Governo insiste su esclusione dei fondi a Città Metropolitana e Province sarde

Erriu; “L’esclusione della Sardegna dal riparto dei fondi per  Città Metropolitana e Province conferma una precisa e unilaterale volontà, che non ho difficoltà a definire persecutoria e una plateale ingiustizia”

di Sergio Atzeni

“La scelta del Governo di perseverare nell’esclusione della Sardegna dal riparto dei fondi a favore della Città Metropolitana e delle Province conferma una precisa e unilaterale volontà, che non ho difficoltà a definire persecutoria, e una plateale ingiustizia che obbliga ad una opposizione ferma e unanime”. Lo afferma l’assessore degli Enti Locali Cristiano Erriu, in riferimento alla esclusione della Sardegna dal riparto dei 900 milioni annui stanziati dallo Stato come contributo agli Enti Locali, che fanno mancare alla Città Metropolitana di Cagliari e alle quattro province sarde complessivi 22 milioni di euro all’anno.

“Bene hanno fatto quanti non hanno dato l’intesa sul testo proposto in conferenza unificata, e un ringraziamento va al presidente dell’Anci Nazionale Decaro per aver colto l’iniquità di questa disposizione”, aggiunge Erriu. “Siamo di fronte a un’ingiustizia tanto più grave, in quanto successiva al risultato perseguito con la legge regionale 2 del 2016, con cui abbiamo ridotto le province sarde, razionalizzandone le funzioni in coerenza con la volontà popolare e raggiungendo un sensibile risparmio di spesa pubblica”.

“Il paradosso – conclude l’esponente della Giunta – è che gli tutti gli enti locali intermedi della Sardegna, i più disastrati d’Italia e tutti con bilancio in disequilibrio, sarebbero chiamati a contribuire, con oltre 102 milioni di euro all’anno e per sempre, al risanamento del debito pubblico dello Stato, con buona pace del principio di leale collaborazione. Lo Stato centrale, insomma, se fosse confermata questa linea, si comporterebbe come un Robin Hood al contrario, che mette le mani in tasca alla povere Province”.

 Le cifre. Sulle Province sarde si sommano tagli che negli anni hanno riguardato tutte le pubbliche amministrazioni e altri specifici rivolti solo alle Province. Alla prima categoria appartengono la decurtazione del Fondo sperimentale di riequilibrio (avvenuta con il D.L. 95/2012), che aveva operato una prima riduzione che ammontava per le Province della Sardegna a oltre 47 milioni di euro, e quella del D.L. 66 del 2014 (la cosiddetta “seconda spending review”), che ha operato un ulteriore taglio che per le province sarde ammonta a 21 milioni euro annui.

A queste decurtazioni va aggiunta quella operata con la Legge di Stabilità 2015 (L.190/2014), che aveva introdotto (sotto forma di contributo delle Provi nce al ripiano del debito pubblico dello Stato) un ulteriore taglio di 1 miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017, e la cui quota parte riferita alla Sardegna è di 102 milioni di euro.

Quest’ultima decurtazione, che inizialmente era stata concepita come transitoria, è stata poi resa definitiva. Successivamente, però, lo Stato è tornato sui suoi passi: nella consapevolezza che tagli definitivi così incisivi avrebbero portato all’impossibilità di mantenere gli equilibri di bilancio e la stessa sopravvivenza degli Enti, ha reintrodotto un contributo (nella Finanziaria 2017 e sempre in via definitiva) di complessivi 900 milioni di euro annui: 250 milioni di euro per le Città Metropolitane e 650 milioni di euro per le Province.

La quota parte del contributo spettante alla Sardegna sarebbe dovuta essere di circa 22 milioni di euro. Ed è quanto la Regione chiede le venga riconosciuto. Da notare che, mentre la norma che introduce il contributo (il comma 438 dell’articolo 1 della legge di Stabilità 2017) si riferisce genericamente alle Province e alle Città Metropolitane delle Regioni, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri fa invece riferimento alle sole Regioni a statuto ordinario. Le conseguenze, anche in termini di impugnativa, sono gravi: essendo stato un atto amministrativo e non legislativo a introdurre il principio, se la disposizione non dovesse essere modificata, la Regione non potrà impugnarla direttamente davanti alla Corte Costituzionale, ma dovrà impugnare il Dpcm in prima battuta presso il Tar del Lazio e successivamente proporre ricorso incidentale presso la Suprema Corte.

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