Accadde a Cagliari: 1943 – Fuga da Cagliari

di Massimo Dotta

Molti lettori conosceranno bene le vicende dei bombardamenti di Cagliari del 1943. Numerosi articoli citano i fatti nei particolari e sono presenti molte immagini d’epoca che possono dare un idea della devastazione subita dalla nostra città durante quel nefasto periodo. Ma questi fatti provocarono una sorta di esperimento sociale che merita di essere ricordato.

Poco prima della stagione dei bombardamenti del 1943, e più precisamente nell’estate del 1942, la guerra inizia a toccare il sud della Sardegna e gli attacchi aerei alleati diventano più frequenti. A settembre le autorità preoccupate ordinarono ai tre prefetti sardi di creare un “comitato misto” per preparare un piano di evacuazione di Cagliari. L’apposita commissione discussa l’ipotesi di sgombero dell’intera città la giudicò impossibile, sia per le difficoltà di spostamento degli ospedali, delle prigioni e uffici pubblici, che per l’evacuazione dei civili in un entroterra quasi senza vie di comunicazione. Un vero e proprio esodo che le autorità locali vedevano come un operazione impraticabile anche a cause delle esperienze di qualche anno prima nel nord Sardegna.

In effetti i primi sfollamenti, avvenuti nel 1940 sulla frontiera con la Corsica francese, della Maddalena, di Santa Teresa di Gallura, Arzachena e la frazione di Palau, avevano creato molte difficoltà, nonostante i paesi fossero ben più piccoli di Cagliari. Questo accadde a causa di un pessimo coordinamento tra le autorità civili e militari e procedure complicatissime, e alla fine solo limitando l’evacuazione alla Maddalena e lasciando gli abitanti degli altri comuni nelle loro residenze si risolse l’empasse.

E così, il prefetto Leone concluse il suo rapporto sulla situazione affermando che la città avrebbe fatto da sola, usando i rifugi antiaerei e altre tecniche di difesa passiva, come il “diradamento” della popolazione, dando quindi ordine a tutti i militari di far rientrare le famiglie nelle rispettive residenze.

La cittadinanza nel frattempo, all’oscuro del pericolo, conduce una vita il più possibile normale per dei tempi di guerra. Questa normalità termina la notte tra 7 e 8 giugno del 1942, quando sei aerei inglesi sganciarono cinquanta bombe sulla città, causando 14 morti. Ma la paura passò velocemente anche perchè numerosi falsi allarmi, di cui ben sei tra novembre e dicembre crearono l’illusione di non essere un obiettivo importante per il nemico, e per tutto gennaio 1943 gli attacchi riguardarono quasi esclusivamente obbiettivi militari.

Nell’impreparazione generale arrivarono le incursioni del 17 e 26 febbraio, generando il panico e un primo esodo spontaneo della popolazione. Il 28 febbraio, mentre lo sfollamento è in pieno svolgimento, un altro attacco, “il più violento e il più micidiale di tutti quelli effettuati su Cagliari”, riduce la città a un cumulo di macerie, con un numero di morti non quantificabile.

Le autorità tentano di portare i primi soccorsi ma i proprietari di industrie, aziende, gli impiegati fuggirono paralizzando tutta la pubblica amministrazione. A fatica furono trovati e ricondotti ai loro posti alcuni di questi impiegati e funzionari, ma molti erano fuggiti fuori città con le famiglie. La città si trovò a essere completamente deserta.

Armando Cioccolani, direttore della filiale cagliaritana della Banca d’Italia, cosi descrive la situazione: “quasi tre quarti della popolazione, terrorizzata, ha abbandonato la città, dirigendosi senza meta nell’interno della provincia con la speranza di potervi trovare un rifugio”. Circa 90 mila persone fuggite “disordinatamente, senza sufficienti mezzi di trasporto, con un esodo precipitoso e desolante”.

La gente si sposta dove può e il 6 marzo il prefetto di Nuoro, comunica che i profughi arrivati da Cagliari sono dodicimila, “ma da elementi diversi calcolasi numero circa 30 mila”, riportando la scarsità di alloggi per gli sfollati, che hanno invaso anche comandi militari e uffici, e chiede al prefetto una “opera persuasiva et ferma” per far tornare almeno gli uomini validi nelle loro residenze. I prefetti di Cagliari e Sassari emettono un ordine rivolto a tutti i lavoratori, con esclusione di donne e bambini di ritornare alla propria residenza per far ripartire anche le attività produttive.

Ma il 2 marzo: “molte industrie, i cui edifici sono stati colpiti da bombe, sono ferme […] i negozi sono chiusi, compresi gli alimentari e le panetterie”. Cagliari ha un “aspetto di squallore e abbandono, senza luce, senz’acqua e senza viveri. Manca il carbone e i negozi son tutti chiusi. Cumuli di macerie e di rottami non ancora sgombrati e immondizie che vi sono accumulati impediscono ogni traffico per le strade”. Non c’è assistenza sanitaria, eccetto pochi medici comunali, “i liberi professionisti hanno abbandonato la città, aprendo i loro gabinetti di cura nei centri più importanti della provincia”. In città, qualcuno comunque era rimasto, e circa dieci mila persone “abitavano” da febbraio “nelle grotte della periferia di Cagliari […] in una impressionante promiscuità ed in condizioni di pietosa miseria”, probabilmente nella zona dell’anfiteatro romano e di Tuvixeddu.

Il 13 di maggio, duecento bombardieri danno il colpo di grazia a una città già deserta, costringendo il prefetto Leone allo sgombero dell’intero apparato burocratico, amministrativo ed economico della città in campagna (resiste solo l’ufficio anagrafico del Comune).

Come già accadde nel Medioevo, nel 1943 il pericolo dal mare portò la popolazione ad abbandonare le abitazioni di Stampace e della Marina, la nobiltà i palazzi del Castello, i pescatori Sant’Avendrace e gli agricoltori Villanova.

Palau marina. Sfollati attendono il treno

I paesani che accolsero questa massa ricordano gli sfollati dispersi nei campi, in lacrime e disperati, o ammassati nei saloni parrocchiale del paese, sguardi di pietà verso chi ha perso tutto. Qualcuno aveva comunque beni da scambiare, e la campagna apprezzava molto i prodotti cittadini come tabacco, lenzuola, abiti eleganti, mobili e argenteria. Gli sfollati portarono una massiccia quantità di danaro, gioielli, corredi, ma sembra che non fosse sufficiente e centinaia di razziatori iniziarono le visite in città svuotando case, palazzi e magazzini.

Cagliari era fuori città, mischiata con la campagna in una società nuova: impiegati, operai e negozianti si ritrovano al lavoro dei campi; le donne come spigolatrici; i ragazzini a raccogliere lumache o cipolle selvatiche. Anche quelli che non erano adatti per i campi, contribuivano all’economia della famiglia ospitante con il commercio, come a Samassi dove si erano rifugiati i commercianti dell’ex capitale del regno.

Oltre a soldi e beni arrivarono anche scuole: a Mogoro e a Isili il liceo classico Dettori; a Solarussa il Regio Liceo scientifico “Carlo Sanna”; tra Aritzo (scuola media) e Senorbì (ginnasio e liceo classico) l’istituto privato Dante Alighieri. Questo permise la circolazione di idee, libri, insegnanti, persone che la campagna non aveva mai visto. La città porta nelle campagne il concetto di “tempo libero”, e a Isili intellettuali e professionisti cagliaritani creano “Gli amici del libro”; a Gesturi studenti portano in scena il “Barbiere di Siviglia”; a Nuragus si organizza un cinematografo, delle serate musicali e spettacoli di burattini per i bambini.

Dopo pochi mesi questo esperimento sociale finisce e, alla fine del 1943, i cagliaritani fanno ritorno in città insieme alle attività commerciali e agli uffici, trovando che l’antica Cagliari non c’era più e si doveva ricostruire tutto.

Massimo Dotta

Citazioni letterali da:Armando Cioccolani al Governatore della Banca d’Italia il 6 marzo 1943. ABICA (Archivio Banca d’Italia filiale di Cagliari), AR (archivio riservato), f. 6 (19/01/1942 – 04/05/1943). su G. Salice, La città scomparsa. Lo sfollamento di Cagliari nel 1943, in POLOSUD SEMESTRALE DI STUDI STORICI anno terzo | n. 4 | gennaio-giugno 2015.

Commenta!