-lex/ https://www.sardegnamagazine.net/a-proposito-di-turismo-e-cultura-in-sardegna-dura-lex-sed-lex/#respond Sat, 05 Dec 2020 13:27:18 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20606 Il nuovo bando del Assessorato del turismo ha sollevato delle polemiche. Vediamo di comprendere le ragioni...

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di Roberta Manca

Come noto la Regione Sardegna attraverso il suo Assessorato del Turismo fin dal 1955 sostiene le iniziative che possiedono un elevato richiamo turistico, con degli specifici interventi

Quest’anno l’Assessore Giovannii Chessa ha fortemente voluto snellire la datata  L.R. 21 aprile 1955, n. 7, art. 1, lett. c), contributi per manifestazioni pubbliche di grande interesse turistico e con Deliberazione della Giunta Regionale n. 48/2 del 25.09.2020 e ha provveduto a adottare con determinazione n. 1045 del 06.10.2020 una nuova procedura fissando modalità e criteri per tutti gli operatori.

Per l’occasione sono state individuate delle specifiche aree di intervento per fare in modo che il fenomeno del turismo venisse declinato nelle sue principali declinazioni compresa l’area dell’inclusione sociale settore, a mio avviso, di non di poco conto. In tal modo sono state previste 9 cartelloni settoriali a cui tutti gli interessati potevano partecipare.

Al centro della foto l’Assessore al Turismo della
RAS Giovanni Chessa

La procedura adottata è stata quella chiamata a sportello. In pratica venivano ammessi solo i progetti che fossero stati regolarmente inviati (con tutti gli allegati di rito) entro una fascia di tempo e di ora certa.

Come è noto ogni scelta ha delle conseguenze e l’adozione di questo sistema ha causato l’esclusione di progetti che forse avrebbero meritato ma che sono stati esclusi o perché inviati in ritardo o perché incompleti. Per la verità l’Assessore del turismo se non avesse provveduto a fare questo bando si sarebbero persi 7.500.000,00 mila euro e nessuno ne avrebbe beneficiato.

Ma in realtà tutti gli interessati conoscevano le regole e se purtroppo molti sono stati esclusi essi devono prendersela non con il sistema ma con se stessi per non essere riusciti, anche per i motivi più nobili, a rispettare le regole.

Per un certo verso questo bando a sportello ha vivacizzato un settore che da tanti anni era una specie di enclave riservata ai soliti attori e se andassimo a vedere chi ne ha beneficiato negli anni passati noteremmo quasi sempre le stesse sigle.

Ora però il problema è anche un altro, ovvero in un periodo di pandemia anche alla luce del nuovo DPCM molte organizzazioni beneficiarie di finanziamento non sono in grado di onorare gli impegni assunti e si dovrebbe provvedere a concedere una proroga al 2021. Fra l’altro i beneficiari, anche volendo rinunciare al contributo, non potrebbero più farlo perché il bando indicava il 1° dicembre come termine ultimo per inoltrare la rinuncia e gli interessati sono venuti a conoscenza dell’esito del bando in data 2 dicembre. Infatti il Bando recita: Gli organismi che intendano rinunciare al contributo successivamente alla pubblicazione dell’elenco dei soggetti ammessi, devono darne comunicazione entro e non oltre il 1.12.2020, pena la non ammissibilità alla programmazione per l’anno successivo.

Per il resto l’Assessore Giovanni Chessa ha più volte affermato che gli esclusi potranno rifarsi con le nuove misure che sono in fase di approvazione e che nessuno sarà escluso se le proposte avranno dei contenuti validi  e possiedano tutti i presupposti normativi.

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Anche in Sardegna si celebra la Festa del Ringraziamento https://www.sardegnamagazine.net/anche-in-sardegna-si-celebra-la-festa-del-ringraziamento/ https://www.sardegnamagazine.net/anche-in-sardegna-si-celebra-la-festa-del-ringraziamento/#respond Sat, 28 Nov 2020 18:11:40 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20600 In questo articolo viene descritta la genesi di questa importante festa per il popolo americano, ma non solo....

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Interessante intervista fatta al Prof. Paolo Piu-Cortis che ci svela una festa che solo in apparenza sembra essere lontana

di  Claudio D’Alessandro

Spesso nei film americani si fa riferimento al Giorno del Ringraziamento, ma a molti sfugge il significato di questa ricorrenza, di cui quest’anno ricorre il 4° centenario, risalendo, infatti, al 1620 l’arrivo dei Padri Pellegrini in America. Quell’evento ha segnato profondamente la storia dei futuri Stati Uniti e ne ha caratterizzato la cultura. Abbiamo posto al Professor Paolo Piu-Cortis alcune domande sull’argomento, che ha trattato nel suo libro: Sciamanesimo, Miti, Tradizioni.

Chi erano i Padri Pellegrini ai quali sono legati gli inizi della storia della futura nazione nordamericana e la ricorrenza del Giorno del Ringraziamento?

Occorre risalire all’epoca delle guerre di religione, allorché in Inghilterra i Puritani, una confessione di matrice calvinista, si opposero alla Chiesa Anglicana, non volendo riconoscere né il re come capo della chiesa né quelle caratteristiche della stessa Chiesa Anglicana che richiamavano troppo il Cattolicesimo. A causa della loro intransigenza i Puritani erano malvisti in Patria e per tale motivo essi decisero di lasciare l’Inghilterra e partire. Dopo una serie di vicissitudini, esattamente 400 anni fa, nel 1620, intrapresero un lungo viaggio, per sbarcare nel Nuovo Mondo, dove poter vivere secondo il loro ideale religioso. Per una molteplicità di inconvenienti di varia natura, i Padri Pellegrini, così si definirono, partirono solo alla fine della stagione estiva e la loro destinazione venne modificata, a loro insaputa, all’ultimo momento. Perciò essi sbarcarono molto più a nord rispetto alla destinazione prevista, esattamente in quel luogo che diventerà poi il primo nucleo dello Stato del Massachusetts.

La ricorrenza è legata allo sbarco dei Padri Pellegrini e all’istituzione della festa. Come fu istituzionalizzata la Festa del Ringraziamento?

Lo sbarco dei Padri Pellegrini avvenne nel mese di novembre del 1620, il ringraziamento come atto celebrativo mutuato dalle usanze dei Nativi, si trasformò nella Festa del Ringraziamento, il cui giorno, quello del 26 novembre, fu stabilito da George Washington, mentre l’istituzione della ricorrenza come festa nazionale è dovuta ad Abraham Lincoln, il quale indicò nell’ultimo giovedì del mese di novembre il giorno celebrativo. Possiamo dire, perciò, che quella del Ringraziamento è la prima festa nata sul suolo americano, mentre tutte le altre sono di importazione europea.

Che realtà trovarono i Padri Pellegrini quando sbarcarono nel Nuovo Mondo?

Quando arrivarono, dovettero affrontare un lungo e rigido inverno e la metà di loro morì a causa degli stenti e della fame. I semi che avevano portato dall’Europa, infatti, non crescevano sul territorio roccioso di quella regione e ciò determinò le gravi difficoltà di sussistenza degli inizi.

Quale è stato il ruolo dei Nativi Americani in questo contesto?

I Nativi Americani si mostrarono subito compresivi e generosi nei confronti dei nuovi venuti. In primavera i Pellegrini furono avvicinati dai Nativi che li aiutarono a sopravvivere, insegnando loro cosa, quando e dove coltivare i nuovi prodotti dell’America, tra cui il mais, come riconoscere le piante da cui ricavare frutti commestibili, cosa fare per procurarsi il cibo. Così, in autunno vi fu il primo raccolto. I Padri decisero, perciò, di fare una festa di ringraziamento al Creatore per averli fatti sopravvivere in quelle condizioni estreme, prendendo esempio dai Nativi Americani che avevano l’usanza di celebrare ogni paio di mesi una festa simile per ringraziare per i prodotti della terra. I Padri Pellegrini scelsero i prodotti tipici del Nuovo Mondo, per lo più ancora sconosciuti in Europa, come il mais, le zucche, i fagioli, il succo d’acero, i mirtilli rossi, le carni di animali selvatici e diversi prodotti della pesca.

Come mai il tacchino è diventato il simbolo di questa festa?

Il tacchino stranamente non compare in questa ricorrenza e non si conosce la ragione di ciò. È presumibile che il tacchino americano, non essendo un animale conosciuto in Europa, sia stato preso come simbolo della fauna del Nuovo Mondo.

Torniamo a parlare dei Puritani. In che senso la loro cultura ha forgiato quella americana?

I Padri Pellegrini delle generazioni successive imposero le loro leggi ai Nativi Americani, proibirono di lavorare il 7° giorno, abolirono la festa del Natale, e chi non si convertiva al Cristianesimo veniva passato per le armi. Ciò diede avvio alle azioni di sterminio dei Nativi, da allora e nelle epoche successive. Così furono ripagati coloro che avevano aiutato i Padri Pellegrini a sopravvivere nel Nuovo Mondo. Va ricordato, come accennavo prima, che il Puritanesimo è l’espressione più intransigente del Calvinismo che è, a sua volta, caratterizzato da una disciplina severa e rigorosa.

È vero che il Protestantesimo, e il Calvinismo in particolare, è alla base del Capitalismo?

Se pensiamo alla dottrina calvinista dell’elezione e della salvezza per predestinazione e grazia, possiamo renderci conto di questo legame. Nella loro concezione, ciò che salva è la grazia di Dio. L’uomo non può salvarsi da se stesso, ma ha il segno di essere eletto e predestinato da Dio alla salvezza e al paradiso, nel denaro e nella ricchezza che è riuscito ad accumulare. Il denaro, la ricchezza e il successo sono dunque il segno dell’elezione divina. Tutto sommato, avere denaro coincide, agli occhi del ricco, con l’avere la grazia. La ricchezza, non la povertà, è il segno della predestinazione.  Queste idee hanno permeato la cultura e lo spirito americano fino ai nostri giorni.

Come è vista dai Nativi Americani la Festa del Ringraziamento?

Per i Nativi il Giorno del Ringraziamento è un giorno di lutto, perché è legato all’inizio dei problemi di cui abbiamo parlato, in quanto l’arrivo dei nuovi venuti coincise con lo sterminio degli stessi Nativi, che vivevano sul suolo del continente americano da tempo immemorabile, con l’espropriazione delle loro terre, con l’acculturazione forzata, con tutto ciò che, in definitiva, nell’arco di alcuni secoli, ha portato al più grande genocidio della storia e all’etnocidio della ricca cultura dei Nativi d’America.

Questa festa è celebrata anche in Sardegna? Gli Americani presenti nella nostra isola la festeggiano regolarmente, sia a livello di singole famiglie che di associazioni di varia natura, come per esempio i Mormoni. A me è capitato più volte di essere stato invitato da amici americani per celebrare insieme a loro il Giorno del Ringraziamento.

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Accadde a Cagliari: La cessione del Castello. https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-la-cessione-del-castello/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-la-cessione-del-castello/#respond Thu, 26 Nov 2020 09:30:05 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20589 di Massimo Dotta Nel gennaio 1213 Guglielmo, Giudice di Cagliari e Marchese di Massa, viene sconfitto nella battaglia del fiume Frigido, presso Lucca, dalla fazione opposta dei Visconti. Questa sconfitta segnò la sua definitiva perdita d’influenza a Pisa, cosa che portò tutti coloro che lo avevano fino a quel momento finanziato ad affrettarsi a richiedere i soldi indietro. Ma Guglielmo, trasferitosi a Pisa per curare i suoi interessi in Toscana, morì senza eredi maschi, tra il 1213 e il 1214, lasciando il giudicato di Cagliari nella sua massima espansione alla figlia primogenita, Benedetta di Massa. Quando Benedetta successe al padre

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di Massimo Dotta

Nel gennaio 1213 Guglielmo, Giudice di Cagliari e Marchese di Massa, viene sconfitto nella battaglia del fiume Frigido, presso Lucca, dalla fazione opposta dei Visconti.

Questa sconfitta segnò la sua definitiva perdita d’influenza a Pisa, cosa che portò tutti coloro che lo avevano fino a quel momento finanziato ad affrettarsi a richiedere i soldi indietro. Ma Guglielmo, trasferitosi a Pisa per curare i suoi interessi in Toscana, morì senza eredi maschi, tra il 1213 e il 1214, lasciando il giudicato di Cagliari nella sua massima espansione alla figlia primogenita, Benedetta di Massa.

Quando Benedetta successe al padre si trovò in una situazione difficile, tutti i creditori del padre si stavano facendo avanti per riprendersi ciò che avevano prestato e avanzavano diritti su molte proprietà del giudicato di Cagliari.

In questa situazione si verificò una situazione particolare per la storia del giudicato cagliaritano: la costruzione al suo interno di una nuova struttura fortificata e non controllata dal potere giudicale, un “castro”, il Castro Novo Montis de Castro, per di più già dotato di sue pertinenze.

Tutta l’operazione venne ideata e realizzata in modo spietato e impeccabile dai Visconti, quasi un vero e proprio colpo di mano.

La costruzione del castrum venne probabilmente progettata e attuata dopo la primavera 1215 e prima del settembre dello stesso anno, con il giuramento di sottomissione del vescovo e della città di Massa Marittima al comune di Pisa.

Un avvenimento ci può aiutare a capire come si sono succeduti i fatti durante quei mesi, cioè il battesimo della figlia primogenita di Benedetta e di suo marito, Barisone d’Arborea da parte di Lamberto Visconti, giudice di Gallura. Il battesimo dovette avvenire molto vicino alla nascita della bambina, come era consuetudine al tempo, e ipotizzando il parto circa nove o dieci mesi dopo il matrimonio fra Benedetta e Barisone, ci troviamo giusto nell’aprile 1215.

Lamberto giunse a Cagliari in grande pompa, e accompagnato da molti pisani. Una ottima occasione per visitare l’insediamento pisano sul monte di Castro e verificare come si potesse fortificare il sito e mettere in sicurezza i cittadini li già residenti.

La presenza pisana sul colle iniziò infatti già prima, con un piccolo nucleo di cittadini dediti alle attività commerciali, che si installò sul colle, in un luogo che da un certo momento viene indicato come Castrum novum Monti de Castro, probabilmente i vincitori delle cause legali del 1210, emesse contro Guglielmo quando ancora era vivo.

Questo primo insediamento si trovava orientativamente dove oggi si trova piazza Indipendenza, costituito da una serie di case torri attigue che garantivano un certo grado di protezione ai residenti, utilizzando probabilmente il pozzo di San Pancrazio come fonte d’acqua intra moenia.

Lamberto dopo la sua visita a Cagliari, torna a Pisa, e pianifica insieme al fratello Ubaldo la nascita di una vera e propria nuova città fortificata, da realizzare velocemente, sfruttando l’elemento sorpresa. Nessuno avrebbe mai pensato in quel periodo che I Visconti stavano progettando una vera e propria nuova fondazione.

Così ad inizio estate del 1215, i lavori di misurazione del perimetro del Castro Novo e di delimitazione dei suoi confini erano iniziati, grazie a numerosi tecnici pisani supportati dagli homines della Societas Caralitane, i pisani già residenti sull’isola nella porzione di colle di loro pertinenza. E dopo poco tempo, tutto questo lavorio sul colle di Castello, proprio sopra le teste dei residenti di Santa Igia doveva ormai essere evidente, e sicuramente preoccupante, sopratutto per chi nel colle vantava delle proprietà come, ad esempio, il monastero di San Saturnino.

Benedetta, ormai relegata a Santa Igia, cerca allora di difendersi da questa invasione pisana e si rivolge alla Chiesa per avere protezione, giurando fedeltà alla Sede Apostolica nel novembre 1215. Questo atto estremo, era stato sempre rimandato da Benedetta, che sinceramente non voleva farlo, ma in quella situazione che stava diventando critica fu ritenuto l’unica possibilità di difesa dai pisani, ponendosi completamente sotto la protezione pontificia.

Poi, avvenne il vero e proprio colpo di mano. Dopo novembre 1215, un console pisano venne inviato a Cagliari con lo scopo di costringere Benedetta e Barisone a firmare il giuramento di fedeltà verso il comune di Pisa, per ordine del podestà, Ubaldo Visconti.

Benedetta, come il padre prima di lei, era in effetti anche Marchesa di Massa, quindi una cittadina pisana e non poteva opporsi al giuramento, che venne sottoscritto nei primissimi mesi del 1216, e la concessione del monte di Castro fu una conseguenza di quest’atto.

Il monte di Castro venne così estorto, ma seguendo una prassi ufficiale, attraverso la quale nulla venne lasciato al caso: prima il giuramento di fedeltà al Comune di Pisa da parte dell’autorità padrona del colle, la giudicessa; dopo, la concessione del colle, eseguita dalla neo-cittadina pisana in osservanza delle sentenze emesse dal Comune della sua nuova città.

Nel 1217-1218 il nuovo insediamento si era allargato e aveva ormai occupato il colle quasi per intero, con tutti gli spazi per la creazione di una vera e propria città. Nel 1217 Benedetta resasi conto della situazione quasi disperata, inviò una supplica al papa Onorio III, per il suo tardivo pentimento nel concedere la rocca di Castello ai Pisani.

Ma la Santa Sede non riuscirà a fermare l’azione dei pisani, che, già verso il 1218, iniziarono a progettare una chiesa all’interno del Castro (probabilmente la futura Santa Maria), fatto che lascia intendere che a quella data il progetto di trasformazione urbanistica del monte di Castro era già a un punto molto avanzato: la storia urbana di Castel di Castro era iniziata.

Da quel momento e fino al 1258, si verificò una situazione particolare nel giudicato cagliaritano, con la presenza di due centri urbani concorrenti, entrambi murati, a poca distanza l’uno dall’altro: Castel di Castro e Santa Igia.

Una situazione che si sarebbe risolta solo con l’eliminazione di una delle due città.

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Tirrenia…Alla ricerca delle tratte perdute. Seconda puntata. https://www.sardegnamagazine.net/tirrenia-alla-ricerca-della-tratta-perduta-seconda-puntata/ https://www.sardegnamagazine.net/tirrenia-alla-ricerca-della-tratta-perduta-seconda-puntata/#respond Mon, 23 Nov 2020 10:25:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20566 di Massimo Dotta E finalmente qualche risposta sulla Tirrenia e i collegamenti navali da Cagliari è arrivata. L’Unione Sarda in un articolo del 21/11/2020 intitolato “Dal 1 dicembre Tirrenia chiude le tratte con l’Isola: “Sardi sequestrati”“ ci fa sapere che “la compagnia vuole risposte chiare sui collegamenti in convenzione, chiesto l’intervento di ministero e Regione”. Ma perchè durante la settimana dal 23 al 29 Novembre si può partire? Sono andato sul sito Tirrenia e sono ricomparse le tratte Cagliari Civitavecchia e Cagliari Napoli, per quest’ultima settimana di Novembre. Eppure il 13 Novembre, quando è uscito il precedente articolo non era

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di Massimo Dotta

E finalmente qualche risposta sulla Tirrenia e i collegamenti navali da Cagliari è arrivata.

L’Unione Sarda in un articolo del 21/11/2020 intitolato “Dal 1 dicembre Tirrenia chiude le tratte con l’Isola: “Sardi sequestrati”“ ci fa sapere che “la compagnia vuole risposte chiare sui collegamenti in convenzione, chiesto l’intervento di ministero e Regione”. Ma perchè durante la settimana dal 23 al 29 Novembre si può partire? Sono andato sul sito Tirrenia e sono ricomparse le tratte Cagliari Civitavecchia e Cagliari Napoli, per quest’ultima settimana di Novembre. Eppure il 13 Novembre, quando è uscito il precedente articolo non era disponibile nessuna nave.

Nell’articolo la Tirrenia appare come parte lesa in una vicenda ingiusta, senza alcuna menzione ai fatti inerenti al “fallimento”, con la compagnia forzata dall’inadempienza della Regione a chiudere la tratta come estrema ratio.

Che la convenzione fosse scaduta e che fosse in proroga lo si sapeva da tempo, ma nessuno si è mai preoccupato” dichiara nell’articolo dell’Unione Arnaldo Boeddu, segretario generale Filt Cgil

Sul sito dell’Ansa il 22 Novembre compare l’articolo intitolato “Tirrenia, la Uil annuncia: dal 1 dicembre stop alle tratte con la Sardegna.” che riporta in breve “CGIL, GOVERNO E REGIONE NON STIANO ALLA FINESTRA” e le dichiarazioni di Truzzu che dice “Auspico, nel frattempo che si compiano i passi circa il rinnovo della convenzione che garantisce la continuità territoriale, che venga confermata la sacrosanta possibilità a tutti i cittadini sardi di muoversi come e quando si vuole […] Non entro nel merito della questione, ma giudico inaccettabile che i sardi vengano sequestrati a partire dal primo dicembre”.

Anche un servizio sul tg delle 20 di Videolina, del 21 Novembre, ha confermato le notizie della sospensione delle tratte in versione ridotta con un semplice elenco delle linee interrotte e la notizia che si perderanno circa 100 posti di lavoro, senza spiegarne in nessun modo il perché.

Addirittura il Corriere della Sera, in un articolo della Redazione Economia del 22 Novembre, si interessa alla faccenda scrivendo:”Un fulmine a ciel sereno: è questo l’annuncio di Tirrenia a istituzioni e sindacati con il quale la compagnia di navigazione dice di voler fermare alcune navi da e per la Sardegna e la tratta Ternoli-Tremiti dall’1 dicembre. A dire il vero che la situazione potesse precipitare dal un momento all’altro si era capito da alcuni segnali lanciati nelle scorse settimane, in particolare su alcuni mancati approdi nello scalo nel porto Ogliastrino di Arbatax.” Signori da Cagliari non si parte da fine ottobre altro che alcuni mancati approdi ad Arbatax.

Comunque la versione ufficiale del fatto che non si può più usufruire delle tratte da Cagliari operate da Tirrenia è che la società è costretta a chiuderle dal 1 dicembre a causa di problemi con la Regione o il Ministero dei Trasporti.

Che dire? Semplicemente che noi miseri mortali, normali cittadini, non avremo ancora risposte sulla nostra possibilità di muoverci dall’isola mentre, ironicamente, sulla posta elettronica arriva questo messaggio da news@tirrenia.it :

CON TIRRENIA È GIÀ L’ORA DELLA PROSSIMA ESTATE! E SEI PROTETTO DALLA POLIZZA MULTIRISCHI*!

Hai dato un’occhiata alle partenze per il 2021? Sul nostro sito trovi tutte le disponibilità per raggiungere la Sardegna o la Sicilia. E se prenoti entro il 31/12/2020 la polizza multirischi annullamento* te la regaliamo noi!

Quali tratte stiano pubblicizzando non si capisce bene, ed è forse per quello che promuovuono una polizza multirischi, perchè in effetti non si sa mai.

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Il Porto di Cagliari e di Civitavecchia non sono più collegati https://www.sardegnamagazine.net/cagliari-e-civitavecchia-non-sono-piu-collegati/ https://www.sardegnamagazine.net/cagliari-e-civitavecchia-non-sono-piu-collegati/#respond Fri, 13 Nov 2020 08:44:18 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20545 di Massimo Dotta Ci sono dei periodi strani per il trasporto sardo. Il più recente che io ricordi è avvenuto quando Meridiana ha smesso di operare e per vari mesi non esistevano collegamenti aerei con molte città come ad esempio Napoli. Ci troviamo ancora davanti ad un altro di quei momenti. Per capire di cosa sto parlando provate a cercare di viaggiare da Cagliari in nave nei prossimi mesi, diciamo Novembre, Dicembre e Gennaio e troverete che non ci sono navi che partono da Cagliari fino all’anno prossimo. Tirrenia comunica sul suo sito che i collegamenti da Cagliari a Civitavecchia

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di Massimo Dotta

Ci sono dei periodi strani per il trasporto sardo. Il più recente che io ricordi è avvenuto quando Meridiana ha smesso di operare e per vari mesi non esistevano collegamenti aerei con molte città come ad esempio Napoli.

Ci troviamo ancora davanti ad un altro di quei momenti. Per capire di cosa sto parlando provate a cercare di viaggiare da Cagliari in nave nei prossimi mesi, diciamo Novembre, Dicembre e Gennaio e troverete che non ci sono navi che partono da Cagliari fino all’anno prossimo.

Tirrenia comunica sul suo sito che i collegamenti da Cagliari a Civitavecchia saranno disponibili da Maggio 2021.

Provate pure con tutte le compagnie e l’unica nave che troverete in partenza da Cagliari di cui potete acquistare i biglietti è la Cagliari-Salerno operata da Grimaldi.

Vista la situazione, ho provato a cercare notizie su questa mancanza di navi per capire cosa stesse succedendo. E si trova poco di recente, nonostante il gran numero di giornali e notizie locali, nessuna notizia è disponibile sulla situazione dei collegamenti navali.

Un’articolo che ho trovato risale a qualche tempo fa e riportava dei guai economici della Tirrenia, con l’affermazione finale che dalla fine di Ottobre 2020 non si sapeva cosa sarebbe successo ai collegamenti operati da questa compagnia.

Onorato ha debiti da capogiro. Gli stanno attaccati alle costole tutti coloro che in questi ultimi otto anni gli hanno “prestato” una valanga di milioni per comprare la Tirrenia e non solo.” così riporta L’Unione Sarda in un articolo del 28 Ottobre.

In un altro articolo apparso su borsamagazine.it/ il 04/10/2020, intitolato “Moby-Tirrenia : un altro fallimento italiano” troviamo l’ultima notizia disponibile, che riporta che il fallimento è stato rinviato. “Eppure la società Moby (che ingloba anche Tirrenia e Toremar) è sana e solida, con un patrimonio di oltre 1 miliardo di euro. In questa situazione, qualcosa non quadra. […] A pesare gravemente sul bilancio infatti ci sono i pagamenti per anticipo noleggio disposti da Tirrenia, via Moby, a favore di Onorato Armatori S.p.a., attuale proprietario del gruppo. Si tratta di due navi consegnate in Germania nell’Ottobre 2018 e a Marzo 2019.” si legge nell’articolo.

E ora il niente, non è possibile partire da Cagliari in nave, eppure la Cagliari-Civitavecchia dovrebbe essere tutelata dalla continuità territoriale.

Quindi oggi per lasciare l’isola in nave si deve per forza raggiungere Olbia, se si vuole andare a Civitavecchia, e Porto Torres per raggiungere Genova. Potete trovare calendario e orari, e addirittura potete acquistare i biglietti, ma da Cagliari non si può partire in nave, tranne che verso Salerno con la Grimaldi, fino a quando non si sa.

Ora mi sembra che tutto questo sia quantomeno strano…ma sembra che, tra le numerose testate locali online, nessuno ne parli.

Possibile che tutto il traffico che normalmente viaggiava sulla tratta Cagliari-Civitavecchia e Cagliari-Napoli sia scomparso senza lasciare traccia?

Possibile che nessuno si sia accorto di questo fatto?

Possibile che nessuno abbia niente da dire al riguardo?

Se avete notizie comunicatecele! Perché realmente ci piacerebbe capire cosa sta succedendo e sopratutto cosa succederà in futuro.

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In streaming i filmati dell’ISRE https://www.sardegnamagazine.net/in-streaming-i-filmati-dellisre/ https://www.sardegnamagazine.net/in-streaming-i-filmati-dellisre/#respond Thu, 12 Nov 2020 15:16:53 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20528 di Massimo Dotta L’Istituto Superiore Regionale Etnografico (ISRE) è un centro di ricerca, studio e documentazione della vita sociale e culturale della Sardegna nelle sue manifestazioni tradizionali e nelle sue trasformazioni, ed è stato istituito dalla Regione Sarda nel 1972, anno centenario della nascita della scrittrice sarda Grazia Deledda. l’ISRE, con sede unica a Nuoro, porta avanti la propria missione in Italia e all’estero, attraverso molte attività. In collaborazione con L’ISRE, Martedì 17 novembre 2020 alle 17,30 saranno visibili sul canale YouTube CSCUNLAOristano e nella pagina FB del Centro Servizi Culturali Oristano:I Live curati dal CSCL’ISRE e il cinema40 anni

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di Massimo Dotta

L’Istituto Superiore Regionale Etnografico (ISRE) è un centro di ricerca, studio e documentazione della vita sociale e culturale della Sardegna nelle sue manifestazioni tradizionali e nelle sue trasformazioni, ed è stato istituito dalla Regione Sarda nel 1972, anno centenario della nascita della scrittrice sarda Grazia Deledda. l’ISRE, con sede unica a Nuoro, porta avanti la propria missione in Italia e all’estero, attraverso molte attività.

In collaborazione con L’ISRE, Martedì 17 novembre 2020 alle 17,30 saranno visibili sul canale YouTube CSCUNLAOristano e nella pagina FB del Centro Servizi Culturali Oristano:
I Live curati dal CSC
L’ISRE e il cinema
40 anni in 40 minuti
Incontro con Ignazio Figus
(Responsabile del Settore Produzione Audiovisuale dell’ISRE)

L’Iniziativa si lega alla filosofia che fin dagli esordi contraddistingue le azioni dell’ISRE, cioè promuove la pratica dell’antropologia visuale come strumento di analisi e documentazione della vita sociale dell’isola e di dialogo con le culture di tutto il mondo.
La produzione audiovisiva e cinematografica, incentrata sulla vita e sulla cultura tradizionali della Sardegna, è realizzata dall’Ente sia attraverso il proprio personale sia mediante ricorso a incarichi esterni.

E’ previsto dal programma anche un interessante incontro con Ignazio Figus, responsabile del Settore Produzione Audiovisuale dell’ISRE. Per dare una piccola nota biografica su Figus possiamo dire che si è formato nella produzione documentaristica presso l’Istituto Superiore Regionale Etnografico (ISRE), dove lavora dal 1987 curando l’attività cinematografica dell’Ente. La sua prima regia è del 1996 con il documentario Giorni di Lollove, sulla descrizione delle feste e della vita quotidiana nella frazione di Nuoro. Seguono poi, nel 1997 Il Lino a Busachi, nel 2000 Toccos e Repiccos – Campanari in Sardegna, nel 2004 Dogon in Barbagia, con il racconto della permanenza di un gruppo di danzatori e musicisti Dogon a Mamoiada, nel 2008 Brokkarios – Una famiglia di vasai, nel 2014 con la collaborazione dell’antropologo Cosimo Zene realizza S’impinnu (Il voto) e nel 2017 conclude il progetto filmico “La Cena delle Anime” incentrato sul culto dei morti in Sardegna.

Filmografia:
Giorni di lollove ( isre, 1996), Intintos (isre, 1996), Il Lino a Busachi (ISRE, 1997), Il racconto dei nuraghi (centro studi culture mediterranee, 1997),
Mario Delitala, l’armonia totale dell’arte (Isre/Ilisso 1999), Toccos e repiccos. campanari in sardegna (isre, 2000), Altri Mari 2007 – Meticci in Sardegna e nel Mediterraneo (San Vero Milis, agosto 2007), Isole che parlano 2007 (Palau, settembre 2007), ETNOFONIE Incontri con le musiche dell’identità (Sassari, maggio 2009), Il pranzo. un giorno nella vita di giovanna (condiVisioni 2000), Cibo all’isre (isre, 2002), Giuseppe, pastore di periferia (condiVisioni 2004) Brokkarios, una famiglia di vasai (ISRE, 2008), Trittico Pastorale (condiVisioni 2008), Il Coraggio e la Poesia (Amm.ne Comunale di Ittiri /Ass.ne Pro Loco Ittiri 2010), S’impinnu (Il Voto) (ISRE 2014) e Ab Origine – biofilm (condiVisioni 2015).

Connettetevi sul canale YouTube CSCUNLAOristano, Martedì 17 novembre 2020 alle ore 17,30!

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L’O.N.C. nega l’accreditamento al CSV Sardegna Solidale O.d.V. https://www.sardegnamagazine.net/lo-n-c-nega-laccreditamento-al-csv-sardegna-solidale-o-d-v/ https://www.sardegnamagazine.net/lo-n-c-nega-laccreditamento-al-csv-sardegna-solidale-o-d-v/#respond Mon, 02 Nov 2020 14:10:32 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20514 Incredibile decisione dell'ONC che non accredita uno dei pochi centri di vero volontariato operativi in Italia

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https://www.change.org/p/fondazione-onc-organismo-nazionale-di-controllo-sui-csv-difendi-il-volontariato-sardo/u/27995316

L’ONC decide la sorte dei volontari della Sardegna

L’Organismo nazionale di Controllo, previsto dall’art.64 del D.lgs. 117/2017, è una fondazione con personalità giuridica privatistica, senza scopo di lucro, costituita con Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali del 19 gennaio 2018 per svolgere funzioni di indirizzo, finanziamento e controllo sul sistema dei Centri di Servizio per il Volontariato (CSV).

La norma attribuisce all’ONC autonomia statutaria e gestionale, nel rispetto dalle norme del Codice del Terzo Settore, del C.C. e delle norme di attuazione. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali esercita, ai sensi dell’art. 25 del codice civile, le funzioni di vigilanza e di controllo sulla fondazione.

L’ONC esercita le proprie funzioni anche per il tramite dei suoi uffici territoriali, gli Organismi Territoriali di Controllo (OTC), privi di autonoma soggettività giuridica.

Le risorse per il funzionamento dell’ONC e degli OTC, come quelle per il finanziamento delle attività dei CSV, provengono dal Fondo Unico Nazionale su cui giungono annualmente i contributi delle Fondazioni di origine bancaria (FOB); ad incremento del proprio patrimonio, l’Organismo Nazionale di Controllo può beneficiare di ulteriori risorse derivanti da donazioni, disposizioni testamentarie, erogazioni liberali e da contributi ed elargizioni di soggetti pubblici e privati.

Ma da chi è composto questo Organismo?

Ai sensi del D.M. n. 135 del 4 ottobre 2019 questi sono attualmente i componenti:

EFFETTIVI                                                                                          SUPPLENTI

in rappresentanza di ACRI

Prof. Francesco Profumo (Presidente)                                  Dr. Vincenzo Marini

Dr. Giuseppe Morandini                                                 Dr. Giandomenico Genta

Dr. Antonio Finotti                                                                    Ing. Antonio Cabras

Dr. Carlo Rossi                                                                     Dr. Giampiero Bianconi

Dr.ssa Roberta Demartin                                                     Dr. Romano Sassatelli

Dr. Giorgio Righetti                                                            Dr.ssa Enrica Salvatore

Dr. Roberto Giusti                                                             Dr.ssa Cristiana Fantozzi

in rappresentanza di CSVnet-Associazione nazionale dei centri di servizio per il volontariato:

Dr. Stefano Tabò                                                                   Avv. Luciano Squillaci

Dr. Roberto Museo                                                                   Dr. Silvio Magliano

in rappresentanza del Forum nazionale del Terzo settore:

Sig.ra Claudia Fiaschi                                                               Sig. Raffaele Caprio

Sig. Maurizio Mumolo                                                              Sig. Vincenzo Costa

in rappresentanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

Prof. Antonio Fici                                                                       Sig.ra Livia Zuccari

in rappresentanza della Conferenza Stato-Regioni

Avv. Stefano Saccardi                                                          Dr.ssa Flavia Franconi

Ma da quali ambiti dove provengono i componenti?

I 13 componenti del Consiglio di amministrazione sono designati da vari soggetti pubblici e privati ai sensi dell’art. 64, comma 2 del Codice del Terzo Settore; la maggioranza di essi è espressione delle Fondazioni di origine bancaria.

Quindi in sostanza di volontari non ce ne sono. La maggior parte dei componenti sono espressione di Fondazioni bancarie.

Si, perché sono proprio le fondazioni bancarie che sostengono in prevalenza i finanziamenti per le ODV e per gli altri enti del III settore. In altri termini le fondazioni danno i soldi e decidono a chi darli e suggeriscono come farli spendere.

Ma a differenze di tutte le altre regioni d’Italia, in Sardegna per oltre vent’anni ha operato il Centro di Servizio per il Volontariato Sardegna Solidale che non spende buona parte dei fondi assegnati per pagare dipendenti (in alcuni CSV d’Italia con stipendi davvero significativi) ma investe quasi tutti i suoi fondi per le attività di volontariato e a sostegno delle associazioni che operano nel territorio, praticando la filosofia di “Volontari per Volontari”.

In un mondo assai mercificato dove tutto pare debba avere una logica economica e speculativa questo genere di filosofia operativa crediamo desse fastidio. Perché la Sardegna non si omologava a questi parametri.

Oggi l’ONC ha deciso di non accreditare il CSV Sardegna Solidale in virtù di cavilli formali interpretati ad hoc da valenti e compiacenti giureconsulti che, lungi dal ricercare una possibile soluzione, hanno intensificato i loro sforzi, sostenuti da una certa area politica, fino al punto di portare il Presidente dell’ONC ad adottare questo ingiusto provvedimento che lede il diritto ad essere accreditati previsto dall’art. 101 e le scelte di libertà e di autonomia dei volontari della Sardegna.

Eppure vorrà dire qualcosa se oltre i 2/3 dei Sindaci della Sardegna, la Conferenza Episcopale della Sardegna abbiano mostrato la propria solidarietà al CSV Sardegna Solidale e migliaia di volontari abbiano sottoscritto una pubblica petizione in tal senso su Change.org?

E pensare che questo settore avrebbe dovuto essere un modello, un affidabile punto di riferimento etico e programmatico per il ben agire e disegnare scenari di vita pacifica e sostenibile!

Ma la politica, nel senso più negativo del termine, si è impossessata anche di questo settore, “il terzo”, sostituendo i volontari e gli associati con burocrati e banchieri che hanno altri interessi e sensibilità rispetto a quelli propri di questo importante settore. Settore che, nonostante tutto,  produce PIL e anche tanti voti…

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Volontariato in Rete: una proposta di Sardegna Magazine https://www.sardegnamagazine.net/volontariato-in-rete-una-proposta-di-sardegna-magazine/ https://www.sardegnamagazine.net/volontariato-in-rete-una-proposta-di-sardegna-magazine/#comments Sun, 01 Nov 2020 17:40:53 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20511 redazione Quando nel mondo capitano disastri di varia natura come terremoti, alluvioni, inondazioni, carestie o, come nella fase attuale, fenomeni di immigrazioni e pandemie distruttive si mobilita sempre la presenza dei volontari che supportano l’azione degli apparati di soccorso dei singoli Stati. Il mondo del volontariato opera spesso in silenzio, senza apparire troppo sui media, che ne parlano, a volte, senza conoscere esattamente le attività svolte dalle tante Associazioni sparse nel mondo e, spesso, ne ignorano anche l’esistenza. L’Istat ha fotografato la situazione del Vontariato con riferimento all’anno 2018. A tale data risultavano presenti in Italia 359.574 Associazioni che si

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redazione

Quando nel mondo capitano disastri di varia natura come terremoti, alluvioni, inondazioni, carestie o, come nella fase attuale, fenomeni di immigrazioni e pandemie distruttive si mobilita sempre la presenza dei volontari che supportano l’azione degli apparati di soccorso dei singoli Stati.

Il mondo del volontariato opera spesso in silenzio, senza apparire troppo sui media, che ne parlano, a volte, senza conoscere esattamente le attività svolte dalle tante Associazioni sparse nel mondo e, spesso, ne ignorano anche l’esistenza.

L’Istat ha fotografato la situazione del Vontariato con riferimento all’anno 2018. A tale data risultavano presenti in Italia 359.574 Associazioni che si distinguevano per le diverse forme giuridiche: l’85% rientravano nell’ambito delle Associazioni riconosciute e non riconosciute, il 4,4% delle Cooperative Sociali, il 2,2% delle Fondazioni e il restante 8,4% con altra forma giuridica.

La suddivisione territoriale evidenzia come il 27,9% delle Associazioni era presente nel Nord-Ovest dell’Italia, il 22,8% nel Nord-Est, il 22,2% nel Centro, il 17,7% nel Sud e il 9,4% nelle Isole.

Per quanto riguarda i settori di attività prevalente, l’Istat evidenzia come il 64,4% delle Associazioni si occupa di cultura e sport, il 9,3% di assistenza sociale e protezione civile, il 6,5% di relazioni sindacali, il 4,7% di religione e il 3,9% di istruzione e ricerca.

Infine, bisogna mettere in evidenza che il numero di Associazione del Terzo Settore è in costante crescita, passando da 235.232 nel 2001 a 301.191 nel 2011, per arrivare nel 2018 a 359.574.

Relativamente alla Sardegna non sono disponibili dai ufficiali, ma si stimano, sempre nel 2018, circa 1.700 Associazioni e 45.000 volontari.

Il mondo del volontariato è una realtà, come detto, spesso silenziosa, ma non per questo meno importante, e svolge le diverse attività senza clamore e senza alcuna affiliazione politica o religiosa, in quanto l’attività è rivolta a coloro che necessitano di aiuti in vari campi e vari livelli a prescindere dalle diverse etnie o credo religiosi.

Sardegna Magazine, periodico online, presente sul territorio dell’Isola fin dal 1986, ha deciso di dare voce alle Associazioni della Sardegna con una rubrica specifica, dedicata a far emergere la storia, le specificità di ciascuna organizzazione e il radicamento nel territorio in cui operano.

Compatibilmente con l’andamento della pandemia e le relative regole da seguire, saranno realizzate anche interviste dirette, foto e filmati che evidenzino il ruolo e le iniziative poste in essere da ciascuna Organizzazione.

Per poter preparare adeguatamente gli articoli dedicati, ciascuna Associazione potrà inviare una mail all’indirizzo redazione@sardegnamagazine.net o mettersi in contatto con il numero telefonico 3701282173 (anche via whatsapp), fornendo i contatti a cui potersi rivolgere per la fissazione di un incontro.

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La storia di Cagliari inizia da Marina piccola… https://www.sardegnamagazine.net/la-storia-di-cagliari-inizia-da-marina-piccola/ https://www.sardegnamagazine.net/la-storia-di-cagliari-inizia-da-marina-piccola/#respond Sat, 31 Oct 2020 15:35:40 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20467 La storia di Cagliari inizia a Marina piccola...

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di Roberto Copparoni

Si dice che la storia abbia avuto inizio con la scrittura e pertanto, non essendo ancora dimostrato che i popoli neolitici e nuragici avessero una scrittura, si ascrivono con una eccessiva facilità alla preistoria tutte quelle civiltà e culture che non ne facevo uso.

Ma in realtà cose è la scrittura? E’ una delle tante forme di comunicazione, forse da oltre 5000 anni la più pratica, ma di certo non l’unica.

Infatti ci sono tanti esempi di civiltà e culture che, pare non usassero la scrittura ma che ciononostante, ci hanno trasmesso un incredibile insieme di testimonianze, segni e simboli di cui, ancora oggi, non abbiamo appieno compreso e studiato il loro significato. Giusto per citarne una vicina a noi,,,penso alla civiltà neolitica e nuragica. A Cagliari se ne è parlato sempre assai poco di questo periodo. E fra i pochi che lo hanno fatto deve citarsi il Prof. Enrico Atzeni, illustre studioso del neolitico della Sardegna, a cui va tutta la nostra stima e riconoscenza.

Ma come mai si è indagato così poco?

Questo motivo è dato dal fatto che studiare le civiltà storiche è senza dubbio più agevole, non fosse altro per il fatto della vasta letteratura degli studi esistente e per via della maggiore presenza nei territori di reperti archeologici ascrivibili ai fenici, punici e romani; civiltà che usavano per l’appunto la scrittura.

Fra l’altro si devono segnalare due considerazioni assai importanti. La prima è data da fatto che assai spesso le civiltà che nei secoli si sono succedute in un determinato territorio si sono come stratificate, sovrapponendosi una sull’altra, con edifici, strade, necropoli e templi che di frequente riutilizzavano i precedenti materiali, murature, colonne, basamenti, ecc. o modificando gli spazi e le linee architettoniche dei medesimi edifici. Cagliari è un tangibile esempio di questo fenomeno poiché essa vive su se stessa da oltre 2000 anni. Chi ci impedisce di pensare che sotto gli edifici del rione di Castello, il Castello di San Michele, il faro e la torre di Calamosca, la torre di Sant’Elia o lo stesso fortino di Sant’Ignazio non vi fossero delle preesistenti strutture preistoriche? La seconda considerazione è data dal fatto che la Sardegna è la regione d’Italia e forse della Europa dove sono maggiormente visibili le testimonianze di civiltà preistoriche.

Pertanto anche il territorio di Cagliari, in considerazione della felice posizione, non sarebbe da meno. Eppure queste testimonianze non vengono ricercate, protette e valorizzate. Perché?

Peraltro volendo ritrovare le tracce di queste arcaiche civiltà, dovremmo come accantonare dal nostro sguardo la monumentalità dei templi romani e greci a cui siamo stati abituati da una certa iconografia classica.

Occorre pertanto abituarsi a osservare con maggiore attenzione i rilievi dei territori, la tipologia dei terreni, la presenza e posizione delle piante, la tipologia, posizione, l’orientamento di massi e rocce di cui le culture megalitiche hanno fatto largo uso, in altre parole reinterpretare e rileggere i luoghi con uno sguardo diverso.

Ma cosa ci hanno trasmesso e comunicato i popoli che hanno preceduto questa storia?

Sicuramente tanto, anche se poco compreso. Certamente un più profondo rapporto con i cicli della vita e delle stagioni, la natura, l’ambiente. il clima e gli eventi atmosferici.

Ma per rispondere alla nostra domanda dobbiamo prima di tutto munirci anche di una certa immaginazione e pensare a dei luoghi fisici molto diversi da quelli che oggi sono sotto i nostri occhi.

Infatti il Golfo degli angeli, oggi ricoperto dal mare, in cui svetta a mo di mezzeria nell’arco il promontorio della sella del diavolo, circa 12.000 anni fa era in buona parte terra emersa (infatti il mare era posto a otre 100 metri al di sotto dalla attuale linea) e la spiaggia del Poetto non esisteva ancora. Peraltro deve segnalarsi che proprio a Marina Piccola e in prossimità dell’attuale area dei parcheggi sono state rinvenute alcune capanne del periodo del neolitico antico (periodo grosso modo compreso fra i VI e V millennio a.C.). Fra l’altro queste capanne rappresentano probabilmente la più antica stazione preistorica all’aperto della Sardegna. Anche in prossimità della sella del diavolo, sia nella grotta dei Colombi e poco distante, nella Grotta di Sant’Elia (oggi non più visibile) sono state ritrovati reperti dello stesso periodo. Ma quali erano questi reperti? Punte di freccia di ossidiana, lame raschiatoi, frammenti di ceramica decorata con dei gusci di conchiglie (ceramica cardiale), elementi di collane e resti di cibo. La cosa buffa è che la maggior parte di questi reperti sono conservati nel Museo Preistorico Etnografico Pigorini di Roma (Perchè non sono a Cagliari?).

Un mio vecchio amico mi diceva spesso: “Tempus regict actum”, ovvero il tempo misura il senso e il valore delle cose.

Ma se le opere neolitiche o nuragiche durano nel tempo e resistono meglio di altre, magari rispetto a quelle realizzate da civiltà che facevo largo uso della scrittura, questo avrà un qualche significato?

Forse ci hanno comunicato quanto e più di 100 o di 1000 libri.

Il vero problema è che non non riusciamo a leggerle correttamente o interpretarle in modo adeguato. Tutto qui.

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Incidenti, sicurezza stradale e altre amenità. https://www.sardegnamagazine.net/incidenti-sicurezza-stradale-e-altre-amenita/ https://www.sardegnamagazine.net/incidenti-sicurezza-stradale-e-altre-amenita/#respond Sat, 31 Oct 2020 11:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20470 Di Massimo Dotta Secondo i più recenti dati diffusi dall’ISTAT, in Sardegna, durante il 2019, sono avvenuti 3.633 incidenti stradali, con il conseguente decesso di 71 persone e il ferimento di 5.374. La maggior parte dei sinistri è accaduta all’interno delle zone urbane (ben 2.173, ovvero il 59,8% del totale), e infatti leggiamo spesso sui quotidiani locali dell’ennesimo incidente stradale, con la consolidata formula di rito “per cause da accertare”. A Cagliari si verificano un numero di incidenti stradali impressionanti in rapporto al numero di veicoli circolanti. In effetti, anche per esperienza personale, guidare in città non è sempre facile,

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Di Massimo Dotta

Secondo i più recenti dati diffusi dall’ISTAT, in Sardegna, durante il 2019, sono avvenuti 3.633 incidenti stradali, con il conseguente decesso di 71 persone e il ferimento di 5.374.

La maggior parte dei sinistri è accaduta all’interno delle zone urbane (ben 2.173, ovvero il 59,8% del totale), e infatti leggiamo spesso sui quotidiani locali dell’ennesimo incidente stradale, con la consolidata formula di rito “per cause da accertare”. A Cagliari si verificano un numero di incidenti stradali impressionanti in rapporto al numero di veicoli circolanti.

In effetti, anche per esperienza personale, guidare in città non è sempre facile, in generale sembra che lo stile di guida tenda all’intimidazione più che alla prudenza. Viene da pensare da cosa possa essere originato un fenomeno come questo, dal momento che sono possibili molte altre possibilità di comportamento alla guida.

Al di là dei moderni mezzi di distrazione come il telefonino, argomento che non toccherò per motivi di ridondanza, quello della guida di autoveicoli, appare se analizzato, un mondo complesso dove entrano in gioco diversi fattori umani e concetti di psicologia, sociologia ed etica.

Interessante, dal punto di vista psicologico, il fatto che alla guida ci si trova in una situazione di proiezione in movimento dello spazio personale, quell’area inviolabile intorno a noi, all’interno della quale ci sentiamo sicuri, e che dipende nella sua ampiezza dal nostro stato mentale. Ad esempio l’ansia tende ad ampliarlo notevolmente e quando si guida, una leggera componente d’ansia è sempre presente. Sembra una cosa banale ma lo spazio peripersonale difensivo ha un confine netto che varia da persona a persona, e all’interno di questo spazio vi è “zona ad altissimo rischio” la cui invasione genera reazioni difensive anche violente.

Oltretutto l’atto di guidare riflette la sfera simbolica delle rappresentazioni culturali, cioè rende evidenti tutte le associazioni simboliche che ciascun i noi costruisce attorno all’automobile, un ambito di studi ricco di spunti interessanti. Ogni persona, infatti, ha un personale archivio di interpretazioni e immagini da cui attinge per descriverne il ruolo che l’automobile ha nella loro vita quotidiana, un frame entro cui la macchina acquisisce senso.

Le pubblicità delle case automobilistiche agevolano la costruzione di determinate interpretazioni dell’auto e sono lo strumento più potente per veicolare specifici significati.

Insomma l’atto stesso di guidare coincide spesso con una intera visione del mondo, con molte espressioni di affermazione di esistenza personale, generando atteggiamenti anche aggressivi e di prevaricazione.

Veri e propri habitus, che un individuo apprende grazie alle diverse forme di socializzazione, basandosi su messaggi spesso in contraddizione.

Nella comunicazione sull’automobile troviamo, infatti, “messaggi normativi” riferiti alla sicurezza stradale mischiati con “messaggi edonistici” dalle pubblicità che promuovono automobili sempre più veloci e potenti. Quindi vengono proposti sia il rispetto delle norme del Codice della strada come segnale di maturità e responsabilità, che “modelli di adulti vincenti”, associati a comportamenti estremi e incuranti del rispetto per gli altri individui presenti sulla strada, che con le condizioni reali della mobilità urbana possono risultare disorientanti. I bambini ad esempio seguono corsi di educazione stradale, sempre più diffusi nelle scuole, ma poi vedono quotidianamente comportamenti di guida, non sempre corretti, dei propri familiari.

I comportamenti che formano l’habitus sono trasmissibili e se si vuol davvero capire come questo si formi si devono studiare le pratiche di inculcamento attraverso cui si forma.

Come nel famoso primo episodio del film i Mostri, Educazione sentimentale, dove si vede un padre che “forma” il figlio, fino all’epilogo finale in cui l’educazione darà i suoi frutti.

Il problema della sicurezza alla guida non è solo un problema di velocità eccessiva, risolvibile con una serie di autovelox piazzati per un certo periodo in una serie di punti chiave, ma è sopratutto un problema di mancanza di comprensione di alcuni concetti abbastanza semplici.

Gli esempi potrebbero essere molti, ma vorrei evidenziare, ad esempio, un atteggiamento che trovo veramente insopportabile è la mancanza di rispetto della distanza di sicurezza tra autoveicoli. Trovarsi con una macchina attaccata come una zecca è un fatto diffusissimo in tutta l’Isola, ed è purtroppo molto pericoloso, anche a basse velocità.

Bisognerebbe fare un’analisi di ciò che succede per la testa del conducente attaccato in coda, perché realmente incuriosisce la sequenza logica che origina questo comportamento: si vuol fare paura? Come a dire o ti sposti o ti travolgo; come è possibile non capire che se viaggio, diciamo per essere corretti, a 90 km orari, e non lascio distanza dal veicolo che mi precede, in caso di frenata tampono di sicuro l’auto davanti?

Si arriva così alla situazione sandwich, in cui diverse macchine si accodano a pochissima distanza le une dalle altre, ricordando i vagoni di un treno, salvo poi tamponarsi a vicenda in caso di frenata del primo della fila.

Insomma è probabile che per affrontare i problemi della guida e della sicurezza stradale si debba fare un lavoro non normativo, con nuovi divieti o restrizioni, ma più che altro pedagogico cercando di cancellare quei messaggi in cui certi atteggiamenti sono considerati “fighi”, ossia degni di essere imitati e ripetuti.

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La Festa di San Saturnino https://www.sardegnamagazine.net/la-festa-di-san-saturnino/ https://www.sardegnamagazine.net/la-festa-di-san-saturnino/#respond Fri, 30 Oct 2020 17:36:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20768 Come è da anni tradizione la Pro loco di Cagliari in collaborazione con Amici di Sardegna ha organizzato una visita guidata, nel rispetto della normativa anti covid, all’area della Basilica paleocristiana di San Saturnino. E’ stata l’occasione per ripercorrere nei secoli la storia del patrono della città di Cagliari e della Basilica a lui consacrata.

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Come è da anni tradizione la Pro loco di Cagliari in collaborazione con Amici di Sardegna ha organizzato una visita guidata, nel rispetto della normativa anti covid, all’area della Basilica paleocristiana di San Saturnino. E’ stata l’occasione per ripercorrere nei secoli la storia del patrono della città di Cagliari e della Basilica a lui consacrata.

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L’origine e il significato della festa di Halloween https://www.sardegnamagazine.net/lorigine-e-il-significato-della-festa-di-halloween/ https://www.sardegnamagazine.net/lorigine-e-il-significato-della-festa-di-halloween/#respond Thu, 29 Oct 2020 17:44:33 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20477 Halloween è Is Animeddas...

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di Francesca Palomba

In occasione della festa di Halloween, che da una ventina d’anni è diventata di moda anche in Italia, abbiamo posto alcune domande al Prof. Paolo Piu-Cortis, conoscitore delle tradizioni popolari, i cui simboli e significati  sono spiegati nel suo libro: “Sciamanesimo, Miti, Tradizioni”.

Halloween è conosciuta come la “festa dei morti” ed è molto diffusa in America. In che cosa consiste esattamente  e quale legame può esserci con gli antichi culti  dei defunti che venivano praticati in ambito europeo?

“Pur essendo lontana nel tempo, Halloween è più vicino a noi di quanto si immagini. Questa festa, che inizialmente  non si chiamava così, apparteneva alla tradizione celtica, ed era una delle quattro principali celebrazioni dell’anno.”

Quando veniva celebrata?

“La notte di luna piena più vicina alla fine di ottobre; indicava l’inizio del nuovo anno e le fine della stagione estiva. Era credenza comune che, durante la notte, gli spiriti tornassero nel mondo dei vivi. Quindi si facevano offerte simboliche di cibo e bevande per ingraziarsi il loro potere sovrannaturale, così che non fosse malevolo, ma propizio ai viventi.”

Si conosce il rituale preciso che i Celti praticavano?

“Purtroppo dei Celti si conosce poco. La loro cultura fu in gran parte cancellata dai Romani. Non ci sono sufficienti elementi per conoscere i dettagli di queste cerimonie. L’aspetto più interessante della loro visione spirituale è che anche i vivi potessero entrare nel mondo dei defunti. Si credeva che esso fosse collocato all’interno di montagne o colline e che il suo accesso si trovasse negli anfratti rocciosi. Se si entrava in tali luoghi dell’oltretomba, durante questa ricorrenza, non si poteva più uscire dal mondo degli spiriti. Nella favolistica successiva, specialmente nella cultura irlandese, gli spiriti venivano identificati in fate e folletti, che suonavano e danzavano ininterrottamente. L’individuo, rapito da questa melodia, non era più capace di liberarsi dalla frenesia della danza e ne rimaneva intrappolato.”

Queste antiche tradizioni celtiche sono andate completamente perdute?

“Non proprio. Sarebbe meglio dire che si sono trasformate quando si è affermato il nuovo credo  religioso del cristianesimo. Infatti nel VI secolo Gregorio Magno istituì, facendola cadere nello stesso periodo dell’anno (fine ottobre – primi di novembre), la festa di Tutti i Santi e la commemorazione dei defunti, che in qualche modo ricordava l’antica tradizione celtica. Anche il nome venne cambiato, da Samhain ad Halloween, contrazione di alcuni termini inglesi: ALL HALLOWS EVE , che significa “la vigilia di tutti i Santi”; ciò ha dato luogo al termine attuale. “

Quale è il legame tra questa tradizione celtica e la festa americana oggi tanto in voga?

“Nel XIX secolo gli irlandesi migrarono negli Stati Uniti portando con sé tradizioni e folclore, tra cui questa ricorrenza, che sul suolo americano si trasformò, perdendo i connotati del sacro e aggiungendo particolari come la zucca, che è diventata il simbolo stesso della festa. Inoltre qui si dà maggior spazio a figure in qualche modo legate al mondo dell’occulto e al romanzo gotico: maghi, streghe, vampiri, zombi, mescolando così varie tradizioni e dotando questa festa di un carattere molto consumistico. Sono soprattutto i bambini che la festeggiano, come una sorta di carnevale.”

Come è visto tutto ciò dai cattolici?

“La cultura cattolica ha demonizzato questa festa, sottolineandone gli aspetti più negativi collegati al mondo dell’oltretomba.”

Come si innesta oggi Halloween nella nostra cultura, dato che è ormai entrata anche in Italia, secondo lo stile americano?

” Per come viene festeggiata oggi non ha gran senso, se non come risultato della globalizzazione; ma se andiamo a ricercare le origini celtiche, vediamo che si tratta di una tradizione molto più vicino a noi di quanto si pensi. Infatti i Celti occupavano gran parte dell’Europa occidentale, compreso il nord Italia dalla zona alpina alla Pianura Padana. Anche in Sardegna sopravvivono tradizioni simili, come “Is animeddas”  durante la quale per onorare e accogliere il loro spirito si offriva del cibo ai defunti, come i caratteristici biscotti detti Ossi di morto“.

NDR: Se ne avete piacere partecipate a un suggestivo evento, particolarmente indicato per i bambini, che si terrà a Tuvixeddu il 31: https://www.facebook.com/events/868026100614188

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Prezioso come i gioielli della corona…. https://www.sardegnamagazine.net/prezioso-come-i-gioielli-della-corona/ https://www.sardegnamagazine.net/prezioso-come-i-gioielli-della-corona/#respond Sun, 25 Oct 2020 11:01:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20418 di Massimo Dotta Il “Lloyds Bank coprolite”, fossile di feci umane scoperto durante la costruzione di una sede dei Lloyds di Londra (da cui prende il nome), è stato definito dal paleoscatologo Andrew Jones “prezioso come i gioielli della corona“. L’escremento prodotto nel IX secolo, non si sa a chi appartenga, probabilmente venne espulso nella città di York del Regno di Jórvík, un piccolo ma prospero stato occupato dai Vichinghi danesi. Il reperto venne esposto al centro di archeologia della città di York, ma nel 2003 fu fatto cadere da alcuni visitatori e si ruppe in 3 parti. Grazie a

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di Massimo Dotta

Il “Lloyds Bank coprolite”, fossile di feci umane scoperto durante la costruzione di una sede dei Lloyds di Londra (da cui prende il nome), è stato definito dal paleoscatologo Andrew Jones “prezioso come i gioielli della corona“.

L’escremento prodotto nel IX secolo, non si sa a chi appartenga, probabilmente venne espulso nella città di York del Regno di Jórvík, un piccolo ma prospero stato occupato dai Vichinghi danesi. Il reperto venne esposto al centro di archeologia della città di York, ma nel 2003 fu fatto cadere da alcuni visitatori e si ruppe in 3 parti. Grazie a un’opera di “riparazione”, oggi il coprolite di York è nuovamente intero, esposto al Jorvik Viking Center dal 2008.

Tutto questo interesse per il fossile, muove una curiosità spontanea verso un campo poco indagato anche se “potenzialmente” interessante, quello dei bisogni fisiologici nella storia. Tra il serio e il faceto molte domande possono essere poste, ad esempio come si ripulivano gli antichi dopo essere andati di corpo?

Difficile dirlo secondo Susan Morrison, docente di letteratura medievale del Texas State University e autrice del libro “Excrement in the Middle Ages; Sacred Filth and Chaucer’s Fecopoetics” (Escrementi nel Medioevo; Sporcizia Sacra e Fecopoetica di Chaucer, Palgrave Macmillan, 2008). “La maggior parte dei materiali non li abbiamo perchè di natura organica che tende a scomparire” ha dichiarato la Morrison in un intervista a Live Science. In ogni caso gli esperti sono riusciti a raccogliere campioni con qualche traccia di feci, ed esistono descrizioni di carta igienica nell’arte e nella letteratura.

Nella storia pare che si siano usati tutti i genere di espediente per nettarsi dopo i bisogni fisiologici, dalle proprie mani a pannocchie di mais, fino alla neve. Alcuni dei più antichi materiali rinvenuti sono dei bastoncini igienici, di bambù avvolto di tessuto, datati al 1000 aC, in Cina, secondo uno studio del 2016 pubblicato sul Journal of Archaeological Science.

Anche il wc venne ritrovato in Cina, in una tomba della dinastia Han, risalente a circa 2000 anni fa, molto simile a quello moderno, con seduta e sistema di scolo a caduta. Un wc che risale al 2000 aC è stato ritrovato anche a Creta: fatto di legno e ceramica, aveva un apposito canale di scolo sotterraneo che portava direttamente a un fiume.

Pietra scavata come sedile per toilet (1372-1355 aC). Museo del Cairo.

Una pietra scavata come sedile per “toilette” è stata trovata in Egitto, durante gli scavi nel palazzo reale di Amarna, risalente al periodo di Akhenaton (1372-1355 aC), e ora esposta al museo del Cairo.
Il primo wc europeo moderno fu invece realizzato nel 1775 dallo scozzese Alexander Cummings, che aggiunse, al prototipo iniziale dello scrittore John Harlington, un utile sifone.

Per rispondere alla domanda iniziale alcuni studiosi sostengono che, dal 332 aC al 642, greci e romani pulivano il loro posteriore con un bastoncino chiamato tersorium, dotato di una spugna a una estremità, posto nei bagni pubblici per uso pubblico. Altri studiosi dissentono, e sostengono che il tersorium non era usato per pulire le persone ma piuttosto i bagni dove queste defecavano. Al di là delle polemiche si sà per certo che questo strumento veniva pulito immergendolo in un secchio di sale o acqua e aceto, e poi sotto l’acqua che scorreva sotto le latrine.

Un Tersorium romano.

Pare che si usassero, sopratutto in Grecia, anche dei pezzi di ceramica arrotondati, in forma ovale o circolare, chiamati pessoi, per pulirsi il deretano. Questi manufatti sono stati ritrovati abbastanza numerosi dagli archeologi, ma sono numerose anche le testimonianze del come si usassero raffigurate sulle coppe per vino.

Kylix (coppa per vino) greco del 510–500 aC.

Nel Giappone dell’ottavo secolo, si usava un altro bastoncino di legno chiamato chuugi, ma anche se sembra che questi bastoncini igienici fossero la soluzione preferita dagli antichi, in realtà ci si puliva con diversissimi materiali: dalla semplice acqua, alle foglie, erba, pietre, pellicce di animali e conchiglie. Nel medioevo si usavano muschio, pelli, paglia, stoffa e pezzi di tappeti e arazzi.

La carta igienica, così come noi la intendiamo, è una creazione relativamente recente, e le prime tracce si trovano, ancora una volta, in Cina, come bene destinato all’uso della famiglia imperiale nel XIV secolo.

Nel 1857 viene, per la prima volta, prodotta industrialmente negli Stati Uniti la carta per uso esclusivamente igienico grazie a Joseph Gayetty, ricordato anche perché stampava il suo nome su ogni singolo foglio. Nel 1879 appare poi in commercio la prima carta igienica in rotoli.

Considerata spesso inefficiente e scomoda, finalmente nel 1942 la carta igienica in Inghilterra diventa più soffice e robusta, e fa la sua comparsa la prima carta a doppio velo. In Italia invece la carta igienica era considerata un lusso fino agli anni ’50 del Novecento, per poi diventare un prodotto di uso popolare.

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Accadde a Cagliari: Ostaggi di guerra. https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-ostaggi-di-guerra/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-ostaggi-di-guerra/#respond Thu, 22 Oct 2020 12:14:38 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20403 di Massimo Dotta Tra i vari fatti curiosi che fanno parte della storia di Cagliari, uno ha riguardato degli ostaggi di guerra francesi e turchi, temporaneamente costretti a non lasciare la città. Che non si offenda nessuno per questa domanda che sembra svilire il livello di conoscenza storica dei nostri lettori, ma realmente quanti di voi si ricordano della guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia, impresa di Libia o campagna di Libia ed in turco come Trablusgarp Savaşı, ossia Guerra di Tripolitania) che fu combattuta tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 dal

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di Massimo Dotta

Tra i vari fatti curiosi che fanno parte della storia di Cagliari, uno ha riguardato degli ostaggi di guerra francesi e turchi, temporaneamente costretti a non lasciare la città. Che non si offenda nessuno per questa domanda che sembra svilire il livello di conoscenza storica dei nostri lettori, ma realmente quanti di voi si ricordano della guerra italo-turca (nota in italiano anche come guerra di Libia, impresa di Libia o campagna di Libia ed in turco come Trablusgarp Savaşı, ossia Guerra di Tripolitania) che fu combattuta tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 dal Regno d’Italia contro l’Impero ottomano?

In quella occasione l’Italia, in piena febbre da colonialismo, invase le due province ottomane che nel 1934, avrebbero costituito la Libia, e le isole del Dodecaneso nell’Egeo.

Esattamente nel 1912, successe che a Cagliari vennero tenuti in ostaggio un gruppo di cittadini francesi e turchi assieme alle navi sulle quali viaggiavano: il Carthage e il Manouba. Un evento che rischiò di creare un’incidente diplomatico con la Francia che poteva avere pesanti conseguenze, ma alla fine tutto si risolse abbastanza bene.

Tutto questo accadde perché durante il conflitto, in tutto il Mediterraneo, si era sviluppato un sistema di contrabbando, con navi che trasportavano carichi in favore dei turchi in Libia, e spesso questi carichi erano armamenti. Un esempio classico è quello del sequestro dell’Odessa, un piroscafo che venne fermato poco prima di raggiungere la Libia. Durante l’ispezione vennero trovati a bordo 24 pezzi d’artiglieria mista, numerose mitragliatrici, fucili Mauser, munizioni, granate e materiale radiotelegrafico; sicuramente non un carico mercantile.

E così le attività di controspionaggio della Regia Marina Italiana si intensificarono insieme ai pattugliamenti sulle principali rotte commerciali per cercare di porre un argine a questo flusso ovviamente non gradito ai nostri.

I primi giorni di gennaio 1912 l’intelligence della Marina ricevette la “soffiata” che sulla nave francese Carthage, in porto a Marsiglia e pronta a salpare, erano imbarcati addirittura un aereo e un pilota, che avrebbero dovuto combattere al servizio delle forze ottomane in Libia. Il comando inviò velocemente l’incrociatore Agordat ad intercettare il Carthage, che essendo un mercantile venne facilmente raggiunto e bloccato. A bordo si trovò l’aereoplano e le fonti riportano che la nave venne quindi scortata e trattenuta a Cagliari con tutto il suo equipaggio.

Il Carthage sotto la guardia di un cacciatorpediniere italiano nel porto di Cagliari.

I passeggeri vennero mantenuti a bordo della nave, ormeggiata nel porto della città e guardata a vista da un cacciatorpediniere italiano, e l’equipaggio venne costretto a scaricare l’aeroplano, tra la curiosità dei cagliaritani.

I passeggeri del Carthage, a bordo nel porto di Cagliari.

Durante la permanenza del Carthage nel porto di Cagliari, un altro piroscafo battente bandiera francese, il Manouba, sul quale era stata segnalata la presenza di passeggeri turchi, venne intercettato e perquisito. Undici dei ventinove passeggeri turchi a bordo vennero identificati come appartenenti alla Croce Rossa e Mezzaluna Rossa Internazionale, ma quello che più insospettì gli ufficiali della Marina fu la scoperta di una notevole somma di denaro in oro a bordo. E così il 18 gennaio anche il Manouba venne scortato e trattenuto a Cagliari, che si trovava ad avere due navi sconosciute alla cittadinanza in porto.

Immagine dello sbarco dei passeggeri del Manouba a Cagliari. (Da L’Illustrazione Italiana del 4 Febbraio 1912)

Questa volta però alcuni passeggeri scesero dalla nave, sicuramente quelli che erano stati identificati come appartenenti alla Mezzaluna Rossa e alla Croce Rossa, che vennero condotti all’ospedale civile ed esaminati per capire chi fosse un medico e chi un infermiere, ma sopratutto capire se stessero mentendo o no. Ci restano di questi esami le immagini dalla rivista l’Illustrazione Italiana del 4 febbraio 1912, a testimoniare un accadimento quasi folkloristico, con un articolo dal titolo “L’Odissea dei 29 turchi del Manouba”.

Esame dei passeggeri Turchi all’Ospedale di Cagliari. (Da L’Illustrazione Italiana del 4 Febbraio 1912)

Ovviamente la cosa non fù gradita al governo francese e si sfiorò un grave incidente diplomatico: la Francia protestò energicamente e in parte anche minacciò ritorsioni.

La questione venne risolta con delle scuse e la promessa del ministro della Marina, Pasquale Leonardi Cattolica, di non controllare, da quel momento in poi, navi di nazionalità francese, a meno che queste non si trovassero nelle acque della Tripolitania o della Cirenaica, cioè nelle zone di guerra.

Il Carthage lascia il porto di Cagliari.

Così il 20 di Gennaio alla Carthage venne permesso di allontanarsi da Cagliari, e non sappiamo che tipo di impressione abbia potuto dare a questi cittadini francesi la nostra città, sicuramente non quella che può avere un turista. I passeggeri turchi del Manuoba vennero poco dopo consegnati al console francese a Cagliari e solo dopo il 26 gennaio poterono lasciare la città, per essere riportati a Marsiglia, con la personale garanzia del console che non si sarebbero imbarcati nuovamente per raggiungere i teatri delle operazioni belliche.

Le navi sparirono dal porto e si chiuse, senza grossi incidenti, una delle tante piccole storie accadute nella nostra città.

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I veterani della II guerra mondiale e la nascita del basket su sedia a rotelle. https://www.sardegnamagazine.net/i-veterani-della-ii-guerra-mondiale-che-inventarono-il-basket-su-sedia-a-rotelle/ https://www.sardegnamagazine.net/i-veterani-della-ii-guerra-mondiale-che-inventarono-il-basket-su-sedia-a-rotelle/#respond Fri, 16 Oct 2020 11:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20371 di Massimo Dotta Un mercoledì sera, durante la primavera del 1948, 15,561 spettatori hanno riempito il Madison Square Garden di New York per assistere a una partita di basket giocata tra due squadre di veterani della seconda guerra mondiale. Ma i team a confronto non erano composte da giocatori ordinari: la squadra di casa era composta da veterani disabili dall’ospedale Halloran a Staten Island, mentre gli ospiti appartenevano all’ospedale Cushing di Framingham, Massachusetts. I giocatori entrarono in campo su delle sedie a rotelle scintillanti e grazie ai precisi tiri di Jack Gerhardt, un paracadutista ferito in Normandia, la squadra di

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di Massimo Dotta

Un mercoledì sera, durante la primavera del 1948, 15,561 spettatori hanno riempito il Madison Square Garden di New York per assistere a una partita di basket giocata tra due squadre di veterani della seconda guerra mondiale.
Ma i team a confronto non erano composte da giocatori ordinari: la squadra di casa era composta da veterani disabili dall’ospedale Halloran a Staten Island, mentre gli ospiti appartenevano all’ospedale Cushing di Framingham, Massachusetts. I giocatori entrarono in campo su delle sedie a rotelle scintillanti e grazie ai precisi tiri di Jack Gerhardt, un paracadutista ferito in Normandia, la squadra di Halloran vinse con un punteggio di 20-11.

Ma non era il risultato la cosa più interessante per la folla di spettatori, si sentiva la consapevolezza di assistere ad un evento speciale. Fino a quel momento lo sport per disabili non esisteva nemmeno come idea, e gli atleti apparvero come dei fenomeni viventi, quasi un miracolo della medicina.

Infatti prima della seconda guerra mondiale la disabilità motoria corrispondeva più o meno a una sentenza di morte virtuale, con un’aspettativa di vita, per coloro che avevano sofferto di qualche forma di trauma che inficiava l’uso delle gambe, stimata in 18 mesi circa.
La maggior parte moriva per sepsi o infezione, e chi sopravviveva veniva stigmatizzato e nascosto dalle famiglie, senza possibilità di lavoro, vita sociale o matrimonio.
Nel periodo pre conflitto questo pregiudizio si estendeva fino al presidente Franklin D. Roosevelt, che era costretto su una sedia a rotelle dopo aver preso la poliomielite. Roosevelt non nascose mai la sua condizione dopo esser stato eletto, ma apparse raramente in pubblico in sedia a rotelle e evitava con decisione di farsi fotografare.

La seconda guerra mondiale portò un grande cambiamento nella mentalità del pubblico nella percezione della disabilità motoria. Infatti una nuova normalità, costituita dai numerosissimi veterani in via di recupero, dopo ferite invalidanti, aveva fatto la sua apparizione.
Ernest Bors in California e Howard Rusk a New York furono alcuni dei dottori che introdussero metodi ricreativi come terapia di recupero per i pazienti, sperimentando diversi sport.

Ma la svolta arrivò con un istruttore del Birmingham VA hospital, a Van Nuys in California, Bob Rynearson. Rynearson notò che i veterani amavano giocare una forma rozza di basket quando i campi erano liberi e iniziò ad organizzarli. Cominciò a creare esercizi per manovrare le sedie a rotelle e scrisse il primo pacchetto di regole per il nuovo sport. Chiaramente le possibili scorrettezze cambiavano se si giocava con le sedie a rotelle e una regola ad esempio, permetteva al giocatore di spingere solo due volte sulle sue ruote quando in possesso di palla dopodichè doveva passare o tirare.

Rynearson venne anche aiutato dalle nuove sedie a rotelle prodotte in California. Le sedie antiche erano ancora basate su un design risalente alla metà dell’ottocento, in legno, rigide, essenzialmente fatte con pezzi di mobili, con la manovrabilità di una portaerei.

Alla fine degli anni 30 del novecento due ingegneri, Herbert Everest e Harry Jennings, diedero alle sedie a rotelle più manovrabilità. La sedia a rotelle Everest & Jennings’ era leggera da spingere, fatta in acciaio da aereoplani, con un peso totale di circa 20 kg, e sembravano l’ideale per il basketball.

E il gioco divenne presto famoso in California, e diversi gruppi di veterani in cura al Cushing VA hospital in Massachusetts, cominciarono a giocare la loro versione del basket su sedia a rotelle. Nacquero numerose squadre con nomi come i “Rolling Devils“, “The Flying Wheels“, e i “Gizz Kids” che riempivano gli stadi quando giocavano richiamando moltissimi fans.

The Flying Wheels nel 1948.

Per un certo periodo furono amati anche dai media, assetati di novità, e sulla copertina del Newsweek apparse una foto di Jack Gerhardt, la star della squadra di Halloran. Ogni rivista li ebbe in copertina da Women’s Home Companion a Popular Mechanics e Daily Worker.

Nel 1946 si formò anche la Paralyzed Veterans of America organization (PVA) i cui membri contribuirono, in seguito, alla cura della disabilità e a combattere gli stereotipi legati ad essa, raccogliendo denaro per la ricerca, organizzando congressi, e favorendo la nascita di leggi specifiche per la tutela e i diritti dei disabili, che smisero di accettare di essere dei semplici oggetti di pietà.

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Fisica e ottica per studiare i testi antichi. https://www.sardegnamagazine.net/fisica-e-ottica-per-studiare-i-testi-antichi/ https://www.sardegnamagazine.net/fisica-e-ottica-per-studiare-i-testi-antichi/#respond Wed, 14 Oct 2020 09:05:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20312 di Massimo Dotta Una importante collaborazione multidisciplinare può portare molte nuove conoscenze nel campo della storia e dei beni culturali. La collaborazione tra il Cesar (Centro d’ateneo servizi per la ricerca) di Cagliari e un gruppo di fisici ha prodotto un esperimento interessante i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale “Dyes and pigments” su sciencedirect.com. L’articolo dal titolo “Time through colors: a kinetic model of red vermilion darkening from Raman spectra” riporta i risultati degli studi condotti dai docenti Daniele Chiriu, Pier Carlo Ricci, Carlo Maria Carbonaro e Giancarlo Cappellini, su testi della Biblioteca centrale di Cagliari, ai quali hanno

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di Massimo Dotta

Una importante collaborazione multidisciplinare può portare molte nuove conoscenze nel campo della storia e dei beni culturali.

La collaborazione tra il Cesar (Centro d’ateneo servizi per la ricerca) di Cagliari e un gruppo di fisici ha prodotto un esperimento interessante i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale “Dyes and pigments” su sciencedirect.com.

L’articolo dal titolo “Time through colors: a kinetic model of red vermilion darkening from Raman spectra” riporta i risultati degli studi condotti dai docenti Daniele Chiriu, Pier Carlo Ricci, Carlo Maria Carbonaro e Giancarlo Cappellini, su testi della Biblioteca centrale di Cagliari, ai quali hanno collaborato anche Marco Marceddu, Marco Pala e Francesca Pisu.

Il gruppo di specialisti ha operato, e opera, nei laboratori della Cittadella universitaria di Monserrato, svolgendo una ricerca (dal 2018 a quest’estate) frutto di una convenzione tra dipartimento di Fisica e Biblioteca Universitaria, che prevede lo studio dei manoscritti e degli stampati antichi di pregio conservati nella Biblioteca tramite l’uso di strumenti ottici avanzati quali la spettroscopia Raman e la spettroscopia ultraveloce pump-probe.

Con queste tecnologie si è studiato il fattore di degrado dei pigmenti antichi presenti sui libri antichi, proponendo anche nuovi modelli di datazione. Ad esempio grazie al pump-probe gli scienziati hanno potuto, analizzando l’annerimento del rosso vermiglio (cinabro), avere informazioni su datazione, conservazione e restauro di pigmenti antichi.

Daniele Chiriu, primo degli autori dell’articolo, spiega che: “Lo studio ha riguardato la caratterizzazione di inchiostri rossi realizzati con il Cinabro, pigmento noto anche come Rosso Vermiglio, utilizzato specie in epoca rinascimentale da Raffaello, Tiziano, Botticelli. L’analisi di questo pigmento ha riguardato le sue proprietà di fotodegradazione, annerimento dovuto all’effetto dell’invecchiamento e dell’esposizione alla luce”.

Per l’attività di ricerca svolta dal dipartimento di Fisica e dal Cesar, data la fragilità dei materiali di studio, sono state scelte, e usate per la prima volta, tecniche non distruttive e non invasive come la Spettroscopia Raman, l’Assorbimento transiente e la Riflettività, che hanno permesso di creare un modello matematico che da importanti informazioni sullo stato di conservazione di un reperto.

Roberta Vanni, direttore del Cesar ci racconta che: “Lo studio costituisce il primo esempio isolano dell’utilizzo della tecnica pump-probe nel settore dei beni culturali. Sono state utilizzate le più avanzate tecnologie e le relative competenze ed è stato possibile confermare i cambiamenti di fase cristallina dovuti all’annerimento del rosso vermiglio (cinabro) creato artificialmente in laboratorio su campioni sintetici. I risultati ottenuti consentono di avere informazioni fondamentali sui pigmenti antichi. In definitiva un bell’esempio di collaborazione tra aree scientifiche apparentemente lontane ma strettamente legate quando la scienza si serve dell’approccio multidisciplinare, sempre più praticabile nel nostro ateneo grazie a strumentazioni e competenze di alto livello disponibili al Cesar”.

L’articolo può essere letto a questo indirizzo:  https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0143720820315631?via%3Dihub

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Accadde a Cagliari: 1943 – Fuga da Cagliari https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-1943-fuga-da-cagliari/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-1943-fuga-da-cagliari/#respond Mon, 12 Oct 2020 09:53:03 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20303 di Massimo Dotta Molti lettori conosceranno bene le vicende dei bombardamenti di Cagliari del 1943. Numerosi articoli citano i fatti nei particolari e sono presenti molte immagini d’epoca che possono dare un idea della devastazione subita dalla nostra città durante quel nefasto periodo. Ma questi fatti provocarono una sorta di esperimento sociale che merita di essere ricordato. Poco prima della stagione dei bombardamenti del 1943, e più precisamente nell’estate del 1942, la guerra inizia a toccare il sud della Sardegna e gli attacchi aerei alleati diventano più frequenti. A settembre le autorità preoccupate ordinarono ai tre prefetti sardi di creare

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di Massimo Dotta

Molti lettori conosceranno bene le vicende dei bombardamenti di Cagliari del 1943. Numerosi articoli citano i fatti nei particolari e sono presenti molte immagini d’epoca che possono dare un idea della devastazione subita dalla nostra città durante quel nefasto periodo. Ma questi fatti provocarono una sorta di esperimento sociale che merita di essere ricordato.

Poco prima della stagione dei bombardamenti del 1943, e più precisamente nell’estate del 1942, la guerra inizia a toccare il sud della Sardegna e gli attacchi aerei alleati diventano più frequenti. A settembre le autorità preoccupate ordinarono ai tre prefetti sardi di creare un “comitato misto” per preparare un piano di evacuazione di Cagliari. L’apposita commissione discussa l’ipotesi di sgombero dell’intera città la giudicò impossibile, sia per le difficoltà di spostamento degli ospedali, delle prigioni e uffici pubblici, che per l’evacuazione dei civili in un entroterra quasi senza vie di comunicazione. Un vero e proprio esodo che le autorità locali vedevano come un operazione impraticabile anche a cause delle esperienze di qualche anno prima nel nord Sardegna.

In effetti i primi sfollamenti, avvenuti nel 1940 sulla frontiera con la Corsica francese, della Maddalena, di Santa Teresa di Gallura, Arzachena e la frazione di Palau, avevano creato molte difficoltà, nonostante i paesi fossero ben più piccoli di Cagliari. Questo accadde a causa di un pessimo coordinamento tra le autorità civili e militari e procedure complicatissime, e alla fine solo limitando l’evacuazione alla Maddalena e lasciando gli abitanti degli altri comuni nelle loro residenze si risolse l’empasse.

E così, il prefetto Leone concluse il suo rapporto sulla situazione affermando che la città avrebbe fatto da sola, usando i rifugi antiaerei e altre tecniche di difesa passiva, come il “diradamento” della popolazione, dando quindi ordine a tutti i militari di far rientrare le famiglie nelle rispettive residenze.

La cittadinanza nel frattempo, all’oscuro del pericolo, conduce una vita il più possibile normale per dei tempi di guerra. Questa normalità termina la notte tra 7 e 8 giugno del 1942, quando sei aerei inglesi sganciarono cinquanta bombe sulla città, causando 14 morti. Ma la paura passò velocemente anche perchè numerosi falsi allarmi, di cui ben sei tra novembre e dicembre crearono l’illusione di non essere un obiettivo importante per il nemico, e per tutto gennaio 1943 gli attacchi riguardarono quasi esclusivamente obbiettivi militari.

Nell’impreparazione generale arrivarono le incursioni del 17 e 26 febbraio, generando il panico e un primo esodo spontaneo della popolazione. Il 28 febbraio, mentre lo sfollamento è in pieno svolgimento, un altro attacco, “il più violento e il più micidiale di tutti quelli effettuati su Cagliari”, riduce la città a un cumulo di macerie, con un numero di morti non quantificabile.

Le autorità tentano di portare i primi soccorsi ma i proprietari di industrie, aziende, gli impiegati fuggirono paralizzando tutta la pubblica amministrazione. A fatica furono trovati e ricondotti ai loro posti alcuni di questi impiegati e funzionari, ma molti erano fuggiti fuori città con le famiglie. La città si trovò a essere completamente deserta.

Armando Cioccolani, direttore della filiale cagliaritana della Banca d’Italia, cosi descrive la situazione: “quasi tre quarti della popolazione, terrorizzata, ha abbandonato la città, dirigendosi senza meta nell’interno della provincia con la speranza di potervi trovare un rifugio”. Circa 90 mila persone fuggite “disordinatamente, senza sufficienti mezzi di trasporto, con un esodo precipitoso e desolante”.

La gente si sposta dove può e il 6 marzo il prefetto di Nuoro, comunica che i profughi arrivati da Cagliari sono dodicimila, “ma da elementi diversi calcolasi numero circa 30 mila”, riportando la scarsità di alloggi per gli sfollati, che hanno invaso anche comandi militari e uffici, e chiede al prefetto una “opera persuasiva et ferma” per far tornare almeno gli uomini validi nelle loro residenze. I prefetti di Cagliari e Sassari emettono un ordine rivolto a tutti i lavoratori, con esclusione di donne e bambini di ritornare alla propria residenza per far ripartire anche le attività produttive.

Ma il 2 marzo: “molte industrie, i cui edifici sono stati colpiti da bombe, sono ferme […] i negozi sono chiusi, compresi gli alimentari e le panetterie”. Cagliari ha un “aspetto di squallore e abbandono, senza luce, senz’acqua e senza viveri. Manca il carbone e i negozi son tutti chiusi. Cumuli di macerie e di rottami non ancora sgombrati e immondizie che vi sono accumulati impediscono ogni traffico per le strade”. Non c’è assistenza sanitaria, eccetto pochi medici comunali, “i liberi professionisti hanno abbandonato la città, aprendo i loro gabinetti di cura nei centri più importanti della provincia”. In città, qualcuno comunque era rimasto, e circa dieci mila persone “abitavano” da febbraio “nelle grotte della periferia di Cagliari […] in una impressionante promiscuità ed in condizioni di pietosa miseria”, probabilmente nella zona dell’anfiteatro romano e di Tuvixeddu.

Il 13 di maggio, duecento bombardieri danno il colpo di grazia a una città già deserta, costringendo il prefetto Leone allo sgombero dell’intero apparato burocratico, amministrativo ed economico della città in campagna (resiste solo l’ufficio anagrafico del Comune).

Come già accadde nel Medioevo, nel 1943 il pericolo dal mare portò la popolazione ad abbandonare le abitazioni di Stampace e della Marina, la nobiltà i palazzi del Castello, i pescatori Sant’Avendrace e gli agricoltori Villanova.

Palau marina. Sfollati attendono il treno

I paesani che accolsero questa massa ricordano gli sfollati dispersi nei campi, in lacrime e disperati, o ammassati nei saloni parrocchiale del paese, sguardi di pietà verso chi ha perso tutto. Qualcuno aveva comunque beni da scambiare, e la campagna apprezzava molto i prodotti cittadini come tabacco, lenzuola, abiti eleganti, mobili e argenteria. Gli sfollati portarono una massiccia quantità di danaro, gioielli, corredi, ma sembra che non fosse sufficiente e centinaia di razziatori iniziarono le visite in città svuotando case, palazzi e magazzini.

Cagliari era fuori città, mischiata con la campagna in una società nuova: impiegati, operai e negozianti si ritrovano al lavoro dei campi; le donne come spigolatrici; i ragazzini a raccogliere lumache o cipolle selvatiche. Anche quelli che non erano adatti per i campi, contribuivano all’economia della famiglia ospitante con il commercio, come a Samassi dove si erano rifugiati i commercianti dell’ex capitale del regno.

Oltre a soldi e beni arrivarono anche scuole: a Mogoro e a Isili il liceo classico Dettori; a Solarussa il Regio Liceo scientifico “Carlo Sanna”; tra Aritzo (scuola media) e Senorbì (ginnasio e liceo classico) l’istituto privato Dante Alighieri. Questo permise la circolazione di idee, libri, insegnanti, persone che la campagna non aveva mai visto. La città porta nelle campagne il concetto di “tempo libero”, e a Isili intellettuali e professionisti cagliaritani creano “Gli amici del libro”; a Gesturi studenti portano in scena il “Barbiere di Siviglia”; a Nuragus si organizza un cinematografo, delle serate musicali e spettacoli di burattini per i bambini.

Dopo pochi mesi questo esperimento sociale finisce e, alla fine del 1943, i cagliaritani fanno ritorno in città insieme alle attività commerciali e agli uffici, trovando che l’antica Cagliari non c’era più e si doveva ricostruire tutto.

A questo proposito citiamo la bella iniziativa realizzata dalla Pro Loco di Cagliari che in occasione della ricorrenza ha organizzato delle visite guidate nei rioni della città, tra febbraio e marzo di quest’anno, per ricordare i terribili bombardamenti e osservare le tracce degli spezzonamenti che sono ancora oggi visibili in alcuni edifici.

Citazioni letterali da:Armando Cioccolani al Governatore della Banca d’Italia il 6 marzo 1943. ABICA (Archivio Banca d’Italia filiale di Cagliari), AR (archivio riservato), f. 6 (19/01/1942 – 04/05/1943). su G. Salice, La città scomparsa. Lo sfollamento di Cagliari nel 1943, in POLOSUD SEMESTRALE DI STUDI STORICI anno terzo | n. 4 | gennaio-giugno 2015.

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Scrivere con carta e penna facilita l’apprendimento. https://www.sardegnamagazine.net/scrivere-con-carta-e-penna-facilita-lapprendimento/ https://www.sardegnamagazine.net/scrivere-con-carta-e-penna-facilita-lapprendimento/#respond Wed, 07 Oct 2020 18:06:10 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20274 di Massimo Dotta Nell’era digitale che viviamo è interessante notare come molte ricerche scientifiche sembrino andare a cercare qualcosa che si è perduto. In effetti l’uso diffuso dei dispositivi digitali ha portato a molti cambiamenti nella nostra vita, nei mezzi che utilizziamo per le nostre attività, ma i cambi non sono solo materiali ma arrivano a toccare anche il funzionamento del nostro cervello. E’ di luglio di quest’anno un articolo interessante apparso sulla rivista Frontiers in Psychology che riporta i risultati di uno studio condotto dalla Norwegian University Of Science And Technology (NTNU), che afferma che i bambini che scrivono

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di Massimo Dotta

Nell’era digitale che viviamo è interessante notare come molte ricerche scientifiche sembrino andare a cercare qualcosa che si è perduto.

In effetti l’uso diffuso dei dispositivi digitali ha portato a molti cambiamenti nella nostra vita, nei mezzi che utilizziamo per le nostre attività, ma i cambi non sono solo materiali ma arrivano a toccare anche il funzionamento del nostro cervello.

E’ di luglio di quest’anno un articolo interessante apparso sulla rivista Frontiers in Psychology che riporta i risultati di uno studio condotto dalla Norwegian University Of Science And Technology (NTNU), che afferma che i bambini che scrivono con carta e penna, invece di usare dispositivi elettronici, ricordano e imparano meglio.

Il titolo dell’articolo scritto da Audrey van der Meer sulla prestigiosa rivista è “The Importance of Cursive Handwriting Over Typewriting for Learning in the Classroom” (L’importanza della scrittura a mano rispetto alla digitazione per imparare in classe), è preceduto cronologicamente da un altro articolo della stessa autrice che ha un titolo molto esplicativo: “Only Three Fingers Write, but the Whole Brain Works” (Solo tre dita scrivono, ma lavora tutto il cervello).

Lo studio che viene descritto è stato condotto da un gruppo di studiosi della NTNU, di cui la Van der Meer era a capo, e ha coinvolto 24 partecipanti, 12 ragazzi e 12 bambini, per esaminare l’effetto che ha la scrittura a mano sul cervello a confronto con la digitazione su dispositivi elettronici, e verificare quale potesse aiutare meglio l’apprendimento.

Durante l’esperimento a tutti i partecipanti è stato fatto indossare un vero e proprio elmetto spaziale, collegato a 250 sensori altamente sensibili, che misurava la loro attività cerebrale, e hanno eseguito diverse operazioni. Raccolti e analizzati i dati, gli studiosi hanno constatato che “bambini e adulti imparano e ricordano meglio usando carta e penna” come scrive nell’articolo la Van der Meer.

Per ogni esame abbiamo impiegato 45 minuti e abbiamo constatato che scrivere a mano fornisce un numero maggiore di appigli per la memoria, in pratica è come se si potessero fissare meglio i ricordi”.

E l’attività cerebrale è risultata essere minore con l’usi della tastiera.

Crediamo che questi studi – osserva l’autrice enfatizzino l’importanza di spingere i bambini a scrivere e a disegnare sulla carta. La realtà digitale di oggi impone l’uso di tastiere e schermi, soprattutto in questo periodo in cui la didattica si è svolta in modo telematico, il che sicuramente presenta una serie di vantaggi, ma il nostro studio dimostra che la scrittura a mano non deve essere sottovalutata”.

Secondo i dati la scrittura a mano può portare a risultati scolastici migliori: “Il nostro cervello si è evoluto per gestire comportamenti appropriati e per sviluppare al meglio le nostre capacità, è importante eseguire le azioni nel modo più genuino possibile, usando tutti i nostri sensi“.

Il gruppo di scienziati della NTNU non è nuovo a questo tipo do sperimentazioni, infatti già nel 2015 e nel 2017 aveva svolto una lavoro simile, nell’ultimo caso analizzando l’EEG di 20 studenti e raccogliendo risultati che evidenziavano i benefici della scrittura a mano.

Purtroppo in tutto il mondo e nei paesi nordici, come afferma l’esperta, le scuole sono estremamente digitalizzate: ”Sembra che i bambini riescano a scrivere testi più lunghi grazie alla tastiera per via della maggiore familiarità con gli strumenti elettronici imparare a scrivere a mano rappresenta un percorso più lento, ma è importante che i bimbi attraversino la fase di apprendimento. La tastiera richiede sempre lo stesso movimento, mentre con la scrittura a mano le dita devono compiere percorsi armoniosi, che sono utili in diversi modi”.

L’articolo si conclude con l’auspicio che siano messe in atto linee guida nazionali per l’insegnamento, che garantisca, almeno ai bambini, una formazione che utilizzi principalmente la scrittura a mano.

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A proposito della miniera di San Leone https://www.sardegnamagazine.net/a-proposito-della-miniera-di-san-leone/ https://www.sardegnamagazine.net/a-proposito-della-miniera-di-san-leone/#respond Wed, 07 Oct 2020 17:43:42 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20265 Un tesoro trascurato in balia dei vandali che si può e si deve recuperare per renderlo fruibile alla collettività e custodire la nostra memoria

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Un patrimonio da conoscere e valorizzare

In relazione alla delibera che sarà presentata nel Consiglio comunale di Capoterra per la quale esprimiamo un apprezzamento e piena approvazione si segnala che da anni l’ Associazione Amici di Sardegna, spesso in francescana solitudine, ha cercato di far conoscere questo sito e la sua storia. In questa azione sono state coinvolte scuole di vario ordine e grado, numerose associazioni e tanti cittadini che hanno aderito alle passeggiate culturali spesso organizzate in collaborazione con la buonanima del Rag Corda titolare della Kovisar, società proprietaria dell’area mineraria, con la Pro loco di Assemini, con il WWF di Monte Arcosu e con il CSV Sardegna Solidale. Infatti spesso l’Associazione abbinava la conoscenza della miniera con la visita dell’Oasi di Monte Arcosu, all’area archeologica di Maramura e al compendio lagunare di Capoterra e di Assemini.

A nostro avviso è necessario ripensare  una corretta valorizzazione di territori attraverso la diversificazione e l’implementazione dell’offerta turistica e di fruizione culturale e escursionistica con il massimo coinvolgimento delle popolazioni

Un esempio è stato quello realizzato nell’oasi del WWF dove, nell’ambito del progetto Ambiente Società e territorio: officina di futuro, finanziato al WWF dalla Fondazione con il Sud, Amici di Sardegna ha realizzato una serie di percorsi con pannelli illustrativi in chiave antropologia e storica.

Per questo sarebbe opportuno che tutte le amministrazioni interessate, le associazioni che operano nel territorio e tutti gli attori anche privati si mettessero attorno a un tavolo e concertassero un piano operativo per il recupero e valorizzazione dell’intera area, senza trascurare il problema della sicurezza e accessibilità dei percorsi riferiti sia alla Provinciale n. 1, che ai sentieri, camminamenti e gallerie che nel loro complesso vanno ben oltre i 300 kilometri.

Fra le priorità che sono emerse oltre alla sistemazione delle Strada Provinciale n. 1 si ritiene che sia urgente recuperare la prima stazione ferroviaria della Sardegna che si trova proprio all’interno della Miniera, la cui linea ferroviaria collegava la miniera di San Leone con il pontile di Maramura e lo stabile della direzione che ospitò il Principe Umberto di Savoia  che il 20 novembre del 1862 inaugurò  la prima ferrovia Ferrovia della Sardegna, così come appare urgente recuperare le strutture destinate all’ospitalità sia degli operai che dei tecnici, strutture che ben potrebbe accogliere turisti e visitatori in un prossimo quanto auspicabile futuro.

Ecco cosa resta della prima stazione ferroviaria della Sardegna

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Riaperta a Cagliari la Torre della IV Regia https://www.sardegnamagazine.net/riaperta-a-cagliari-la-torre-della-iv-regia/ https://www.sardegnamagazine.net/riaperta-a-cagliari-la-torre-della-iv-regia/#respond Mon, 05 Oct 2020 13:54:33 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20257 Reportage di una bellissima manifestazione realizzata in occasione delle GIornate Europee del Patrimonio 2020

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Reportage di una bella manifestazione realizzata in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio alla Torre della IV Regia a Sa Scafa una importante, quanto poco conosciuto, sito identitario della città di Cagliari.

La torre della IV Regia nel corso dei secoli è stata testimone di consolidate tradizioni e di grandi eventi che hanno segnato la storia della città. Fra i tanti ne ricordiamo alcuni il primo legato alla tassa che si faceva pagare in questa torre a tutti coloro che andavano a pescare dentro il compendio lagunare di Santa Gilla, ovvero conferire all’uscita la IV parte del pescato o un suo corrispettivo in moneta. Tale balzello è stato praticato per oltre 5 secoli fino al 1956 in piena epoca repubblicana.

Il secondo è legato all’attacco dei francesi del 1793 allorquando la torre fu armata con una batteria rasante da un manipolo di pescatori guidati da Vincenzo Sulis e l’ultimo è riferito alla tempesta di vento e pioggia e una forte mareggiata che colpì la nostra città nel 1898, talmente forte da far crollare in buona parte la torre che poco dopo venne ricostruita con un profilo differente. Infatti il profilo originale tronco conico divenne cilindrico.

Artefici di questa bellissima iniziativa è stata l’Associazione Amici di Sardegna, in collaborazione con: l’Istituto Italiano dei Castelli, Percorsi Alternativi, Pirri: antiche storie del mio paese e Sardegna Sotterranea. Hanno collaborato anche altre associazioni e fra queste: Amici della Laguna, Centro Servizi Ambiente Sardegna, CSV Sardegna Solidale, Istituto Professionale di Stato Pertini di Cagliari e Cammino 100 torri.

Da segnalare la presenza del patrocinio del Comune di Cagliari e la grande disponibilità della Conservatoria delle Coste che ha dato l’autorizzazione per l’apertura della Torre. Anche la Pro Loco di Cagliari ha data il suo contributo fornendo delle preziose informazioni sulla storia della Torre.

Nonostante le condizioni meteo di quei giorni non fossero delle più favorevoli, il pubblico ha comunque partecipato. Infatti vi sono stati oltre 60 visitatori che hanno molto gradito questo evento e apprezzato l’ottima preparazione delle guide e degli accompagnatori che si sono alternati nelle due giornate fornendo una grande quantità e qualità di informazioni. Durante le visite, dopo una breve presentazione introduttiva della manifestazione e una opportuna contestualizzazione si sono evidenziati diversi aspetti: quello storico e antropologico, naturalistico e ambientale, socio economico con approfondimenti tecnici riferiti alle specificità architettoniche e strutturali dell’immobile.

Si spera che quanto prima questa torre venga resa pienamente fruibile e magari data in concessione propria a queste organizzazioni che negli anni, e più di altre, hanno manifestato grande attenzione a questo sito.

Anche perché la storia della città di Cagliari affonda le proprie radici dentro la laguna di Santa Gilla e la torre della IV Regia è stata per tanto tempo la sua salvaguardia. Anche per questo la Torre della IV Regia merita di non essere trascurata.

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CPIA: Partono i corsi di italiano e non solo… https://www.sardegnamagazine.net/cpia-partono-i-corsi-di-italiano-e-non-solo/ https://www.sardegnamagazine.net/cpia-partono-i-corsi-di-italiano-e-non-solo/#respond Sun, 04 Oct 2020 14:36:36 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20215 Aperte le iscrizioni al CPIA di Cagliari

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Come diceva il grande Maestro Alberto Manzi…Non è mai troppo tardi.

Iscriviti a una scuola pubblica garanzia di successo formativo per tutti coloro che ne hanno necessità. Il Centro Provinciale di Istruzione per Adulti ha aperto le iscrizioni… Cogli l’occasione!

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Un violino del ‘600 al posto della droga. https://www.sardegnamagazine.net/un-violino-del-600-al-posto-della-droga/ https://www.sardegnamagazine.net/un-violino-del-600-al-posto-della-droga/#respond Sat, 03 Oct 2020 10:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20201 di Massimo Dotta Un fatto particolare è accaduto a Parma alla polizia impegnata in una perquisizione a casa di un possibile spacciatore. Era l’aprile del 2019 e gli agenti della Squadra mobile di Parma stavano eseguendo una “normale” perquisizione in casa di un 48enne, che già era stato arrestato un anno prima per possesso di ben settecento grammi di hashish. Durante la perquisizione è saltato fuori da sotto al letto un violino, dentro una custodia. Affianco al violino si trovavano le corde di ricambio con le etichette in giapponese e un biglietto da visita di un commerciante di archi da

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di Massimo Dotta

Un fatto particolare è accaduto a Parma alla polizia impegnata in una perquisizione a casa di un possibile spacciatore.

Era l’aprile del 2019 e gli agenti della Squadra mobile di Parma stavano eseguendo una “normale” perquisizione in casa di un 48enne, che già era stato arrestato un anno prima per possesso di ben settecento grammi di hashish.

Durante la perquisizione è saltato fuori da sotto al letto un violino, dentro una custodia. Affianco al violino si trovavano le corde di ricambio con le etichette in giapponese e un biglietto da visita di un commerciante di archi da violino di Cremona. Sicuramente un ritrovamento inusuale in quelle circostanze.

Talmente inusuale che gli agenti insospettiti hanno chiesto spiegazioni al pregiudicato, il quale ha risposto cercando di giustificarsi, con una storia degna del miglior romanzo fantasy. Pare che, secondo la ricostruzione del mariuolo, il violino non fosse suo ma della cognata sudamericana residente a Bogotà, che a sua volta lo avrebbe ricevuto dalla nonna che lo aveva acquistato, anni or sono, in un banco di pegni colombiano. Lo strumento era infine giunto nella sua dimora nel febbraio 2019 e li lasciato dalla cognata.

Pare che i poliziotti, anche volendocela mettere tutta, non se la siano bevuta e abbiano immediatamente sequestrato lo strumento, avviando una serie di accertamenti che li hanno portati a un annuncio, su un sito web, che riportava la notizia del furto di un violino antico a scapito di un collezionista nipponico nel 2005.

La descrizione dello strumento rubato pubblicata sull’annuncio corrispondeva al violino ritrovato, con l’aggiunta di un particolare che toglieva ogni dubbio residuo: la targhetta all’interno dello strumento nelle mani della polizia riportava “Nicolaus Amatus Cremonen Hieronymi Fil., ac Antonij Nepos Fecit, 1675” esattamente come quanto riportato sull’annuncio web a proposito del violino rubato.

La Procura per maggior sicurezza affida quindi a un liutaio cremonese la perizia sul violino per verificare l’effettiva corrispondenza con lo strumento sottratto in Giappone nel 2005. Nello stesso tempo gli agenti, attraverso lo SCIP (Servizio per la cooperazione internazionale di polizia), hanno contattato i colleghi giapponesi per avere più informazioni sul furto, sul precedente proprietario nonché sui certificati di autenticità dello strumento stesso.

E’ venuto fuori che il violino rubato era un autentico Nicolò Amati del 1675 e che in occasione del furto erano stati anche trafugati un archetto da violino ed un archetto da violoncello.

Il valore di questi strumenti è risultato essere veramente notevole, infatti solo per il violino e l’arco di violoncello si supera il milione di euro.

La polizia ha quindi deciso di compiere ulteriori accertamenti sul quarantottenne, con il sospetto che questi fosse in possesso anche degli altri due pezzi.

Non avendo trovato gli archetti a casa del pregiudicato, gli agenti hanno pensato di contattare il commerciante di cui avevano trovato il biglietto da visita insieme al violino. La pista e l’intuizione si sono rivelati giusti, e nel laboratorio dell’artigiano cremonese sono stati ritrovati anche i due archetti mancanti. Venne fuori che gli archetti si trovavano là perché tra la fine 2018 e inizio 2019 il quarantottenne aveva contattato l’artigiano per una stima economica dei pezzi, e aveva lasciato gli archetti in visione per la consulenza.

Anche il fatto che già dal novembre 2019 il pregiudicato stesse cercando qualche acquirente, sicuramente contraddiceva le sue dichiarazioni sull’arrivo fortunoso dello strumento a casa su tramite la cognata colombiana, nel mese di febbraio 2019.

Il quarantottenne è stato così arrestato e lo strumento, che verrà, dopo 14 anni di lontananza, restituito ai legittimi proprietari, è stato suonato nella chiesa della Steccata a Parma, in conclusione della cerimonia della polizia per celebrare la festa di San Michele Arcangelo (Protettore della Polizia), dalla violinista giapponese Lena Yokoyama.

La violinista giapponese Lena Yokoyama suona il violino ritrovato durante la cerimonia per la festa di San Michele Arcangelo a Parma.

Se il quarantottenne, dopo lo smercio di droga, stesse cercando di compiere un salto di qualità, alla Scarface, buttandosi sul mercato illegale di pezzi pregiati non lo sapremo mai. Sappiamo comunque che non gli è andata bene.

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Mostra fotografica “Banditi a Orgosolo” al Carbonia Film Festival 2020 https://www.sardegnamagazine.net/mostra-fotografica-banditi-a-orgosolo-al-carbonia-film-festival-2020/ https://www.sardegnamagazine.net/mostra-fotografica-banditi-a-orgosolo-al-carbonia-film-festival-2020/#respond Fri, 02 Oct 2020 08:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20184 di Massimo Dotta Inizierà sabato 3 ottobre alle 18 presso la Mediateca Comunale di Carbonia la mostra fotografica “Banditi a Orgosolo”, dedicata al film di Vittorio De Seta. Questa mostra fa parte dell’interessante serie di eventi e proiezioni in programma per il Carbonia Film Festival. Iniziato nel 1999 come Mediterraneo Film Festival, nel 2016 prende il nome di Carbonia Film Festival e si svolge con cadenza biennale portando al pubblico tutti i tipi di opera filmica dalla fiction ai documentari, sia di lungo che di corto metraggio. Il tema di questa edizione è “Cinema, Lavoro, Migrazione”, con sedici film in

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di Massimo Dotta

Inizierà sabato 3 ottobre alle 18 presso la Mediateca Comunale di Carbonia la mostra fotografica “Banditi a Orgosolo”, dedicata al film di Vittorio De Seta. Questa mostra fa parte dell’interessante serie di eventi e proiezioni in programma per il Carbonia Film Festival.

Iniziato nel 1999 come Mediterraneo Film Festival, nel 2016 prende il nome di Carbonia Film Festival e si svolge con cadenza biennale portando al pubblico tutti i tipi di opera filmica dalla fiction ai documentari, sia di lungo che di corto metraggio. Il tema di questa edizione è “Cinema, Lavoro, Migrazione”, con sedici film in concorso nelle due categorie previste.

La manifestazione è organizzata dal Centro Servizi Culturali Carbonia della Società Umanitaria e dalla Cineteca Sarda, in collaborazione con il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni culturali dell’Università di Cagliari e il CELCAM (Centro per l’Educazione ai Linguaggi del Cinema, degli Audiovisivi e della Multimedialità).

Le proiezioni avranno luogo dal 6 all’11 ottobre in modalità ibrida, cioè parte in presenza e parte sul web tramite la piattaforma online.carboniafilmfest.org, con alcuni appuntamenti speciali dove si potranno incontrare i protagonisti dei film.

Durante il festival avrà luogo la mostra fotografica dedicata a “Banditi a Orgosolo”, film d’esordio di Vittorio De Seta, del 1961, premiato alla 22/a Mostra Internazionale di Venezia. Ospitata nella Mediateca Comunale di Carbonia, la mostra è curata da Antioco Floris, docente di Cinema Fotografia e Televisione all’Università di Cagliari e autore di una monografia sul lavoro di De Seta.

Antioco Floris, docente di Cinema Fotografia e Televisione all’Università di Cagliari.

Ricordiamo che nel 1959 De Seta ritorna a Orgosolo per girare un lungometraggio dopo esserci già stato l’anno prima per realizzare due brevi documentari. Affascinato dalla ricchezza culturale e sociale di quella comunità De Seta volle approfondire la sua ricerca stabilendosi in Barbagia per circa due anni. Durante questo periodo barbaricino il regista crea insieme agli abitanti locali quello che diventerà Banditi a Orgosolo, poi premiato come miglior esordio alla regia a Venezia. Il film, definito da Martin Scorsese un capolavoro indiscusso, ha come protagonisti i personaggi tipici di questo mondo rurale, come pastori, allevatori e banditi, in eterna lotta contro l’ordine costituito in nome della sopravvivenza.

L’esposizione, il cui coordinamento organizzativo è affidato a Antonello Zanda, direttore della Cineteca Sarda, propone una selezione di immagini del film e del making of, con parecchi fotogrammi e foto di scena, che offrono un’immagine molto vivida del mondo barbaricino degli anni Sessanta. Una sequenza di piccoli capolavori fotografici, da un occhio particolarmente sensibile, ci mostrano la quotidianità rurale della Sardegna del tempo.

Questa profondità di veduta è dovuta alla “lunga immersione sul campo”, durata due anni, a filmare e documentare, durante la quale De Seta ha cercato di raccontare, anche nei dettagli, la realtà dei paesi, degli altipiani, dei pascoli e delle alture. Così scrive Antioco Floris nel suo testo: “Nei piani stretti il soggetto principale occupa il fuoco centrale con l’attenzione indirizzata all’espressione del volto o all’azione che si sta compiendo si veda a tal proposito la preparazione del formaggio o la scena del ballo dove l’occhio della macchina da presa si sofferma solo sui dettagli dei gambali in movimento. Nei piani larghi la camera evidenzia la naturalezza con cui i personaggi si inseriscono nell’ambiente circostante e la sinfonia di forme e caratteri rafforza il legame di simbiosi fra il pastore e la natura, tanto che i personaggi diventano parte integrante dell’ ambiente”.

La mostra verrà inaugurata sabato 3, alle ore 18, presso gli spazi della Mediateca Comunale di Carbonia.

L’ingresso è libero e può essere visitata da sabato 3 sino a venerdì 23 ottobre.

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Le rampe per i disabili nei templi antichi: nuove evidenze dalla Grecia. https://www.sardegnamagazine.net/le-rampe-per-i-disabili-nei-templi-antichi-nuove-evidenze-dalla-grecia/ https://www.sardegnamagazine.net/le-rampe-per-i-disabili-nei-templi-antichi-nuove-evidenze-dalla-grecia/#respond Mon, 28 Sep 2020 08:00:00 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20150 di Massimo Dotta Nell’antica Grecia esitevano le rampe per permettere l’accesso dei disabili agli edifici pubblici e ai templi. Questa è la tesi avanzata in un interessante articolo di Debby Sneed, archeologa dell’Università statale della California, Long Beach, pubblicato online dall Cambridge University Press il 21 Luglio di quest’anno. Studi storici si uniscono alla sociologia, creando quel settore di ricerca chiamato “Disability Studies” (Studi sulla Disabilità), che analizza le architetture degli edifici e degli spazi pubblici, insieme alle fonti epigrafiche, iconografiche e letterarie per comprendere la vita quotidiana dei disabili nell’antichità. Una nuova prospettiva per riguardare la storia con un

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di Massimo Dotta

Nell’antica Grecia esitevano le rampe per permettere l’accesso dei disabili agli edifici pubblici e ai templi.

Questa è la tesi avanzata in un interessante articolo di Debby Sneed, archeologa dell’Università statale della California, Long Beach, pubblicato online dall Cambridge University Press il 21 Luglio di quest’anno.

Studi storici si uniscono alla sociologia, creando quel settore di ricerca chiamato “Disability Studies” (Studi sulla Disabilità), che analizza le architetture degli edifici e degli spazi pubblici, insieme alle fonti epigrafiche, iconografiche e letterarie per comprendere la vita quotidiana dei disabili nell’antichità. Una nuova prospettiva per riguardare la storia con un diverso livello di comprensione.

Da questi studi, insieme all’acquisizione di nuove evidenze da scavi, si è arrivati ad affermare che nel mondo greco la disabilità non era rara ed era una condizione rispettata e considerata, in una visione sociale che, anche senza un programma sistematico di diritti civili come lo intendiamo noi, faceva costruire architetture d’inclusione, che permettessero a individui con mobilità limitata di accedere agli spazi pubblici e ai templi.

Delle vere e proprie rampe per permettere l’accesso ai santuari o ad altri luoghi pubblici importanti, a coloro che non potevano usare le scale, come i disabili ma anche gli anziani, le donne in gravidanza e i bambini piccoli.

Ma perchè realizzare queste opere in una società, come quella greca, che nel nostro immaginario è piena di atleti muscolosi, e donne in forma, e dove lo spirito di competizione non lascia spazio a debolezze o disabilità?

In realtà i nuovi studi storico archeologici ci spingono a cambiare la nostra idea di quei tempi, se pensiamo che addirittura una divinità del pantheon era un disabile. Efesto, il dio fabbro, era disabile e per camminare usava una stampella e l’assistenza di un “automata” dalla forma di donna. Ma non solo addirittura uno spartano, Agesilao II, era diventato re nonostante fosse nato con una gamba più lunga dell’altra e spesso camminasse aiutandosi con la lancia come fosse una stampella, come riporta Plutarco e Senofonte che gli ha dedicato un intera biografia.

Dettagli di un frammento (Blocco V) del Partenone di Atene che ritrae il dio disabile Efesto, con una stampella sotto il braccio destro (British Museum, London).

In primo luogo troviamo conferme nelle ricerche di bio-archeologia che, ad esempio negli scavi di Anfipoli nel nord della Grecia, ha potuto esaminare ben 900 inumati, di cui il 20% mostrava lesioni osteo-artritiche. In una tomba rinvenuta a Capua, risalente al 300 aC, si sono ritrovati i resti di una protesi per sostituire la parte bassa della gamba, forse una delle più antiche.

Ci troviamo quindi davanti a una realtà in cui non era inusuale incontrare o avere a che fare con persone in condizione di disabilità motoria nella vita quotidiana.

Realtà che troviamo rappresentata anche in molte opere d’arte, soprattutto sculture e vasi, che mostrano persone con supporti per camminare, testimonianze del fatto che malattie come l’artrite o altre forme di patologie articolari fossero abbastanza diffuse.

Anfora attica (480 BC), che mostra un anziano su una stampella che augura fortuna a un guerriero in partenza (The Metropolitan Museum of Art, New York).

Appare quindi evidente che i disabili non erano esclusi dalla società o dai racconti e dalle memorie, ma invece erano individui rispettati, spesso eroi, generali o re, trattati come uguali tra gli altri membri della società e rappresentati nell’arte.

Se quindi i disabili erano socialmente accettati è abbastanza probabile che gli interventi a loro favore riguardassero anche l’architettura dei luoghi pubblici e dei santuari.

A supporto di questa ipotesi arrivano le ricostruzioni di numerosi santuari, che in molti casi avevano rampe negli edifici principali, come ad esempio lo studio di Katja Sporn, resposabile del dipartimento su Atene dell’Istituto tedesco di Archeologia che illustra 18 rampe in 15 siti diversi, dimostrando come queste fossero progettate e costruite per facilitare i movimenti dei visitatori nei templi.

John Pedley, nel 2006, riporta che il grande Santuario Panellenico di Zeus a Olimpia aveva due rampe, una per l’edificio principale e una più piccola che conduceva al recinto dei sacrfici, e presso il Santuario Panellenico di Asclepio a Epidauro, sono state rinvenute almeno 11 rampe di pietra, di cui due, sufficientemente ben conservate da mostrarne i particolari costruttivi.

Le rampe portano alle entrate principali dei templi ed è improbabile che venissero usate per gli animali da sacrificio che venivano introdotti nei templi solo raramente. E’ anche improbabile che una rampa permanente in pietra, che porta solo all’entrata del tempio, fosse dovuta alle fasi iniziali della costruzione per il trasporto dei materiali, perché in quel caso sarebbe dovuta arrivare alla sommità dell’edificio.

In ogni caso queste rampe rappresentavano un investimento significativo in tempo, soldi e risorse, improbabile che fossero fatte per soddisfare bisogni temporanei, e come scriveva Ivo Andrić “Non ci sono edifici che sono stati costruiti per caso, senza servire alla società che li ha creati, ai suoi bisogni, speranze e possibilità di comprensione”.

Ricostruzione del tempio di Asclepio a Epidauro, con le rampe di accesso agli edifici (© 2019 J. Goodinson; scientific advisor J. Svolos).

Concludendo è possibile, data la concentrazione di tracce di rampe in edifici pubblici, come i santuari dedicati alla guarigione, frequentati da persone con disabilità motorie, che gli antichi greci fossero consapevoli e sensibili verso i problemi di questa categoria di persone, tanto da costruire strutture adatte a riceverli.

Come i siti dedicati all’atletica erano provvisti di gymnasia e stadi, i santuari per la guarigione erano muniti di strutture adatte a permettere l’inclusione delle persone alle attività rituali.

 

 

 

Debby Sneed, The architecture of access: ramps at ancient Greek healing sanctuaries – Antiquity, Volume 94, Issue August 2020 , pp. 1015-1029, Department of Classics, California State University, Long Beach, USA – Copyright: © Antiquity Publications Ltd, 2020 – DOI: https://doi.org/10.15184/aqy.2020.123 – Published online by Cambridge University Press: 21 July 2020

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Accadde a Cagliari: Il furto dei libri. https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-il-furto-dei-libri/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-il-furto-dei-libri/#respond Thu, 24 Sep 2020 08:03:14 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19454 di Massimo Dotta Alcune vicende accadute nella Cagliari medievale, che emergono dalla ricerca sui documenti d’archivio, hanno il sapore del giallo, e parlano di furti e sotterfugi. In questa storia ci portano a scoprire una Sardegna medievale, dal periodo romano fino all’arrivo degli aragonesi, di grande vivacità culturale e intellettuale, testimoniata dagli oltre seicento possessori di libri documentati nell’isola, con in aggiunta le grandi biblioteche. Lo studio della circolazione del libro in Sardegna è un campo di ricerca nuovo e nasce dall’analisi delle raccolte dei documenti medievali, durata tre anni e presentata nel volume del 2016, Libri, lettori e biblioteche

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di Massimo Dotta

Alcune vicende accadute nella Cagliari medievale, che emergono dalla ricerca sui documenti d’archivio, hanno il sapore del giallo, e parlano di furti e sotterfugi.

In questa storia ci portano a scoprire una Sardegna medievale, dal periodo romano fino all’arrivo degli aragonesi, di grande vivacità culturale e intellettuale, testimoniata dagli oltre seicento possessori di libri documentati nell’isola, con in aggiunta le grandi biblioteche.

Lo studio della circolazione del libro in Sardegna è un campo di ricerca nuovo e nasce dall’analisi delle raccolte dei documenti medievali, durata tre anni e presentata nel volume del 2016, Libri, lettori e biblioteche nella Sardegna medievale e della prima Età moderna (secoli VI-XVI)1, all’interno del progetto RICABIM (Repertorio di Inventari e Cataloghi di Biblioteche Medievali) iniziato nel 1996 dalla Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino di Firenze.

Durante le ricerche sono emerse numerose testimonianze di libri famosi che sono passati per la Sardegna, in transito, come il cosiddetto Ilario Basilicano, con note autografe di Fulgenzio di Ruspe, a Cagliari attorno al 510, e l’Orazionale visigotico, il più antico manoscritto in minuscola visigotica, che fu in Sardegna fra il 711 e il 732, per motivo di studio o farne copie.

Veniamo a sapere quindi che in Sardegna, attorno al 1200, circolavano ed erano presenti numerosi libri e biblioteche, e, di conseguenza, era anche presente un pubblico colto numeroso, capace di leggere, apprezzare e usare i manoscritti (che spesso erano trattati di tecnica).

Ora essendo documentato che prima dell’avvento dei nuovi dominatori aragonesi i manoscritti esistevano sicuramente in collezioni di grandi dimensioni, custodite sia nelle chiese di antica tradizione nei centri principali che in raccolte private, una domanda sorge spontanea: dove sono finiti tutti quei libri quando sono arrivati i catalano-aragonesi?

La Biblioteca storica dell’Universitaria di Cagliari.

La risposta la possiamo trovare analizzando alcuni fatti storici, che ci permettono di seguire le vicende di queste raccolte di volumi, come nei casi del convento di S. Francesco a Stampace e del monastero di clausura di S. Margherita, situato al tempo ai piedi del Castello, dove oggi si trova la chiesa di Santa Chiara. Entrambe le sedi centrali di questi ordini religiosi custodivano, come era comune nel medioevo, una propria biblioteca, con copie di libri, come abbiamo visto prima, spesso importanti e famosi.

Nel 1326, durante gli scontri tra il Comune di Pisa e la Corona d’Aragona prima della presa di Cagliari, vennero distrutte entrambe le sedi dei frati e delle clarisse, e le rispettive biblioteche vennero interamente confiscate. I religiosi denunciarono che i catalano-aragonesi si erano impossessati di tutti i libri, portandone parecchi nel loro quartier generale di Bonaria. Non sappiamo quanti volumi fossero stati presi e, sebbene l’erede al trono avesse ordinato la pronta restituzione, non siamo sicuri che l’ordine sia stato effettivamente eseguito.

Un’altro esempio importante di “furto” di libri in Sardegna lo troviamo nel 1333, avvenuto a scapito della raccolta della cattedrale di S. Maria di Cagliari, alla quale vennero sottratti più di 134 codici, un numero di volumi notevole per la Sardegna del tempo. Questo furto, definito “sacrilego” dai consiglieri civici cagliaritani, venne compiuto dall’arcivescovo Gondisalvo, primo della serie dei prelati catalani che vennero posti a capo dell’arcidiocesi sarda.

Ancora un altro caso riguarda una collezione privata, quella che Ramon de Cervera, decano di Urgell e membro della Collettoria apostolica in Aragona, raccolse durante la sua vita e che venne inviata a Barcellona alla sua morte. De Cervera visse nell’isola per molti anni, esercitando la professione di giurista, seguendo anche le trattative di pace con il Giudicato d’Arborea, raccogliendo in una biblioteca privata un numero di volumi notevole. Nel 1389, quando De Cervera morì, la sua collezione venne immediatamente requisita, ben sigillata, e quindi spedita, con scorta di armati, a Barcellona, per ordine di re Giovanni I il Cacciatore, sovrano la cui passione per i libri è nota agli storici.

Tutti questi episodi ci presentano un momento storico in cui i libri sono oggetti di estremo valore che suscitano una forte bramosia, e che vengono letteralmente cacciati come prede ambite durante la prima fase della conquista catalano-aragonese, quando si verificano i furti più considerevoli

I volumi erano, e sono stati per molti secoli, beni di lusso che generavano potere e prestigio al pari dei gioielli e dell’oro ed erano trasportabili, e quindi asportabili con facilità e in grande quantità, cosa che ne originò anche il contrabbando e tutto ciò che questo poteva generare.

Possiamo immaginare, in questo periodo, scenari simili a quelli dei moderni film di spionaggio, con notizie e “soffiate” che circolano solo in certi ambienti, personaggi colti, senza scrupoli e di notevole inventiva che si accaparrano volumi o intere raccolte, trasporti di carichi clandestini e notturni, e con nobili, o addirittura reali, che fungevano da compratori o più spesso mandanti.

Libri storici esposti presso la Biblioteca Universitaria a Cagliari.

Il Trecento è un saeculum horribilis per i libri in Sardegna, con la scomparsa di quasi tutto il patrimonio librario, fortemente accelerata dall’arrivo dei catalano-aragonesi: spariscono letteralmente centinaia di volumi, e l’entità del danno fu enorme dal punto di vista culturale. Un danno di cui abbiamo subito e subiamo gli effetti fino ai giorni nostri.

1 G. FIESOLI, A. LAI, G. SECHE, Libri, lettori e biblioteche nella Sardegna medievale e della prima Età moderna (secoli VI-XVI), con una premessa di L.G.G. RICCI, Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2016 (Biblioteche e archivi, 30. Texts and Studies.

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Progetto Resilienze culturali. Cronaca di due tappe: Orgosolo e l’Iglesiente. https://www.sardegnamagazine.net/progetto-resilienze-culturali-piccola-cronaca-delle-prime-due-tappe-orgosolo-e-liglesiente/ https://www.sardegnamagazine.net/progetto-resilienze-culturali-piccola-cronaca-delle-prime-due-tappe-orgosolo-e-liglesiente/#respond Tue, 22 Sep 2020 07:48:23 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19247 di Massimo Dotta Le ultime attività del progetto Resilienze culturali dell’Associazione Amici di Sardegna, hanno portato l’attenzione su due diverse realtà di resilienza a Orgosolo e nell’Iglesiente. Realizzato da Amici di Sardegna grazie a un finanziamento della Fondazione di Sardegna in collaborazione con vari partner fra cui il Consorzio del Parco Geomineario e Storico Ambientale della Sardegna e il CSV Sardegna Solidale odv, Resilienze culturali è partito dalla Necropoli di Tuvixeddu a Cagliari, per poi spostarsi, come da programma, in diverse località della Sardegna alla ricerca di ciò che resta delle nostre matrici culturali, e dei modi in cui queste

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Le ultime attività del progetto Resilienze culturali dell’Associazione Amici di Sardegna, hanno portato l’attenzione su due diverse realtà di resilienza a Orgosolo e nell’Iglesiente.

Realizzato da Amici di Sardegna grazie a un finanziamento della Fondazione di Sardegna in collaborazione con vari partner fra cui il Consorzio del Parco Geomineario e Storico Ambientale della Sardegna e il CSV Sardegna Solidale odv, Resilienze culturali è partito dalla Necropoli di Tuvixeddu a Cagliari, per poi spostarsi, come da programma, in diverse località della Sardegna alla ricerca di ciò che resta delle nostre matrici culturali, e dei modi in cui queste riescano a resistere al tempo, all’incuria e allo sviluppo senza memoria.

Ma sopratutto che cosa fanno i giovani in tutte queste, spesso piccole, realtà locali? Possono i loro sforzi di riscoperta e riproposta di conoscenze tradizionali dare qualche risultato positivo?

Proprio alla ricerca di queste risposte si sono dirette le prime due uscite del progetto, arrivando come prima tappa a Orgosolo, dove si è realizzato un documentario grazie all’assistenza di alcuni “Ciceroni” locali che hanno portato la loro testimonianza storica sugli eventi accaduti in paese nella seconda metà del ‘900.

Gianfranco Crissantu ed Enzo Meloni sono stati due ospiti eccezionali, permettendoci di conoscere alcune realtà locali che producono grazie ai loro saperi tradizionali, e la maggior parte di queste sono create da giovani sotto i trent’anni di età.

La visita si è conclusa alle Cantine di Orgosolo dove siamo stati guidati, con grande cortesia, in un tour alla scoperta di come si produce il Cannonau, nettare di cui questa può essere definita una delle zone madri sin dall’antichità.

Gianfranco Crissantu e Roberto Copparoni all’ingresso della Cantina di Orgosolo.

A Orgosolo abbiamo trovato la ricerca di un equilibrio sostenibile tra economia e tradizione che sicuramente può essere preso come modello da riproporre in altre realtà simili.

Il documentario di questa tappa è stato pubblicato il 31 di Agosto ed è visibile seguendo questo link.

La seconda uscita, che ha avuto luogo Domenica scorsa, ha portato il team di Resilienze Culturali nel Sud/Ovest verso l’iglesiente, con un percorso che ha toccato varie località significative a livello storico, turistico, economico e di valori tradizionali trasmessi.

La prima fermata di questo bus culturale si è avuta al Tempio di Antas a Fluminimaggiore dove siamo stati accolti dalla gentilissima Tiziana Cau della Cooperativa Start-uno che gestisce il sito. Tiziana ci ha guidato alla scoperta di quest’antico Tempio e di tutta l’area archeologica che si estende poco distante, con grande professionalità e passione. Finita la visita, ci ha anche raccontato degli sforzi della cooperativa per mantenere il sito a un livello alto, in grado di rispondere a tutte le richieste del pubblico.

Tiziana Cau con Roberto Copparoni e Simone Cirina durante le riprese ad Antas.

Interessante, a questo proposito, la ricostruzione per ipovedenti del tempio, una piccolo gioiello ricostruttivo che permette a chi non può vedere di conoscere il tempio. Le difficoltà nei movimenti dei mesi scorsi dovuti al Covid19 hanno purtroppo colpito anche loro, portando a un meno 50% nelle visite, ma esistono, ci spiega Tiziana, incoraggianti segnali di ripresa anche dal turismo interno.

Ricostruzione del Tempio di Antas per non vedenti.

Dopo aver fatto i complimenti e i nostri migliori auguri a Tiziana Cau e a tutti i componenti della cooperativa, l’escursione ha proseguito verso Masua e Nebida.

Arrivati a Masua siamo stati ricevuti da Alessio Piras, Guida AIGAE e guida turistica dell’associazione Amici di Sardegna, che ci ha accompagnato a visitare questi importanti siti. Un viaggio nel tempo virtuale, che racconta un periodo duro per la popolazione locale, ma che ha portato in Sardegna anche delle piccole importanti influenze culturali esterne, come al tempo in cui Buggerru era chiamata “la piccola Parigi”. Anche in questi luoghi la difficile situazione economica ha visto una risposta culturale da parte delle realtà locali. Ma ancora molto si potrebbe fare.

Si spera, anche con il contributo che questo progetto e i documentari possono dare, che questo patrimonio continui ad essere preservato e raccontato.

Pranzo in compagnia.

Il pranzo, è stato consumato in una splendida pineta, in compagnia di circa 50 cavalli, appartenenti a una comitiva di turisti condotti da guide locali, che mangiavano anche loro, e si riposavano in attesa di riprendere il loro percorso.

Tratto della cinta muraria pisana con torre a Iglesias.

Nel pomeriggio è stato il turno di Iglesias, splendida cittadina medievale, che ha avuto nella storia stretti legami con Cagliari. Dopo una visita alle mura pisane, ancora ben conservate in alcuni tratti, abbiamo incontrato Milena Minio, guida turistica dell’associazione Amici di Sardegna e valida collaboratrice, che ci ha condotto alla scoperta delle porte del circuito murario e di buona parte del centro medievale.

La splendida Cattedrale di Santa Chiara a Iglesias.

Anche a Iglesias sono state effettuate riprese, grazie al sempre pronto Simone Cirina, trasmesse in parte in diretta su facebook, e in parte registrate per il prossimo documentario di Resilienze Culturali su questa parte della nostra isola.

Una torre delle fortificazioni pisane.

Da parte del Presidente di Amici di Sardegna, Roberto Copparoni, un messaggio dedicato a tutti coloro che ci hanno accolto e guidato durante le tappe realizzate:

Grazie di cuore a nome di tutto lo staff per quanto avete fatto e fate per la promozione della cultura e dei territori della Sardegna. Per questo siete delle autentiche testimonianze di resilienza culturale.”

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Accadde a Cagliari: Lo sciopero del 1949 https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-lo-sciopero-del-1949/ https://www.sardegnamagazine.net/accadde-a-cagliari-lo-sciopero-del-1949/#respond Fri, 18 Sep 2020 07:56:23 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19161 di Massimo Dotta La città di Cagliari ha una storia veramente lunga, che si snoda attraverso millenni e che lega allo stesso luogo una continuità e una ricchezza straordinaria. Esistono molti piccoli fatti poco noti che fanno parte di questa storia e vogliamo cercare, con una nuova serie di articoli, di riportarne qualcuno alla memoria. La piccola storia di cui parleremo risale all’immediato secondo dopoguerra, quando la Sardegna visse un periodo di grande attività culturale, giornalistica e politica e di grandi cambiamenti sociali. Parte di questi si originarono alla fine degli anni Quaranta, con le agitazioni dei lavoratori delle zone

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di Massimo Dotta

La città di Cagliari ha una storia veramente lunga, che si snoda attraverso millenni e che lega allo stesso luogo una continuità e una ricchezza straordinaria. Esistono molti piccoli fatti poco noti che fanno parte di questa storia e vogliamo cercare, con una nuova serie di articoli, di riportarne qualcuno alla memoria. La piccola storia di cui parleremo risale all’immediato secondo dopoguerra, quando la Sardegna visse un periodo di grande attività culturale, giornalistica e politica e di grandi cambiamenti sociali.

Parte di questi si originarono alla fine degli anni Quaranta, con le agitazioni dei lavoratori delle zone minerarie, nel settore carbonifero del Sulcis-Iglesiente e in quello metallifero del Guspinese. La Montevecchio Società Italiana del Piombo e dello Zinco (SIPZ) dovette affrontare una serie di agitazioni dei lavoratori che chiedevano la revisione dei contratti di lavoro, e nel gennaio 1949 propose un accordo, conosciuto come Patto Aziendale, che prevedeva degli aumenti salariali ma solo a condizione della rinuncia ai diritti sindacali.

Il 20 gennaio i lavoratori entrarono in stato di ‘non collaborazione’, seguendo l’esempio degli operai di un altra società, la Pertusola, che presso la miniera di Ingurtosu avevano iniziato a scioperare ormai da 10 giorni. Il 21 la ‘non collaborazione’ aumentò: i lavoratori, in agitazione, denunciavano l’iniquità del sistema di cottimo Bedaux e chiedendo l’aumento dei salari.

Questo “sistema”, ideato da Bedaux, era un vero e proprio metodo scientifico in cui ogni operazione dell’operaio veniva misurata da cronometristi e valutata successivamente in lire dall’ufficio cottimi. Le operazioni di misurazione dei tempi venivano effettuate per ogni singola attività, e consentiva un controllo vessatorio, sottoposto a numerosi ritocchi a scapito degli operai, con accelerazioni dei ritmi di produzione e tagli di salario.

Fu l’inizio di una lunga vertenza che portò a una serie di scioperi diffusi in tutta l’isola e che toccherà anche la città di Cagliari, con uno sciopero generale che durerà per undici giorni consecutivi e che sembra sia stato particolarmente duro.

Gli Atti parlamentari della Camera dei Deputati dell’11 febbraio così descrivono la difficile situazione:

lo sciopero di tutti gli operai addetti alle industrie […] dal 26 gennaio 1949 ha totalmente paralizzato la città di Cagliari e la provincia, specialmente a causa della sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica, con la conseguenza della mancanza d’illuminazione e dell’arresto di molini, pastifici, panifici, comunicazioni tramviarie cittadine e vicinali, giornali, ecc., mettendo così in gravissimo disagio la vita dell’intera provincia e con pericolo di perturbazioni serie dell’ordine pubblico.”

Lo sciopero della provincia di Cagliari cessato[…] effettivamente il 5 febbraio […], che ha colpito la città di Cagliari e la provincia, con una popolazione di 700 mila abitanti […]”, aggiunge l’On. Maxia nel suo intervento, “è lo sciopero più grave e più duro che abbia colpito il nostro Paese […] al di sopra e all’infuori dei Contrasti delle classi che erano in lotta, è stata colpita – e duramente – tutta una popolazione. (Atti parlamentari – Camera dei deputati – DISCUSSIONI – SEDUTA DELL’11 FEBBRAIO, 1949)

Per undici giorni sembrò di essere tornati ai, non lontani, tempi della guerra, non c’era corrente elettrica, non uscivano i giornali, il cibo scarseggiava e non circolavano mezzi pubblici, e anche i servizi d’Igiene Urbana e gli spazzini avevano interrotto le loro attività.

La città era paralizzata e la sporcizia cresceva agli angoli delle strade insieme ai cumuli di di rifiuti.

Ci volle del tempo, dopo la fine dello stato di ‘non collaborazione’, per ripartire come prima, e la città rimase per altre due settimane coperta dalla sporcizia e dalle montagne di rifiuti che si erano accumulati, una situazione che sembra si sia ripetuta spesso, anche recentemente, nella storia di Cagliari.

Questa sporcizia generata da scarichi abusivi, aggravata dalla presenza di detriti e materiali di demolizione nei quartieri bombardati, dallo stato precario delle strutture abitative, dava alla città un aspetto desolante.

Gli spazzini, che utilizzavano un carrettino a mano e una scopa per raccogliere i rifiuti, anche lavorando a pieno ritmo, non riuscivano a smaltire tutto quello che si era accumulato e si accumulava anche a causa della ripresa delle attività commerciali e dei mercati.

La necessità di porre rimedio a questa situazione si fece improrogabile e si formarono dei gruppi di volontari che dal 18 al 26 febbraio, collaborarono nell’opera di nettezza urbana, raccogliendo rifiuti, ripulendo e spazzando strade.

Foto che ritrae un gruppo di volontari impegnati nella pulizia delle strade. La dedica al Comune di Cagliari riporta le date d’inizio (il 18/02/1949) e della fine (26/02/1949) dell’intervento.

E’ affascinante guardare le foto del tempo, i visi delle persone, alcuni giovani altri meno, chi sorride o chi resta serio, viene spontaneo immaginare la storia dietro ogni volto, i sogni e i dolori, testimonianze di un vivere quotidiano che per noi è ormai lontano.

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Assumere una posizione https://www.sardegnamagazine.net/assumere-un-posizione/ https://www.sardegnamagazine.net/assumere-un-posizione/#respond Tue, 15 Sep 2020 11:11:23 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19156 Nei giorni scorsi le tutrici e i tutori volontari della Sardegna hanno preparato un documento che riteniamo assai utile per riflettere su un tema che per importanza e attualità merita la massima attenzione.

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Nei giorni scorsi le tutrici e i tutori volontari della Sardegna hanno preparato un documento che riteniamo assai utile per riflettere su un tema che, per importanza e attualità, merita la massima attenzione. Ecco il comunicato:

“Alcuni giorni fa è apparsa sui social una fotografia: i migranti dell’isola di Lesbo, costretti a fuggire dal campo distrutto da un incendio, hanno trovato come unico ricovero e come alternativa alla strada, il cimitero. Sdraiati sopra le tombe, ammassati tra le lapidi come in un surreale campeggio.L’immagine è diventata subito virale, suscitando sdegno, tristezza, rabbia e una insopportabile sensazione di impotenza.Tra le persone ormai da giorni senza un tetto, un pasto caldo, un posto sicuro vi sono anche migliaia di bambini, in molti casi da soli.Siamo un gruppo di tutrici e tutori volontari di minori stranieri non accompagnati, siamo di ogni parte d’Italia e ci rivolgiamo alla Garante Nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, dott.ssa Filomena Albano, affinché si faccia portavoce di questa nostra richiesta nelle sedi più opportune.Ci rivolgiamo con fiducia al presidente del Consiglio on. Giuseppe Conte, al presidente del Parlamento europeo on. David Sassoli, ai ministri degli Esteri on. Luigi Di Maio e degli Interni on. Luciana Lamorgese, affinché si facciano parte diligente per risolvere questa delicata situazione e trovino di concerto una soluzione tempestiva che consenta di mettere al sicuro i minori, affidandoli a famiglie o tutori in altri paesi europei. Noi ci candidiamo per questo.Si dice che l’Italia sia capace di dare il suo meglio nelle situazioni di difficoltà e di riscoprire in queste circostanze umanità e accoglienza. Ricordiamo tutti come l’allora presidente Pertini inviò alcune navi della Marina militare per salvare i “boat people” vietnamiti in fuga dalle persecuzioni. Sono passati 40 anni ma ci troviamo ancora una volta di fronte ad un’emergenza umanitaria analoga.E l’Europa, di cui siamo parte integrante e che ci ha permesso di crescere come in un guscio protetto da guerre e carestie, non vogliamo diventi un muro di respingimenti e paure.Non possiamo e non vogliamo restare indifferenti ma vogliamo dare il nostro contributo.

Le tutrici ed i tutori volontari della Sardegna

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Gli alberi di Cagliari https://www.sardegnamagazine.net/gli-alberi-di-cagliari/ https://www.sardegnamagazine.net/gli-alberi-di-cagliari/#respond Mon, 14 Sep 2020 09:15:02 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19145 Ecco un contributo di Marcello Polastri per affrontare in modo costruttivo una vecchia questione mai risolta: Il verde a Cagliari

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Pubblichiamo un comunicato del Consigliere Marcello Polastri, Presidente della Commissione Sicurezza e Patrimonio del Comune di Cagliari per stimolare una riflessione sull’importante tema

PENSIAMO AL BENESSERE DEL VERDE E NON A STERILI POLEMICHE PER FAR LEVA SULLA PANCIA DEI CAGLIARITANI

La VTA, per un Agronomo, è come l’allerta meteo per un Sindaco il quale, avendo ricevuto l’SOS per l’imminente pericolo, non agisce d’urgenza. D’altronde chi sbaglia pagherebbe e la verità, sul caso degli alberi, è che malconci e pericolosi, lo sono da molti anni e nessuno ha avuto il coraggio di spostarli in un ricovero.

“Gli alberi del Largo Carlo Felice e viale Buoncammino sono malati, per fortuna non tutti quelli presenti in citta, ma poco più di un’ottantina su 15.000 censiti e radiografati ad oggi, con il metodo di estrema precisione della Valutazione tecnica ambientale (VTA) la quale ha attestato di come alcuni alberi siano vuoti al loro interno, sono cavi, e al posto di godere della linfa, soffrono assai, perché sono tutt’altro che in forma ma hanno sofferto gli effetti di un incommensurabile menefreghismo.

È risaputo: le belle Jacarande di Cagliari sono preda di formiche e di infestazioni fungine, ci sarebbe da chiederci: perché non sono state trattate in passato e quindi, di recente, sono state definite  dagli agronomi, “irrecuperabili”? È come scattato un campanello d’allarme ed a cascata le sue conseguenze: la VTA ha definito alcuni alberi con gravità estrema, l’Agronomo ha dato l’ordine di abbattere, poi sarebbero stati sostituti ma ora c’è pressione dell’opinione pubblica. Che giustamente vuole sapere e va coinvolta dicendo che non è affatto vero, contrariamente alle accuse infondate degli oppositori al Comune di Cagliari, che ci sia chi vorrebbe la distruzione del verde cittadino.

“Chiunque, guardando gli alberi, penserebbe che  stiano bene ma poi a leggere gli atti vengono i brividi: infestati da funghi, incancreniti, pieni di gallerie create da formiche e parassiti. E soprattutto, crollano! Come accaduto 3 giorni fa”. “Posso capire – precisa Polastri  – che la voglia di deviare l’opinione pubblica sia irrefrenabile, ma la verità è che amiamo tutti la chioma verde della città, io per primo vorrei che non venisse sostituito alcun albero ma è un atto dovuto, e vorrei soprattutto vedere realizzata la foresta urbana che ho proposto per il viale Trieste, al posto delle immondizie dello  stallaggio Meloni” per la quale Polastri è primo firmatario di un ordine del giorno presentato un anno fa, ora nella scrivania del sindaco.

“Stiamo lavorando da più di un anno alla candidatura di Cagliari a Capitale Europea del verde, valutando i casi di intervento più urgente per la sicurezza, grazie alla mappatura e censimento delle piante. Però c’è chi, stando al PC anziché per strada come meC cerca di infangare contattando singoli blogger e media, mandando ovunque informazioni inesatte. Infatti dico ai più: occhio, verificate le fonti all’origine, gli agronomi in questo caso”.

È furente ma non lo vuole dare a vedere Polastri, “perché c’è chi mente sapendo di mentire” prosegue il presidente della Commissione Politiche per la sicurezza che per primo, tre settimane fa, ha sollevato, il caso delle piante da salvare e, nei casi più gravi abbattere, “per questioni di sicurezza”. 

“Sia chiaro una volta per tutte: non è una scelta politica, bensì un fattore tecnico che ha richiesto, di conseguenza, un atto necessario: gli agronomi hanno definito alcuni alberi con gravità estreme, e detto che pensanti tronchi o alberi, potrebbero collassare con Il forte vento o nei giorni seguenti, senza preavviso, su auto o persone. È già capitato per l’albero che da altre parti si è schiantato su una tenda causando morti. Un simile evento si è ripetuto anche da noi, per fortuna senza nefaste conseguenze, nei giorni scorsi a Cagliari, giornata nella quale organizzai la riunione della Commissione per illustrare con gli agronomi e l’assessore al verde Piroddi, nella piena trasparenza, cosa aveva in mente l’amministrazione per gli alberi pericolanti della città. Dicono che nessuno ha informato nessuno? Beh, io dico che mentono sapendo di mentire. Conservo i messaggi della convocazione trasmessi ai colleghi”.

C’e chi attacca per ideologia e senza studiare,  dunque, chi richiama l’attenzione degli ambientalisti i quali non mi pare abbiano letto gli atti degli agronomi, però si sono precipitati a chiamare la Soprintendenza che andrebbe invitata a occuparsi di verde con più attenzione, già negli anni passati, per tutelare i grandi alberi monumentali: sapranno quanti e quali stanno bene oppure no?

“L’ho detto in tutte le salse, a voce e per iscritto anche ai colleghi consiglieri d’opposizione, alle centinaia di persone che mi hanno chiamato al telefono e agli amici ambientalisti, anche io provengo dal mondo ambientalista: ci vorrebbe un miracolo per salvare le piante malate del Largo e di viale Buoncammino; mi appellerei a Sant’Agostino e se ci fosse anche a lui, a Fra Lorenzo, che avrei coinvolto se fosse ancora in vita ”.

Infatti, anche secondo gli agronomi, “quel famoso intervento divino narrato nel capitolo 4 dei promessi sposi a favore del noce, può ristabilirli” sostiene l’Agronomo Andrea Fenu, che ha ritenuto urgente dare l’ordine di abbattimento, ondi cavatura.

 In tal senso il consigliere Polastri ha chiesto “la cavatura, per cercare di estratte la pianta, radice per radice, e trasportarla al vivaio di Corongiu per un ricovero. Ma è operazione delicata e costosissima, in più se le radici fossero piene di funghi, sarebbe peggio. Ne deliberebbe – prosegue Polastri – che la formella che ospitava la pianta non sia adattata per ospitare le nuove Jacarande già acquistate dal comune”.

“In mancanza di un miracolo, comunque – conclude Polastri – il pericolo resta con le piante in queste condizioni, e di conseguenza, sempre per tutelare la salute e l’incolumità di persone e beni, siamo obbligati a cavarle, dunque trasferirle altrove, cercare di curarle, nei casi piu gravi, ad abbatterle. Pur non volendo, è necessario rendere sicuro lo spazio, oppure via auto e pedoni e bene, lasciamo le sole piante!”.

Infine una frecciata alla Soprintendente Maura Picciau: “la Soprintendenza dovrebbe leggersi   l’elenco aggiornato di tutte le piante pericolose poste sotto tutela, e agire per tutelare, e per evitare di tutelare in modo paradossale i RISCHI ESTREMI.

Non sarebbe così difficile: che la Soprintendenza chiesa ai Comuni di intervenire ovunque per porre in sicurezza gli alberi monumentali o, se si ammalano, la sicurezza dell’albero diventa insicurezza per i cittadini.

E ciò, in un mondo normale. Nel mondo alla rovescia invece sta succedendo il contrario. Per fortuna, i tecnici non si lasciano sviare e puntano dritti a togliere i pericoli finché c’è tempo. È come quando cadoni i cornicioni, i pompieri attendono l’ok?”.

La VTA per l’Agronomo è come l’alleata meteo per un sindaco il quale avendo ricevuto l’SoS per un imminente pericolo, non agisce d’urgenza. Ed in ogni caso, chi sbaglia, sarebbe tenuto a risponderne!

 Il bello è che – sostiene Marcello Polastri – scopriremo tutti che gli alberi hanno un’anima, una energia, e in quanto tali li ameremo di più. Ne sono certo, anche se non possono parlare perché la loro voce è sempre lei, la cosiddetta VTA ”.

Approfondimento

Non c’è altra soluzione. Ciò in quanto un un’albero compromesso non è più in grado di opporsi alla forza del vento, che in fisica si chiama carico, e oltre una certa sollecitazione schianta.

Gli Agronomi usano questo termine “crudo”, perché un un’albero sollecitato dal vento anziché adagiarsi dolcemente,  con tutta la forza inerziale che deriva dalla sua massa, dai 3000 ai 15000 kg, cade con violenza. Come una fionda gigante che sbaglia una chioma da 3-6 metri d’altezza!

Le conseguenze sono facilmente intuibili. Fino ad oggi l’uomo nulla poteva contro la forza bruta della natura; oggi però grazie alle VTA può giocare d’anticipo. Le VTA sono le Valutazioni Tecniche Ambientali.

Non ci sono esperti botanici che tengano, perché solo i dottori Agronomi sono coloro che della pianta conoscono a menadito tutto: radici, fusto, chioma, la radiografano e scansiscono con sistemi speciali e tecnologie di ultimissima generazione e non sono affatto Attila, ma la cura, dopo la diagnosi, e l’intervento chirurgico pure.

Riguardo alla sostituzione delle piante nel Largo, comunque, questo è un fatto certo. Gli alberi sono stati ordinati, per buona prassi agronomica verranno posti a dimora in autunno, con clima favorevole, dopo che gli agronomi diranno che il suolo è stato bonificato.

Chiaramente, per poter sostituire gli alberi abbattuti verranno infatti rimosse le cosiddette ceppaie. Una operazione costosissima ma obbligata. D’altronde Cagliari è piena di ceppi come “mozziconi di colonne pericolose e brutte a vedersi – afferma Polastri – e sono il regalo a questa Giunta che si è insediata un anno fa trovando un deserto di piante tagliare. Perché se dovessimo contare quanti alberi hanno tagliato rideremo pure… ”. Alcuni alberi sofferenti, sia chiaro, non verranno rimessi nello stesso locus in quanto inadatto. 

“Il fatto che abbiamo sbagliato allora non ci deve spingere, mossi dall’opinione pubblica male informata, a ripetere l’errore” sostiene l’Agronomo Andrea Fenu: “Gli alberi sul lato destro di via Giussani  non ci facevano nulla; impedivano la camminata sul marciapiede e in caso di caduta avrebbero occupato tutta la strada”.

Ed è qui che Polastri interviene anche per la sua competenza di commissione, quella al Patrimonio:

“Nel rispetto del bilancio arboreo verranno sistemati in modo tale da non creare più problemi, laddove dovessero diventare grandi alberi. Ed in ultimo – conclude Polastri – allo stato attuale potrei chiedere di fermare gli abbattimenti ma così scoppierebbe il caos, precludendo al traffico veicolare le zone pericolose: 80 settori della città con alberi considerati cadenti.  Ma sia chiaro: andrebbe recintata un’intera area di almeno 100 metri quadrati per ciascun albero. Perché bisogna mettere in sicurezza anche i beni delle persone e quelli pubblici. In mancanza di questi elementi, per una questione di sicurezza è necessario eliminare i pericoli, anche potenziali”.

Infine, la domanda casomai è la seguente: quando parte l’allerta  chi ha il potere di bloccarla?

Semplice, il venir meno di ciò che l’ha causata. Quindi, o il politico ci dice che vieta il traffico e mette in sicurezza tutte le aree in cui si trovano alberi  compromessi, oppure bisogna levare il pericolo attraverso gli abbattimenti cui seguiranno le nuove nuove piantumazioni. Terreni inquinato permettendo, e ok degli agronomi”.

Per Maggiori info: http://www.esplorasardegna.it

Marcello Polastri

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Sull’inutilità e inadeguatezza dell’ultima ordinanza di Solinas. https://www.sardegnamagazine.net/sullinutilita-e-inadeguatezza-dellultima-ordinanza-di-solinas/ https://www.sardegnamagazine.net/sullinutilita-e-inadeguatezza-dellultima-ordinanza-di-solinas/#respond Sat, 12 Sep 2020 13:14:35 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19108 di Massimo Dotta. Ed è arrivata, annunciata nei giorni scorsi dai media, e sbandierata come una idea pro-attiva ed intelligente per contrastare l’emergenza Covid in Sardegna, la nuova ordinanza del presidente della Regione, Christian Solinas. L’ordinanza pubblicata l’11 settembre, cambia le regole per accedere nell’isola, e i viaggiatori in ingresso saranno “invitati” ad esibire all’imbarco un certificato di negatività al virus o una autocertificazione di negatività indicando il tipo di test (sierologico, molecolare o antigenico) eseguito, oltre che il luogo dove questo è stato eseguito. In caso contrario “devono” effettuare un tampone, non oltre le 48 ore dall’arrivo, per poi

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di Massimo Dotta.

Ed è arrivata, annunciata nei giorni scorsi dai media, e sbandierata come una idea pro-attiva ed intelligente per contrastare l’emergenza Covid in Sardegna, la nuova ordinanza del presidente della Regione, Christian Solinas. L’ordinanza pubblicata l’11 settembre, cambia le regole per accedere nell’isola, e i viaggiatori in ingresso saranno “invitati” ad esibire all’imbarco un certificato di negatività al virus o una autocertificazione di negatività indicando il tipo di test (sierologico, molecolare o antigenico) eseguito, oltre che il luogo dove questo è stato eseguito. In caso contrario “devono” effettuare un tampone, non oltre le 48 ore dall’arrivo, per poi comunicare l’esito alle autorità sanitarie locali. Nel caso, quindi, che si sia costretti ad effettuare il test nell’isola si deve anche, comunque, restare in isolamento fiduciario fino al ricevimento degli esiti dell’esame, che di norma arrivano dopo le 48 ore classiche.

Sono indicate anche una serie di categorie di esclusi, ai quali non vengono applicate le medesime restrizioni, come chi svolge attività per organi costituzionali, o gli equipaggi di mezzi di trasporto o persone viaggianti per motivi di salute.

L’ordinanza prescrive anche l’uso delle mascherine all’aperto, sia di giorno che di notte, nei luoghi dove non sia possibile garantire la distanza di sicurezza interpersonale, ma diciamo che il punto più saliente rimane quello che regolamenta gli accessi nell’isola.

Che dire? Proviamo a procedere per ordine, anche se penso non sarà facile.

L’ordinanza nasce da una situazione particolare legata all’incidenza di nuovi casi Covid19 in Sardegna, che si è creata durante l’estate in varie località e che ha interessato un gran numero di turisti e visitatori non residenti.

Dopo le polemiche con la regione Lazio, Il presidente Solinas ha deciso di affrontare questa emergenza con un ordinanza restrittiva che può essere discutibile sotto vari punti di vista.

Prendiamo, a titolo di simulazione, l’esempio di tutta una serie di sardi che lavorano o studiano in altre città italiane, affetti come molti nostri connazionali nella penisola, da pendolarite acuta. Persone che viaggiano continuamente per molti motivi, non turistici, tra la Sardegna e “il continente”, spesso anche più volte alla settimana, il cui numero non è sicuramente trascurabile. Queste persone, come hanno sempre fatto per poter rientrare anche solo per poco, affrontano la fatica del viaggio, perché bus e navette, poi navi e aerei presi spesso stancano, per poter passare qualche giorno a casa.

Cosa dovrebbero fare nel caso che potessero tornare nel week end a casa?

Se per vari motivi, magari legati al lavoro che svolgono, non hanno avuto il tempo nei giorni in cui sono rimasti fuori dalla Sardegna, di svolgere un test, all’imbarco dovrebbero “accettare” l’opzione 2, cioè l’obbligo di test nell’isola entro 48 ore. Ma impossibilitati ad uscire perché, come l’ordinanza impone, si sono sottoposti ad isolamento fiduciario fino all’arrivo dei risultati dei test, come possono eseguire il test? Questo è uno dei primi loop legati all’ordinanza.

Ma troppe altre domande sull’ordinanza sono possibili: Volendo fare il test prima della partenza verso la Sardegna che costi si devono affrontare?; Queste spese verranno rimborsate dalla Regione o dal comune di appartenenza?; Quanto dura la validità del test? Se viaggio 10 volte in un mese posso farne uno mensile?

Tutto questo che senso ha?

I problemi che stiamo affrontato oggi sono legati ad una iper-circolazione tipica dell’estate, e forse i test sarebbero dovuti essere imposti in quel periodo a chiunque entrasse nell’isola. Ma ora questa rigidità sembra molto più dannosa per i sardi non turisti che viaggiano, più che affrontare un problema che si è già verificato. Chiudere la stalla quando i buoi ormai son scappati non è segno di lungimiranza ne di saggezza.

Poi in effetti, volendo essere polemici, gli ambienti in cui si è sviluppato il virus ad Agosto, erano spesso coincidenti con le categorie escluse, perché svolgenti compiti istituzionali, vedi Silvio Berlusconi, quindi l’ordinanza ben poco li tange.

Penso che una soluzione più intelligente, per garantire i controlli all’ingresso in Sardegna, sarebbe quella di realizzare posizioni per test rapidi nei porti e negli aeroporti dell’isola a costo gratuito per i residenti, pagando un ticket per i non residenti. In questo modo si potrebbe avere un buon livello di controllo, senza però creare disagi inutili ai cittadini, che vi assicuro ne hanno già abbastanza di questi tempi. E, in aggiunta, le istituzioni sarde si assicurerebbero anche più collaborazione da parte dei residenti, non costretti a procedure impraticabili per potersi muovere, cosa che sicuramente sarebbe apprezzata anche da quelli che non li hanno votati.

Questo stile “ordinanza” però piace, e sembra che faccia presa sul pubblico: è di facile lettura e ricorda gli sceriffi dei film western, viene quindi adottato come prova di autorevolezza e di attività pronta della politica, salvo poi creare molteplici problemi in fase di interpretazione.

Quindi si ordina velocemente, mostrandosi in grado di prendere decisioni importanti, salvo poi rendersi conto che si è ordinato male, senza elasticità e spiegazioni, vengono allora dubbi, e si riscrive o ci si irrigidisce.

E in mezzo a questo caos i cittadini devono navigare a vista, senza sapere cosa verrà domani.

Tagliare tutto con l’ascia in una situazione in cui sarebbe più necessario il bisturi, è un metodo che non risolve più ….. ma aggrava i problemi.

Ma se proprio dovevate fare una nuova ordinanza per affrontare un problema che reputate grave, non potevate dedicarci un pochettino più di tempo e scriverla meglio?

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Le certezze della scuola e le incertezze del Covid https://www.sardegnamagazine.net/le-certezze-della-scuola-e-le-incertezze-del-covid/ https://www.sardegnamagazine.net/le-certezze-della-scuola-e-le-incertezze-del-covid/#respond Sat, 05 Sep 2020 06:25:15 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19026 Riapre la scuola dalla quale si pretendono certezze senza crearne le condizioni: la questione Covid ne è un esempio. Ecco un appello di un docente di una scuola superiore di Cagliari che ha scritto alle autorità

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Pubblichiamo un appello che è stato inviato alla Sig. ra Ministra della Pubblica Istruzione On. Lucia Azzolina; al Sig. Ministro della Salute On. Roberto Speranza; al Sig. Assessore dell’Igiene e Sanità R.A.S. On. Mario Nieddu

Quando e dove si potranno effettuare i test gratuiti per il personale della scuola?

Cagliari 4 settembre 2020

Oggetto: Scuola e Covid

Signora Ministra, Signor Ministro, Signor Assessore,sono un insegnante che sta per rientrare in servizio a scuola, preoccupato come tanti dal pericolo che circa 1 milione di persone rientreranno a lavorare a vario titolo e a studiare nelle rispettive sedi e dove, nostro malgrado, si potranno creare delle verosimili condizioni di pericolo di contagio.Da tempo ci viene detto che la scuola è strategica e fondamentale per la nostra società e per il futuro dei nostri giovani, ci avete più volte parlato del corretto svolgimento di tutti gli adempimenti necessari per evitare i contagi e la diffusione della pandemia e ci avete garantito soprattutto sicurezza. Ma poi, di fatto viene reso quasi impossibile l’esercizio delle facoltà formalmente riconosciute al personale della scuola. Questa non è certezza e non crea di certo le condizioni per ben lavorare.Personalmente tutta questa sicurezza non la vedo perché io, così come tanti altri colleghi, da giorni stiamo cercando di sottoporci al test Covid ma non riusciamo a poterlo effettuare perché c’è molta confusione e mancano dei riferimenti certi. La sensazione è che molti degli operatori sanitari non sappiano “chi fa cosa e dove”. A ciò si aggiunga che diversi medici di famiglia si astengono dall’effettuare i test, con delle motivazioni che stento a comprendere, e ci dicono di andare a fare il test a pagamento.Questo non mi sembra giusto, così come non é giusto che i docenti vengano abbandonati proprio in questo particolare momento. Le Aziende sanitarie che sarebbero preposte non danno risposte (è persino difficile trovare qualcuno che risponda al telefono) o ci dicono di inoltrare delle mail di richiesta e che saremo contattati. Nel frattempo i giorni passano e i rischi si avvicinano.Anche perché è ragionevole pensare che questi test dovranno essere ripetuti più volte nel corso dell’anno. Per evitare questo caos non sarebbe stato meglio che i medici si fossero recati in orari stabiliti direttamente negli Istituti di riferimento? Forse si è ancora in tempo per fare questo…In ogni caso l’appello che vi rivolgo è quello di dare senso alle affermazioni di programma per fare in modo che i diritti dei cittadini, nel caso di specie operatori della scuola, possano avere la certezza di esercitare i propri diritti costituzionali come il diritto alla salute e il diritto a un sano posto di lavoro

In attesa di cortese riscontro porgo distinti saluti

Prof. Roberto Copparoni

Istituto Professionale di Stato Sandro Pertini Cagliari

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Tuvixeddu: nuovi possibili scenari di un misterioso sito https://www.sardegnamagazine.net/tuvixeddu-nuovi-possibili-scenari-di-un-misterioso-sito/ https://www.sardegnamagazine.net/tuvixeddu-nuovi-possibili-scenari-di-un-misterioso-sito/#respond Mon, 31 Aug 2020 15:51:34 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19009 Nuove ipotesi su di una parte poco conosciuta della necropoli di Tuvixeddu legata forse al culto delle acque.

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Nel corso del Progetto Resilienze culturali, finanziato dalla Fondazione di Sardegna, l’Associazione Amici di Sardegna, nel corso di un sopralluogo, nelle pendici sud occidentali del colle, ha rilevato una serie di interessanti coppelle collegate con delle canalette per il passaggio dell’acqua. Piccole Storie dei Nuovi Percorsi Culturali.

di Massimo Dotta

Proprio dietro la fila di palazzi che fa da contorno a Viale Sant’Avendrace a Cagliari, si trova un sito interessante, dimenticato e abbandonato che meriterebbe sicuramente di più. Quest’area, in Vico II Sant’Avendrace, raggiungibile tramite una ripida scaletta e dopo essersi fatti strada in una giungla di erbacce, ospita quello che rimane del Villino Serra, noto anche come Villa Garbato dai proprietari che vi abitarono fino al 1920.

Questo splendido esempio di liberty cagliaritano si estende su tre livelli, ma oggi appare completamente in stato di abbandono, mantenendo comunque caratteristiche interessanti, come alcune decorazioni negli intonaci e il fatto di esser stato edificato su antiche camere mortuarie incassate nella roccia. Queste vestigia puniche romane, diventate oggi vere e proprie discariche,furono utilizzate come cantine dal villino, come avvenne per gli oltre quattrocento sepolcri antichi che si trovano lungo il viale, in zone non coperte da tutela. Sono testimonianze ormai quasi perdute e invisibili, che non sono apparse durante scavi archeologici, ma nei lavori per le fondazioni di numerosi palazzi sorti su viale Sant’Avendrace; sono quindi state segnalate, catalogate e poi dimenticate sotto ai nuovi palazzi.

Poco sopra, accanto ai ruderi del villino, si trova un costone, una parete rocciosa dove sono state rinvenute alcune serie regolari di coppelle scavate nella roccia, sui fianchi di quella che potrebbe sembrare una piccola cascata naturale. I rinvenimenti sono avvenuti durante i sopralluoghi per la realizzazione del progetto Resilienze Culturali, finanziato dalla Fondazione di Sardegna, voluto e realizzato da Roberto Copparoni e dalla associazione Amici di Sardegna.

La cosa che rende interessante la scoperta è il fatto che tutt’intorno alla parete e alle coppelle si trovano segni di canali per la circolazione dell’acqua che potrebbero far pensare ad una tipologia architettonica a piccole vasche, legata ad un possibile uso sacro del sito.

Sappiamo che nell’antichità erano numerosi i santuario, costruiti spesso all’interno di grotte santuario o ipogei naturali in cui l’acqua era l’elemento fondamentale del culto. Siti di questo tipo erano presenti in tutto il Mediterraneo, come luoghi importanti, riportati da autori classici, come Omero ad esempio, luoghi di culto dedicati all’acqua, alle divinità ctonie e ai riti oracolari. Le divinità venerate erano legata alla salute e alla cura, e l’acqua diventava in questi luoghi anche un elemento di divinazione e oracoli, la cui creazione non era dovuta all’uomo, ma alla manifestazione della divinità nelle acque che poi venivano considerate sacre.

 Lavarsi, immergersi, bagnarsi e purificarsi erano pratiche comuni e usuali nelle aree sacre di tutte le civiltà e le religioni del Mediterraneo. La presenza di una fonte, di una sorgente d’acqua, o di strutture idrauliche quali canali, bacini, vasche, pozzi all’interno o nelle vicinanze degli edifici sacri, testimoniano spesso l’uso sacro di un determinato luogo. Questi culti, spesso misterici, vanno dal periodo nuragico, a quello fenicio-punico quasi senza soluzione di continuità.

Probabilmente costruzioni sacre che usavano l’acqua, e quindi attrezzate con vasche o fontane erano presenti in tutta l’area dove oggi si trova Viale Sant’Avendrace, luogo dedicato ai morti. Oltretutto la posizione dell’antico acquedotto poco sopra, permetteva di usarne l’acqua in sistemi a caduta, utili ad alimentare cisterne, vasche o fontane.

Un altro esempio del valore sacro delle fonti si può trovare poco distante dal villino Serra, in un sito archeologico molto conosciuto, ma che ha ancora molto da raccontarci: la Grotta della Vipera.

Nella raffigurazione su un vaso greco datato 520-510 a.C. (foto 1) troviamo un edificio con una fontana, con due piccoli serpenti che si fronteggiano sul frontone. La fontana appare come un tempio dal quale alcune donne attingono l’acqua. Lo stesso tipo di decorazione è presente sul timpano scavato nella viva roccia della Grotta della Vipera di Cagliari. E questo monumento si trova alle pendici del costone roccioso, lungo la via di uscita dalla città antica, poco sotto la linea d’arrivo dell’acquedotto romano, fatti che ci permettono di considera possibile la presenza dell’acqua anche nella stessa Grotta della Vipera o nelle grotte o strutture che si trovavano tutt’attorno.

Due donne attingono acqua dalle protomi leonine di una fontana all’iterno di una costruzione con un timpano decorato da serpenti contrapposti (Hydria, da Vulci, Londra British Museum B330).

Dalla ricerca d’archivio emerge la testimonianza che nell’area della Grotta della Vipera di una fontana, ben nota alla fine del Seicento ma poi scomparsa. Nel documento si legge che:

Andrea Corda, massaio di Sant’Avendrace, acquista dai frati Agostiniani di Cagliari, per 100 lire, una grotta con lolla, sita a Sant’Avendrace e che confina: davanti con la font del aigua bona, strada reale in mezzo; dietro con il campo del fu Antioco Cabras ora del figlio Francesco; da un lato […]  a la gruta de la Bivora que se diu […]; dall’altro lato con la grotta di Caterina Capay” (1).

ASCa, Ufficio dell’Insinuazione, tappa di Cagliari, atti legati, vol. 213 (notaio Francesco Calvo), cc. 255v-259, [16 giugno 1692]

Si cita qui sia la gruta de la Bivora che una fontana che possiamo immaginare antica, forse quanto l’acquedotto, dal quale probabilmente portava l’acqua “bona” ai cittadini e ai viandanti. Vediamo dal documento la presenza di almeno tre grotte nell’area una delle quali “con lolla”. Ma purtroppo, tutto ciò che si trovava intorno alla Grotta della Vipera, che doveva apparire come una via Appia in piccolo, fu definitivamente distrutto dopo il 1822 in seguito alle opere stradali per la ricostruzione della Strada Reale Carlo Felice, quando si preparò il tracciato con la dinamite; la sopravvivenza della Grotta della Vipera si deve al fortunato intervento del generale Alfonso Della Marmora, altrimenti anche di quella non avremo mai saputo nulla.

La Grotta della Vipera, distinta da due serpenti che si fronteggiano sul timpano, in un modello ricostruttivo (da ASCCa, F, Serie IV Beni Culturali, foto 0156 1-3). Nel 1692 qui potevamo trovare la font del aigua bona, a poca distanza della necropoli di Tuvixeddu e dall’acquedotto romano.

In ogni caso l’area di Tuvixeddu e i suoi dintorni restano dei luoghi molti particolari; infatti, come afferma l’archeologo Piero Bartoloni, nessun altro sito conserva vestigia del mondo punico in tale quantità, e nella stessa Cartagine la maggior parte delle tombe non è ormai più visibile. Questi fatti dovrebbero renderlo un bene prezioso, eppure la necropoli cagliaritana non è mai stata studiata nella sua interezza, ne mai, fino ad oggi, adeguatamente tutelata.

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Le torri diventate chiese – Le Storie dei Nuovi Percorsi Culturali https://www.sardegnamagazine.net/le-torri-diventate-chiese-le-storie-dei-nuovi-percorsi-culturali/ https://www.sardegnamagazine.net/le-torri-diventate-chiese-le-storie-dei-nuovi-percorsi-culturali/#respond Wed, 26 Aug 2020 16:03:57 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=20300 Eccoci al quarto documentario della serie “Le Storie dei Nuovi Percorsi Culturali” dedicato al riuso architettonico a Cagliari. Esamineremo tre casi di riutilizzo di strutture difensive per la costruzione di tre famose chiese della nostra città, ripercorrendone le varie fasi. Buona visione.

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Eccoci al quarto documentario della serie “Le Storie dei Nuovi Percorsi Culturali” dedicato al riuso architettonico a Cagliari.

Esamineremo tre casi di riutilizzo di strutture difensive per la costruzione di tre famose chiese della nostra città, ripercorrendone le varie fasi.

Buona visione.

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Il Volontariato in Sardegna si ribella https://www.sardegnamagazine.net/il-volontariato-in-sardegna-si-ribella/ https://www.sardegnamagazine.net/il-volontariato-in-sardegna-si-ribella/#respond Fri, 14 Aug 2020 09:43:06 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=19001 Incomprensibile la decisione assunta dall’Organismo di Controllo Nazionale di escludere il CSV Sardegna Solidale dall’accreditamento. La conseguenza è la interruzione dell’attività e la ricaduta negativa su oltre 1.700 Associazioni di Volontariato. Per sostenere la petizione è necessario firmare qui: http://chng.it/zwdYHb7Q di Antonio Tore Come un fulmine a ciel sereno è arrivata la notizia che l’Organismo Nazionale di Controllo del terzo Settore ha deliberato di non accreditare il Centro di Servizio per il Volontariato Sardegna Solidale, determinando così l’interruzione della sua attività. Quello isolano è l’unico centro sui 49 operanti in tutt’Italia a cui l’ONC ha negato l’accreditamento. Sardegna Solidale parla

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Incomprensibile la decisione assunta dall’Organismo di Controllo Nazionale di escludere il CSV Sardegna Solidale dall’accreditamento. La conseguenza è la interruzione dell’attività e la ricaduta negativa su oltre 1.700 Associazioni di Volontariato. Per sostenere la petizione è necessario firmare qui: http://chng.it/zwdYHb7Q

di Antonio Tore

Come un fulmine a ciel sereno è arrivata la notizia che l’Organismo Nazionale di Controllo del terzo Settore ha deliberato di non accreditare il Centro di Servizio per il Volontariato Sardegna Solidale, determinando così l’interruzione della sua attività. Quello isolano è l’unico centro sui 49 operanti in tutt’Italia a cui l’ONC ha negato l’accreditamento.

Sardegna Solidale parla di “una decisione gravissima, assunta dall’ONC con motivazioni inconsistenti e pretestuose, che mette in crisi tutto il movimento del volontariato in Sardegna e costringe a interrompere le attività già programmate”.

Nell’isola tantissime organizzazioni hanno preso posizione contro l’Organismo di Controllo, dichiarando una grande mobilitazione, chiedendo anche il sostegno delle istituzioni.

L’Associazione Amici di Sardegna ha promosso una raccolta di firme a cui possono dare il proprio contributo tutti coloro che hanno a cuore la soluzione del problema. E’ possibile aderire dal seguente sito: http://chng.it/zwdYHb7Q

Attualmente sono state superate le 2.700 firme.

Un bel messaggio di solidarietà è arrivato anche da Mondo X, l’associazione di volontariato guidata da Padre Morittu: Sono stati necessari alcuni giorni di riflessione ponderata in merito a quanto appreso rispetto al non-accreditamento del CSV – Sardegna Solidale da parte dell’Organismo Nazionale di Controllo, al quale fanno capo tutti i centri di servizio per il volontariato italiani.

Noi dell’Associazione Amici di Mondo X – Sardegna abbiamo imparato a conoscere le realtà del Centro di Servizio per il volontariato sardo in differenti supporti offerti alla nostra organizzazione.

Abbiamo potuto sempre apprezzare lo spirito solidaristico del Centro, che ha armoniosamente saputo essere riferimento delle circa 1.700 associazioni di volontariato dai più diversi obiettivi, dai più vari scopi sociali, dalle differenti conformazioni statutarie, dalle composizioni più o meno numerose.

Ricordiamo, nel corso di una delle molteplici assemblee regionali convocate, gli interventi di rappresentanti di piccole realtà associative che hanno espresso impegno e proposte al pari delle grandi realtà.

Manifestiamo con fermezza la nostra solidarietà e la vicinanza a tutti gli organismi statutari di CSV Sardegna Solidale ed al suo Presidente, professor Giampiero Farru.

Appare fuori luogo e contro ogni logica qualsiasi provvedimento possa inficiare o, peggio, annullare ogni attività di coordinamento di tutte quelle forze che in un periodo tragico come quello dell’epidemia COVID 19 che ha colpito il mondo intero, ha svolto nella nostra Isola, particolarmente falcidiata dal virus, un’opera di vicinanza, solidarietà ed assistenza a chi, in numero sempre più alto, va ad ingrossare le fila degli emarginati, dei nuovi poveri, degli abbandonati e dei malati.

Ogni forma di cura della persona è stata resa possibile dall’azione delle Associazioni di volontariato, sempre attive e presenti nonostante la malattia, laddove ve ne sia stata la necessità.

Necessità che, sia chiaro, non è cessata.

Perché allora sfiduciare chi e coloro che si sono spesso sostituiti all’azione dello Stato, assicurando servizi vitali per famiglie e comunità?

La nostra Associazione è al fianco di CSV Sardegna Solidale come lo è da anni, grata e riconoscente di quanto è stato fatto e – siamo certi – sarà fatto per stare accanto agli ultimi con forza e legittimità.

Amici di Mondo X – Sardegna si oppone fermamente alla decisione dell’O.N.C. garantendo la condivisione della “scelta di campo” di CSV Sardegna Solidale e delle iniziative che le Associazioni di volontariato sardo intenderanno intraprendere.

A nome di tutti i volontari di “AMICI DI MONDO X – SARDEGNA

Il Presidente Padre Salvatore Morittu”.

L’Avvenire, il giornaledei Vescovi italiani, ha dedicato un articolo alla vicenda, affermando che Se l’Onc non dovesse rivedere al più presto la decisione di non accreditare il Csv Sardegna Solidale, sarebbe la paralisi o quasi per un sistema formato da 1.883 associazioni, 45mila volontari attivi e 82mila occasionali”.

Anche i vescovi sardi sono prontamente intervenuti per chiedere – «con rispetto ma con il coraggio e il vigore che nasce dal nostro annuncio del Vangelo» – un ripensamento della decisione adottata, «che riteniamo non solo incomprensibile, ma anche ingenerosa per tutti coloro che si impegnano, particolarmente in questa fase storica, a trovare soluzioni di unità e di fraternità per la nostra gente».

Secondo i dirigenti di Sardegna Solidale, il mancato accreditamento – l’unico tra 49 CSV italiani che ne hanno fatto richiesta – sarebbe dovuto all’individuazione dell’organismo titolare del CSV istituito nell’isola sulla base di un decreto ministeriale dell’ottobre 1997: per Sardegna Solidale il titolare era (ed è) il Comitato promotore del CSV Sardegna Solidale, presieduto da don Angelo Pittau, recentemente trasformato in centro di Servizio Sardegna Solidale Odv.

Fu proprio don Pittau il pioniere che propose, 22 anni fa la costituzione di un organismo di coordinamento e fu fondato il Comitato Promotore del Centro Servizi per il Volontariato.

Sono testimone di questo spirito di unità nelle mille e mille iniziative di formazione, di servizio eroico nel volontariato per la Sardegna tutta dalla Carovana del Volontariato, alle Marce della Pace, alla visita da papa Francesco afferma don Pittau – la presenza quotidiana per la soluzione di tutti i bisogni della società sarda nelle sue diverse articolazioni. La stella polare del nostro agire – conclude don Pittau, che ha annunciato la discesa in campo degli avvocati – sono il servizio e la gratuità».

Nella lettera inviata al Capo dello Stato, ricostruendo i passaggi che hanno portato al mancato accreditamento, Sardegna Solidale scrive: “A Padova abbiamo ascoltato attentamente il Suo intervento su ‘l’Italia che ricuce’ nella quale ci riconosciamo e alla quale rivendichiamo di appartenere. La delibera adottata dall’ONC rischia di mandare in frantumi ciò che è stato costruito con fatica e successo in tutti questi anni. Siamo certi che con il Suo autorevole intervento si possa fare ancora molto e salvare una situazione apparentemente compromessa che rischia di degenerare in manifestazioni di piazza eclatanti e clamorose”.

L’accreditamento dei CSV italiani era un passaggio atteso, in virtù della entrata in vigore della nuova legge di riforma del Terzo Settore. A gestire la transizione dal vecchio al nuovo sistema è l’ONC, l’Organismo Nazionale di Controllo sull’attività dei Centri di Servizio per il Volontariato.

Anche Sardegna Solidale, come tutti i CSV italiani, il 15 luglio dello scorso anno aveva presentato una manifestazione di interesse per poter proseguire la propria attività. Tramite il suo segretario generale, l’ONC, nel corso di questi dodici mesi, ha chiesto documenti integrativi che sono stati prontamente forniti.

Ma per quale motivo allora l’ONC ha negato l’accreditamento a Sardegna Solidale?

Tutto verte sull’individuazione dell’organismo titolare del Csv istituito nell’isola sulla base del decreto ministeriale dell’ottobre 1997. Per Sardegna Solidale il titolare era (ed è) il Comitato promotore del Csv Sardegna Soldale, presieduto da don Angelo Pittau e recentemente trasformato in centro di Servizio Sardegna Solidale Odv. Di diverso parere invece l’ONC, che ha dunque negato l’accreditamento.

Ora, come scritto da Sardegna Solidale anche al presidente Mattarella, “per noi è di grande importanza che il presidente e i membri dell’ONC sappiano cosa e come hanno deliberato e che decidano, magari, di convocarci in audizione. Siamo certi – carte alla mano – che potrebbero rivedere la loro decisione e che potrebbero evitare anni di conflitti giudiziari e dispendio di risorse che meritano migliore e più utile destinazione”. Nessun rappresentante di Sardegna Solidale è infatti mai stato convocato né audito dall’ONC.

È questa la terza volta, nella sua ventennale storia, che Sardegna Solidale si trova sotto attacco. La prima nel 1998, quando dovette resistere davanti al Tar contro il ricorso presentato dal gruppo di associazioni che contestavano la legittimità della vittoria del bando per la gestione del Csv da parte delle sigle riunitesi intorno al Comitato promotore Sardegna Solidale. La seconda nel 2005 quando nel mese di dicembre, nel corso della votazione per l’approvazione della legge 23 sul “Sistema integrato di servizi alla persona”, il Consiglio regionale votò a sorpresa un articolo con il quale disponeva la cancellazione di Sardegna solidale e metteva a bando quattro nuovi Csv, di cui tre territoriali (sud, centro e nord Sardegna) e uno tematico sulla povertà. Era un tentativo di lottizzazione contro il quale il volontariato sardo insorse unitariamente. Una lotta che si trasferì nelle aule di giustizia e che si concluse vittoriosamente per Sardegna Solidale nel 2009

Ora contro questo nuovo attacco il volontariato sardo si è nuovamente mobilitato, con riunioni e incontri per decidere le modalità di difesa nei confronti dell’attacco subito.

L’ultima fotografia dettagliata del mondo del volontariato sardo è contenuta nella pubblicazione “Il volontariato in Sardegna. Organizzazioni di volontariato nella rilevazione campionaria: identità e processi 2016”.

Le organizzazioni di volontariato operanti in Sardegna sono oltre 1700 circa: dal 1999 al 2016 il numero delle associazioni attive sull’isola è passato dalle 1.200 a oltre 1700, mentre il numero dei volontari è cresciuto da 30mila nel 1999 a 45 mila nel 2016 e quello dei volontari occasionali è raddoppiato dai 40mila nel 1999 agli 80mila del 2016.

Numeri che certificano la bontà dell’azione di Sardegna Solidale, la cui esistenza stessa oggi è messa a rischio dalla gravissima decisione dell’ONC.

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Dopo il COVID Restiamoincontatto https://www.sardegnamagazine.net/dopo-il-covid-restiamoincontatto/ https://www.sardegnamagazine.net/dopo-il-covid-restiamoincontatto/#respond Fri, 31 Jul 2020 11:23:56 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=18993 Restare in contatto dopo il COVID è possibile?

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Restiamoincontatto è il titolo dato a un semplice, piccolo grande evento fortemente voluto da Antonella Fiori Laureata in Scienze Naturali e istruttrice di Yoga, una bella persona, solare e positiva, che il 30 luglio ha organizzato questo evento a Torre degli Ulivi presso il locale Sotto la Torre.

Scopo della iniziativa è stato quello di raccogliere le testimonianze di diverse persone che a vario titolo si sono raccontate per testimoniare le proprie passioni, i loro desideri e le delusioni incontrate nel corso del loro operare. In altre parole dar voce a quella che dovrebbe essere una cosa normale: la ricerca di benessere personale e delle società di riferimento

Che poi tanto normale non è visto quanto il servizio informativo sia legato al potere politico e ai potentati massonici e industriali

Storie diverse dunque, da contesti e ruoli differenti, ma tutte convergenti verso un unico grande obiettivo: migliorare la qualità della propria vita e quella delle rispettive comunità di appartenenza. Dagli interventi sono emersi numerosi spunti di riflessione anche su quello che dovrebbe essere il futuro della Sardegna, passando attraverso la miopia della nostra classe politica e dei dirigenti di enti pubblici e privati, attraverso i limiti del nostro modo di fare e vivere la società. In primis l’egoismo, l’indifferenza, l’individualismo che quotidianamente incontriamo; caratteristiche sicuramente non solo sarde ma, che da noi, forse a causa dell’insularità e di alcune vicende storiche, hanno assunto una significativa diffusione.

Infatti, oggi più che mai, grazie o per colpa della pandemia appare utile e doveroso restare in contatto – anche con l’uso della mascherina – per conoscerci e comunicare. Ma non per cazzeggiare dietro una tastiera di computer o sui social ma per ritrovare o dare senso alla nostra esistenza. A mio avviso questa Pandemia, che tanto male ci ha arrecato, ha avuto anche un aspetto positivo. Quello di obbligarci a guardarci dentro e comprendere il senso della vita e l’importanza dei veri rapporti umani. In altre parole il COVID 19 ci ha dato modo di farci soffermare sul senso delle cose aiutandoci nel desiderio di superare, tutti insieme, ognuno per quanto possibile, questo difficile momento e desiderare la comunità e l’incontro fisico delle persone e magari di spalmarci in un gruppo in cui immergersi e avere il piacere di annullarsi.

Proprio come è riuscita a fare Antonella che ha trovato una grande disponibilità, non solo dei relatori ma anche del pubblico che ha risposto a questa semplice, quanto sconvolgente proposta che non ha comportato alcun costo se non quello di andare a Torre degli ulivi con i propri mezzi, nonostante il grande caldo della giornata.

Fra gli attori dell’evento indichiamo in ordine di apparizione: il pubblico che “stoicamente” ha voluto per oltre 3 ore partecipare e gli intervenuti che in ordine di apparizione sono stati di:

-Antonella Fiori che con molta cordialità ha fatto una piccola presentazione dellì’evento illustrandone i motivi.

– Alessandro Baldasserini giornalista e Direttore responsabile della rivista #Go GeoturismoOnline ha manifestato la sua delusione in merito alla mancanza di strategia della Sardegna in fatto di valorizzazione delle sue risorse geoturistiche e ambientali di cui la classe politica regionale è responsabile. Nel corso del suo intervento ha indicato alcune delle possibili soluzioni da attuare, anche nel breve periodo, per ridare alla Sardegna una piena visibilità internazionale con il conseguente reinserimento del Geoparco della Sardegna, fra i siti UNESCO.

-Matteo Pitzalis presidente della coop. “Antarias” che gestisce le visite al Castello di Siliqua ha raccontato  le varie vicissitudini della iniziativa e quanto la passione per la cultura e l’amore per la propria terra possa animare le persone, nonostante i grandi sacrifici che questo comporta. La ricetta da lui proposta si può riassumere in tre parole passione, determinazione e impegno per se e per la Sardegna.

-Nicola Melis  presidente “Cammino 100 torri” un ingegnere, dal lungo e lungimirante respiro,  prestato ai “Cammini” e all’architettura umana ha parlato della sua iniziative e delle difficoltà incontrare per realizzare un cammino costiero della Sardegna di oltre 1200 kilometri e anche per far superare gli steriotipi culturali, psicologici, fisici e relazionali  che molte persone hanno nell’affrontare questo impegnativo percorso

-Piera Spissu ha parlato della sua esperienza di “Corpo e Mente” che porta avanti nella sua Palestra di Capoterra dove pratica una giovane disciplina importata dagli USA “Crossfit gymnastic” che ha parlato della sua passione che poi è quella di aiutare le persone a superare attraverso una particolare tipologia di ginnastica  i propri limiti psico fisici spesso precostituti da altri e di cui noi spesso siamo artefici e vittime allo stesso tempo.

-Giuseppe Masala Presidente della Associazione “Bridge Selargius” ha parlato di quanto questa disciplina sportiva aiuti le persone a migliorare se stessi, la propria psiche e per l’effetto rispettare gli altri e aiutare  farla socializzare e di quanto questa pratica sportiva si stia diffondendo in ogni fasce di genere e di età. Questa attività favorisce davvero la crescita delle persone anche attraverso lo sviluppo del principio “avversari nel gioco, fratelli per la vita”.

-Roberto Copparoni, docente, scrittore e giornalista che ha parlato della esperienza maturata con la Associazione Amici di Sardegna che da tanti anni propone iniziative sociali e culturali di “formazione permanente e di animazione territoriale” non solo a livello regionale ma anche internazionale, soffermandosi sulla necessità di conoscere prima di tutto la Sardegna attraverso  la propria cultura,  lingua, ambiente per generare e/o consolidare consapevolezza e sana identità nella popolazione. Due frasi sintetizzano il suo pensiero: “ Chi non ha cultura non ha futuro” e usando una frase di Paul Coelho “ Il futuro appartiene a che ha il coraggio di sognare”.

-Roberta Manca, presidente di una Associazione che è stata anche ONG con riconoscimento ministeriale, prima in provincia di Cagliari, con sede proprio a Capoterra che si occupa di cooperazione internazionale, ha, invece parlato di come e di quanta superficialità e indifferenza si parli di questi temi  e citando alcuni dei delle buone prassi esportate dalla Sardegna in campo internazionale e di quanto sia utile e necessario confrontarsi con gli altri popoli, non solo per condividerne le affinità ma, soprattutto, per comprenderne le ragioni delle diversità.

Nell’augurio che questa interessante iniziativa dia luogo a tanti altri incontri di questo genere ci permettiamo di segnalare un altro titolo per il prossimo evento, che poi è molto attuale nella nostra società: “Conosciamo i nostri profeti”, magari con un sottotitolo del tipo : testimonianze e vicissitudini di comuni cittadini resilienti che vogliono un futuro diverso e migliore.

Forse questo titolo, che va al di là della evocazione biblica, ha una grande fondo di amara verità ovvero l’indifferenza dei tanti profeti, liberi cittadini, gente comune che vengono quotidianamente ignorati, non ascoltati o che non hanno la possibilità di comunicare o tantomeno beneficiare dei favori dei media e che hanno delle semplici quanto utili proposte e che vogliono gridare, nonostante tutto: “UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE”

A cura della Redazione di Sardegna Magazine

La Torre degli Ulivi dove è stato presentato l’evento nel locale “Sotto la Torre”

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Restiamoincontatto https://www.sardegnamagazine.net/restiamoincontatto/ https://www.sardegnamagazine.net/restiamoincontatto/#respond Mon, 27 Jul 2020 10:06:01 +0000 https://www.sardegnamagazine.net/?p=18982 “Un viaggio raccontato attraverso gli occhi e le parole di Persone che con il loro
entusiasmo cambiano ogni giorno il punto di vista di qualcuno”
‘La vita è ciò che facciamo di essa.’ (F. Pessoa)

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“Un viaggio raccontato attraverso gli occhi e le parole di Persone che con il loro entusiasmo cambiano ogni giorno il punto di vista di qualcuno”
‘La vita è ciò che facciamo di essa.’ (F. Pessoa)

Restimoincontatto (https://www.facebook.com/events/983899768709919/) è un evento spontaneo, che si terrà a Capoterra giovedi 30 luglio con inizio alle ore 19,30 presso la struttura “Sotto la Torre” a Torre degli Ulivi. Questo evento è nato dalla voglia di comunicare e condividere la propria passione, la quale genera sempre positività negli altri. Ne parla Antonella Fiori, laureata in Scienza naturali e istruttrice di Yoga ideatrice di questo evento che ci ha detto:

“Ho utilizzato il termine ‘restiamo’ per il significato che ha la parola : io resto, ci sono, mi impegno; restiamo per mantenere e alimentare i contatti tra le persone.
L’evento sarà di breve durata, circa un’ora e mezzo se non ci saranno domande da parte del pubblico presente che magari prolungheranno i tempi degli interventi dei partecipanti, i quali avranno da 1 a 15 minuti per raccontare e mandare un messaggio su quello che probabilmente all’inizio era un semplice interesse poi sfociato in una passione che ha coinvolto tutta la loro vita e ‘contagiato’ con tanta positività altre persone.Fra gli interventi ci sarnno quelli di:
-Alessandro Baldasserini è un giornalista, Direttore Responsabile del Magazine #GO GeoturismoOnline, che illustra la bellezza e la valorizzazione dei geoparchi minerari: col suo intervento ci racconterà il patrimonio geominerario della Sardegna, che rappresenta un’ eccellenza sarda e italiana, e ci spiegherà quanto l’ingresso nei beni Patrimonio dell’Unesco sarebbe importante, oltre che motivo di grandissimo orgoglio, per la nostra Isola.
-Matteo Pitzalis, con la sua Società Cooperativa Antarias, è riuscito a valorizzare il Castello di Acquafredda a Siliqua, occupandosi in tutti questi anni del suo recupero: per noi tutti è una bellissima soddisfazione assistere finalmente all’arrivo di tanti turisti per la visita al Maniero del Conte Ugolino.
-Nicola Melis, ingegnere, ha sempre amato camminare; ha fatto insieme al padre il periplo della Sardegna seguendo la costa, e da lì ha cominciato a ‘contagiare’ gli amici a partecipare a questo cammino che permette di godere della bellezza incontaminata delle nostre coste: dal 2016 ha creato ‘Cammino 100 Torri’, evento al quale sono invitate a partecipare persone di qualsiasi età, per il puro piacere di camminare, anche solo per un tratto, lungo un percorso di 1280 km, occasione per stare con se stessi e l’ambiente che ci circonda.
-Giuseppe Masala è il fondatore e Presidente dell’Associazione ‘Bridge Selargius’. La sua passione lo ha portato a far nascere ‘Bridge Selargius’ e grazie al suo impegno non solo l’associazione è cresciuta come numero di associati, ma è sopratutto cresciuta la consapevolezza di quanto sia importante la concentrazione che richiede il Bridge, come l’impegno e il rispetto verso le persone: Un uomo capace di dare un grande supporto alla crescita individuale.
-Piera Spissu, CrossFit gymnastic, è una donna, un’ atleta, che ha investito insieme al compagno tutte le sue energie nel trasformare un “semplice” box di CrossFit in un gruppo di persone motivate giornalmente a dare il meglio di se stesse nello sport come nella vita.
-Roberto Copparoni, Presidente della Associazione di volontariato ‘Amici di Sardegna’ ETS è un uomo da sempre impegnato a ricercare e valorizzare le risorse presenti nella nostra isola; un grande conoscitore del territorio, della cultura e delle persone, che attraverso l’organizzazione di eventi, anche internazionali, volti a far conoscere per esempio siti archeologici, usi e costumi della Sardegna, ha dato opportunità a tanti giovani di trasformare la passione della propria terra in qualcosa di più: diventare guida turistica.
-Roberta Manca, Presidente E.T.S. ASECON ONG, da sempre ha messo a disposizione la sua vita per la vita degli altri; si occupa di cooperazione internazionale nei paesi in via di sviluppo e della promozione del sostegno a distanza.

Vorrei inoltre far presente che l’evento in questione non prevede alcun supporto cartaceo essendo 100% paper free nel rispetto totale del nostro territorio e del pianeta”.

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