“Deledda. Una vita come un romanzo” la Biografia del premio Nobel di Luciano Marrocu  vista da una nuova angolazione

Luciano Marrocu racconta  la  vita di Deledda  affrontando  la sua  solitudine sia  giovanile, sia  in età più matura.  Lo scrittore descrive l’infantile entusiasmo di Grazia  per il mondo e  la sua   ferma volontà   di  diventare un  personaggio conosciuto e affermato che raggiungerà nonostante  il suo carattere spigoloso,  fatto di rifiuti, chiusure e reazioni impulsive  

di Nicoletta Bazzano

Se in Italia il nome di Grazia Deledda risuona oggi solo nelle aule dove si approfondisce lo studio della letteratura, in Sardegna esso sembra muovere, a decenni dalla consegna del Nobel alla scrittrice, a una sincera passione. Per i sardi, che possiedono un’identità regionale fortissima, non si tratta solo di poter vantare una gloria locale che ha raggiunto i più alti traguardi internazionali, ma di qualcosa di più profondo. Deledda ha plasmato, con i suoi romanzi, una certa e persistente idea di Sardegna, tribale e fascinosa, arcaica e immobile, quanto mai ricercata nel Novecento del progresso industriale e urbanizzato dai viaggiatori in cerca di emozioni “forti e sincere”. Grande madre della Sardegna, la scrittrice ha però anche mostrato, soprattutto ai suoi conterranei, come allontanarsi dall’isola e come seguire le proprie inclinazioni che chiamano altrove, mantenendo vivi i legami con la terra da cui si proviene: ed è, forse, proprio questo aspetto che ha attratto maggiormente Luciano Marrocu, autore di Deledda. Una vita come un romanzo (Roma, Donzelli, 2016), biografia della scrittrice.

Non è un caso che l’incipit si apra sull’arrivo di Grazia, che gode già di una certa notorietà, a Cagliari, la città – grande ai suoi occhi abituati alla piccola e asfittica Nuoro, dove ha dovuto subire l’astio dei concittadini per i suoi primi successi letterari – dalla quale prenderà poi il volo verso altri lidi. Poche pennellate raccontano la piatta adolescenza di questa giovane, che appare determinata – seppur con «compostezza un po’ accigliata, barbaricina» – a inseguire il difficile obiettivo di autonomia intellettuale e che sembra non lasciarsi distrarre o annebbiare da nulla in questa sua ricerca.

Dopo venti giorni di vita cagliaritana, sceglie il consorte, Palmiro Madesani, un impiegato dell’intendenza di finanza, che con il suo stipendio e i beni di famiglia le offre un’occasione impossibile da lasciarsi sfuggire: non solo la sicurezza economica, ma anche – dopo qualche tempo – il trasferimento a Roma dove Palmiro, lasciato il lavoro, si dedica esclusivamente alla tutela dell’attività della moglie, facendole da agente, e dove Grazia partecipa della vita culturale che anima la capitale. La scrittirce tuttavia non perde il gusto per ciò che arriva dalla sua isola, alla quale peraltro ritorna periodicamente. Il suo studio è arredato da un mobiliere sassarese, al quale vengono espressamente richiesti come decorazioni «i motivi sardi più primitivi» e le tappezzerie verdi come il corsetto del costume tipico delle donne nuoresi.

Ma anche nel colto ambiente, dove è quotata per i successi editoriali in Italia e la traduzione delle sue opere all’estero, non mancano gli sguardi malevoli. La pubblicazione di Suo marito. Giustino Roncella nato Boggiolo di Luigi Pirandello invita alla facile ironia su Grazia Deledda e Palmiro Madesani, fonte di ispirazione dei protagonisti del romanzo, la scrittrice Silvia Roncella e il marito che ne cura gli interessi Giustino Boggiolo, descritto come totalmente dipendente dalla moglie. Ancora una volta un severo contegno consente a Grazia, qualche anno dopo la pubblicazione del romanzo, di andare ad assistere a una pièce dello scrittore siciliano (Liolà? Il berretto a sonagli?) e di congratularsi con lui, fingendo di dimenticarne le maldicenze letterarie.

Forse è proprio quest’attitudine controllata, questa capacità di affrontare il mondo con apparente altera indifferenza – che nella corrispondenza che fa da contrappunto a tutta la sua vicenda umana è in parte contraddetta – che ha attirato Luciano Marrocu verso la figura di Grazia Deledda. Scrivendone la biografia, e trascurando volutamente l’analisi delle sue opere letterarie, Marrocu ha deciso di non seguire pienamente la sua vocazione di storico. Il libro, infatti, scorre piacevolmente, grazie anche a una prosa elegante, senza che l’occhio debba andare da un punto all’altro del foglio o da una pagina all’altra, alla ricerca di note, glosse e apparati esplicativi (con grande sofferenza, peraltro, di chi è diversamente abituato). Ma, al di là del tratto stilistico che dà forma alla scrittura, ciò che allontana Marrocu dall’esercizio storiografico consueto è il suo approccio. Se lo storico ha il dovere di un rigore rintracciabile innanzitutto nell’atteggiamento e se le sue predilezioni devono emergere solo nella scelta dell’argomento, che poi deve essere sviluppato con distacco e puntualità al di là di ogni coinvolgimento personale, Marrocu si lascia irretire dal fascino di colei che raffigura.

Il suo sguardo accarezza la solitudine giovanile e matura di Grazia, l’infantile entusiasmo per il mondo, la tenace volontà di fare di sé un personaggio pubblico e le spigolosità, rimanendo incantato da ripulse, silenzi e dinieghi, ma anche da improvvise generosità, e forse dalla sua figura – piccola e sottile – ma anche del suo disappunto, tutto femminile, nello scoprirsi così minuta e scura allo specchio, in maniera da offrire al lettore un ritratto più intimo di quelli generalmente diffusi.

Anche nell’innamoramento, tuttavia, è difficile dimenticare il mestiere che si possiede: e così le pagine finali della biografia si concludono con il ricco elenco delle fonti che Marrocu ha utilizzato. La saggistica che negli anni si è affastellata sull’unica italiana a meritare un premio Nobel ma anche e soprattutto le raccolte di lettere: una teoria interminabile di missive che la scrittrice sin da ragazza invia a corrispondenti dai nomi altisonanti nell’Italia del tempo, Angelo De Gubernatis, Stanis Manca, Giovanni De Nava… scritti che vanno a comporre suggestivi romanzi epistolari con personalità che strappano Grazia da una detestata dimensione provincialee soffocante e la proiettano in una repubblica delle lettere più ariosa e soleggiata, dove è possibile sentirsi sicura delle proprie qualità intellettuali e letterarie. Ed è di questa sicurezza apparentemente granitica, che le consente di tenere insieme la Sardegna rurale e la Roma umbertina e mussoliniana, la frequentazione di letterati e la fedeltà al marito e ai figli, che forse Marrocu si è innamorato, offrendoci un volume che invita alla riscoperta, al di là degli anniversari, dei molti scritti di Grazia Deledda.

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