50 anni fa Woodstock…

tre giorni di pace, amore e musica

di Paolo Piu

Non sembra vero che siano passati già cinquant’anni da quei mitici giorni di agosto del 1969 che a Woodstock, presso Bethel (Stato di New York), contribuirono a cambiare la cultura e il costume della società americana e successivamente di quella del mondo occidentale del periodo. Quei tre giorni, che poi divennero 4, dal 15 al 18 agosto, entrarono nella leggenda e furono visti come l’inizio di una nuova epoca, ma che in realtà segnarono anche la fine dell’ideologia del sogno e della cultura hippy, la quale vide in quell’evento il suo momento culminante, ma anche l’inevitabile declino.

Nato come un festival di contro-tendenza e come protesta contro lo star-system americano, infatti è stata notata l’assenza dei grandi nomi degli artisti famosi già affermati, il concerto vide la partecipazione di 32 band e cantanti solisti che divennero delle leggende all’epoca e i cui nomi sono ricordati e apprezzati ancora oggi. Tra i protagonisti ricordiamo Joe Cocker, oggi simbolo del festival stesso, che divenne celebre cantando With a little Help from my Friends in una versione blues anche più bella e appassionata della versione dei Beatles; Jimi Hendrix, la cui morte l’anno successivo lo fece entrare nell’olimpo degli dei della musica a causa dei suoi virtuosismi con la chitarra elettrica, al tempo una novità assoluta; e poi Santana con i suoi ritmi latino-americani, Joan Baez, emblema vivente del pacifismo, The Who che presentarono brani del musical Tommy, la loro opera rock più famosa, Crosby, Stills and Nash i quali si esibirono soltanto a notte fonda a causa del ritardo legato al traffico, i Jefferson Airplane che cantavano contro la guerra del Viet Nam con la voce impareggiabile di Grace Slick e Janis Joplin, altra grande icona dell’epoca. Nomi già conosciuti grazie al Festival di Monterey tenutosi in California solo due anni prima, che ebbe l’opportunità di lanciare quei cantanti e musicisti che a Woodstock furono i protagonisti indiscussi. Tutti costoro entrarono nella storia del rock, plasmandola a loro immagine e diventando un punto di riferimento per le generazioni successive grazie alla nuova musica e alla cultura che rappresentavano.

Tutto a Woodstock venne assunto come simbolo: anche la pioggia e le scivolate nel fango per puro divertimento assunsero un significato caratteristico, divenendo parte dello spettacolo stesso, di cui anche gli spettatori, (se ne aspettavano 50 mila, ne arrivarono 500 mila), furono una parte integrante.

Giorni irripetibili, per la novità, l’unicità e lo spirito con cui furono vissuti,  che in vano si è cercato di ripetere con altri concerti, simili all’apparenza, ma privi di quella spontaneità che il pubblico creò insieme a quella generazione di musicisti, che fecero di Woodstock un evento unico e straordinario nella storia della musica e del costume. Tempo fa Michael Lang, uno degli organizzatori del concerto storico, dichiarò in un’intervista: “Woodstock è la prova che un mondo più pacifico, giusto e altruista è possibile, ieri come oggi”. 

A partire dal 1994 vennero organizzati dei concerti che in qualche modo tentarono di far rivivere il mito di Woodstock, con nuove band emergenti, le quali portavano avanti una musica sperimentale e il pubblico che cercava di imitare i comportamenti della generazione precedente, ma quei concerti non ebbero un successo minimamente paragonabile a quello del ‘69, perché quello fu un evento irripetibile.

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