I misteri di Santa Gilla

di Cinzia Arrais

Pubblichiamo un interessante articolo in esclusiva di Cinzia Arrais valente studiosa di Capoterra che da anni sta effettuando delle accurate ricerche sulla storia del compendio lagunare e della sua città giudicale: Santa Igia

Tutto ha avuto inizio nel 2015, quando a seguito di un corso per guide ambientali il professore Roberto Copparoni mi ha assegnato una tesi sul villaggio “fantasma” di Santa Maria Maddalena, nel Comune di  Capoterra. Trattandosi dunque di una villa medievale scomparsa e non avendo trovato inizialmente abbastanza materiale bibliografico per poter scrivere un elaborato di poche righe, mi sono iscritta all’Archivio di Stato di Cagliari e, successivamente, all’Archivio Diocesano. In questi archivi ho trovato gli atti che indicano l’ubicazione esatta della chiesa di S. Maria Maddalena che si credeva scomparsa, ma della quale, tuttavia, resistono ancora le vestigia nella località di Maramura. In seguito ho trovato altri atti che citano la chiesa di S. Giorgio, costruita in epoca sabauda nella località della Residenza del Sole. Nel 2015 altri documenti importanti rivelano alcune verità sull’antica storia di Giorgino. Infine, sempre nel 2015 ho trovato lei, la mappa che indica la chiesa di S. Gilla. Ho fatto subito richiesta di questa mappa pagando i diritti di pubblicazione, in quanto ricordavo di non averla mai vista in nessun testo. Così, ho continuato le mie indagini di ricerca e ho letto e riletto molti libri che raccontano la storia di S. Igia; tuttavia nessuno riporta questa mappa ed è forse l’unica al momento che ne indica l’ubicazione esatta. Il suo autore- cartografo, anonimo purtroppo, ha disegnato le chiese con accurata precisione: la chiesa di S. Gilla ha la sagoma più grossa rispetto alle chiese di S. Paolo,S. Pietro e S. Simone, diversamente la chiesa di S. Pietro è piccolissima rispetto alle altre e viene segnata con un puntino. Invece in questa mappa non riesco a vedere la chiesa di S. Avendrace e, allo stesso tempo, non leggo la citazione della stessa, che forse viene indicata con un semplice puntino come per la chiesa di S. Pietro,la quale si confonde tra le figure geometriche che bordano la via S. Avendrace. La chiesa di S. Simone, invece, sembra essere la seconda in grandezza e possiede una croce più grande rispetto alle altre chiese, come se fosse di nuova fattura. Abbiamo sempre saputo che un tempo esistevano le chiese riportate nella mappa; si sapeva del crollo della chiesa di S. Paolo nel 1854, secondo il Canonico Spano, ma non ero a conoscenza, ad esempio, del fatto che le dimensioni della chiesa di S. Paolo fossero più grandi rispetto a quelle della chiesa di S. Pietro.

Credo che nessuno abbia mai notato questi particolari, oltre ad altri che non posso elencare perché meritano un approfondito studio paleografico. Ma se nessuno ha mai fatto caso a questa mappa, sarà forse perché questa si trova nel Fondo Tipi e Profili dell’Archivio di Stato di Cagliari, quello che ho soprannominato “il fondo delle anime perse nel dimenticatoio”. In questo fondo,o reparto d’archivio, vengono riposti tutti gli atti sciolti e di dubbia collocazione, come le pergamene che si sono staccate da qualche volume o faldone. Ma il risultato della mia ricerca sull’area di S. Gilla, che spero si concluda con la pubblicazione di un articolo (forse per  scongiurare qualche piccolo intoppo alla memoria storica, o per ovviare probabili danni patrimoniali latenti sotto terra), questo cercherò di spiegarlo al lettore con un breve saggio/articolo, senza per questo avere la presunzione di insegnare niente a nessuno. Mi servirò di alcune citazioni riportate nelle pubblicazioni storico-archeologiche per far capire che nell’area di via Brenta, via Simeto e aree limitrofe, c’è stato anche un insediamento medievale pertinente all’antica città giudicale di S. Gilla. Però, i recenti studi di Raimondo Pinna e Corrado Zedda, non la includono nella ipotetica forma urbis di S. Gilla [ 1] racchiusa in due figure geometriche ogivali (vedi foto), distanti diverse centinaia di metri dalle sponde lagunari e dal punto dove sono stati rinvenuti i reperti di epoca medievale

 Ora cercherò di spiegare come, secondo il mio punto di vista, nell’area di S. Gilla non c’è stato solo un insediamento fenicio, punico e romano. Certo, non c’è dubbio che intorno all’ VIII sec. a.C. vi sia stato uno stanziamento  fenicio che ha intitolato la nostra città col nome di KRLY. La stessa città è stata poi occupata dai Punici intorno al IV e III secolo a.C..Nel 238 a.C. KRLY viene occupata dai romani e, durante il dominio della Roma Repubblicana, prende il nome di Karali. In età tardo- repubblicana, però, Kalari si sposta gradualmente verso est rispetto al principale insediamento fenicio- punico. Di qui la Cagliari romana indossava una nuova veste con un piano urbanistico ben preciso: una Urbs con il suo centro nella piazza del Carmine, dove sorgeva il foro romano; a monte della piazza, invece, sorgevano le aree a destinazione abitativa, estese sino all’attuale quartiere della Marina. In seguito all’aumento demografico,come riporta la dott.ssa Mongiu,l’iscrizione di Domiziano illustra l’espansione edilizia e urbanistica della città in fase imperiale,che l’archeologia documenta come intensa alla fine del I sec. e soprattutto nella II metà del II secolo d.Cristo,[2] con la nascita di due sobborghi adiacenti all’Urbe: uno ad est che partiva dal limite dell’attuale quartiere della Marina (delimitato dai lacerti rinvenuti in via XX Settembre) e che  proseguiva verso la zona di Bonaria; l’altro ad ovest verso S. Avendrace, parte dell’Urbs dove si presume inoltre che fosse racchiusa la Villa di Tigellio, la quale probabilmente ne segnava anche il limite coincidente con il suburbio ovest. La Cagliari romana si è quindi espansa, prendendo il nome di Karales.

Tra il 456- 466 d.C. Cagliari e tutta la Sardegna vengono occupate dai Vandali e, nel 534, la Sardegna passa all’Impero Bizantino. Ma su questo periodo faccio un’attenta analisi di ciò che è stato pubblicato; mi sembra ovvio che l’assetto geomorfologico della nostra città abbia subito dei cambiamenti. Tra il VI-VII secolo anche in Sardegna si afferma un profondo spirito culturale greco; sono di questo periodo le corrispondenze epistolari tra gli ecclesiasti cagliaritani e papa Gregorio Magno, dove vengono citati gli oratori dedicati ai santi Vito, Erma, Giuliano ( secondo l’Angius, si trovano presso lo stagno di Quartu S. Elena)e, sempre nel corso dell’età bizantina, vengono edificate le chiese di S. Andrea e S. Anania de portu; già esistenti invece, S. Lucia, San Leonardo de civita e S. Salvatore de civita de bagnaria. Esisteva anche un monastero non citato da Gregorio Magno, dedicato a S. Lorenzo. Ai margini dell’area urbana, sfruttando la conformazione geologica, erano presenti  anche la cripte di S. Anastasia ( forse si trovava a Stampace nel convento di S. Francesco), la grotta di S. Elemu ( probabilmente sorgeva  presso l’attuale clinica Aresu e, secondo le indicazioni dello Spano, in origine era una comunità di Eremiti di S. Guglielmo). Altre chiese tutt’oggi esistenti sono S. Restituta (madre di S. Eusebio) e San Pietro dei pescatori, la quale viene indicata in agro di cluso de portu o litum maris.

Nel VI sec. ha inizio anche la devozione per i santi militari, forse perché legato allo stanziamento delle truppe nel gran progetto di difesa dei confini voluto da Giustiniano [3]. Agli inizi del VII sec. la città ha un buon numero di piccoli centri culturali. Ben più scarse, invece, le attestazioni documentarie e monumentali relative ai secoli successivi (VII-IX), di cui spiegherò il perché. Indicativamente però, questo quadro agiografico ci mostra quelle aree abitate nel VI secolo; a tal riguardo, le mura di cinta rinvenute dagli scavi archeologici e datate più o meno a quel periodo, potrebbero essere le più esaustive. Sfugge il percorso delle mura nella zona settentrionale della città, dove l’anfiteatro romano veniva usato come cava e area di sepoltura; ma in uno spoglio del 2015,la studiosa Martorelli riporta: (…)un circuito urbico delimitava a nord l’area urbana, sotto alla via Manno attuale, detta fin nell’Ottocento Sa Costa,in quanto costone della città(…) [4]. Sono state rinvenute le cinta murarie in piazza Yenne,Via Azuni e Corso V. Emanuele. [ 5]

Appartengono a questo periodo alcuni lacerti rinvenuti in vico Portoscalas, sotto la chiesa di S. Michele a Stampace. Queste antiche mura sono formate da materiali di spoglio a seguito dei diversi rifacimenti dell’epoca e sono databili intorno al VI-XI  sec.d.C. Altre mura di fortificazione sono state rinvenute in via Caprera e, dai dati stratigrafici e i materiali rinvenuti, si  data  l’impianto al VI sec. d.C. Altri lacerti si trovano  sotto il Palazzo civico[ 6]. Sull’altro versante della città, nel Viale Regina Margherita, è forse possibile tracciare la linea muraria- difensiva che segue l’andamento della roccia naturale sino al lacerto rinvenuto presso ” la scala di ferro”. Da qui in poi e successivamente verso la costa, le mura si congiungerebbero a quelle rinvenute in via XX Settembre, dove sono stati trovati altri lacerti sotto l’edificio IMPS che, a loro volta, avrebbero dovuto cingere il bacino portuale. Nell’area di Vico III Lanusei c’era un cimitero, in uso  dall’età romana fino alla fine del VII sec.[7 ]. Sul lato ovest, rispetto alla Piazza del Carmine,il limite della città sarebbe dato dalle mura di via Caprera; ciò indicherebbe un restringimento dell’area urbana e il conseguente spostamento della linea del suburbio di età romana, che all’epoca veniva individuata nel colle di Tuvixeddu. Questo si accorderebbe con la dislocazione extraurbana delle sepolture databili al V-VI sec. disposte lungo il viale Trieste e nelle vicinanze della chiesa S. Pietro. Nella piana sottostante il colle di Tuvixeddu, in continuità con le testimonianze romane, sono state individuate altre sepolture   datate VI- VII sec. rinvenute nella via S. Gilla, Italcementi, Agip, Pernis, via Tevere, via Arno, Via Brenta e viaFangario. [8]. La necropoli di Tuvixeddu,non ha restituito tracce in questo senso oltre l’età romana, diversamente da  quella di Bonaria, che invece si prestava con le sue grotte naturali all’uso cimiteriale e culturale,attestato con certezza alla metà del IV sec. [9]

In riferimento a questi ultimi dati si pongono le basi delle  mie riflessioni: le sepolture del VI-VII sec. nell’area di S. Gilla sono dislocate in un punto decisamente suburbano rispetto alle aree funerarie del IV- V sec.,le quali un tempo coincidevano nei pressi di viale Trieste. Sono importantissime le aree pertinenti alle sepolture in epoca bizantina(così come riporta la tavola IV mappata dalla studiosa Maria Luisa), perché mi aiutano a comprendere che siano state sicuramente popolate nel VII secolo data la loro presenza e per il fatto che siano concentrate in particolar modo tra il Fangario e il quartiere di S. Avendrace. A tal riguardo,in un convegno del 2018, Marco Cadinu ipotizza la probabile esistenza di un Villa, ossiaun piccolo paese che già sorgeva in epoca tardo-antica. Ma continuo le mie frenetiche ricerche per capire quale fosse il criterio delle sepolture e scopro che,  già dal V, VI e VII secolo, a Roma, le inumazioni avvenivano in Urbe, quindi dentro la città e non più fuori dai centri urbani com’era tassativo al tempo dei romani. [10]

L’inumazione in Urbe forse era in uso anche a Cagliari e il fatto coinciderebbe con una lettera del VII secolo di Papa Gregorio Magno inviata al vescovo di Cagliari, dove il prelato viene ammonito riguardo alla compravendita delle sepolture, citando come luogo di seppellimento la “vostra chiesa”[11]. Di qui anche la studiosa Martorelli ci fa sapere: ” Dopo l’VIII secolo è presumibile che si seppellisse presso le chiese, come attestato dalle fonti a S. Maria di Cluso, S. Eulalia, S. Sepolcro. Le trasformazioni più evidenti nell’assetto topografico di Cagliari si hanno nel momento in cui la città si sposta definitivamente  verso la laguna di S. Gilla, determinando un’inversione del polo urbano e quindi in parte del suburbio: l’abitato si colloca all’estremità occidentale, mentre l’area dell’antica civitas, ormai tutt’uno con l’antico suburbio, diventa “periurbana”[12 ]Sempre dalla Martorelli apprendo che già dalle incursioni dei barbari prima e degli arabi poi ( queste ultime si registrano in Sardegna dall’ VIII sec. fino all’ XI sec.), si verificò l’allontanamento graduale dei cagliaritani dal centro dell’antica città romana verso zone più protette, con un trasferimento progressivo ad ovest, nell’area di S. Gilla[ 13].

L’estremità occidentale del suburbio di età antica diventa quindi un’area  urbana, con un’occupazione che presenta caratteri nuovi, non di continuità. L’area ad est di S. Gilla può forse considerarsi suburbana senza soluzione di continuità fino al colle di Bonaria, dato l’abbandono pressoché totale della città, che un tempo si disponeva tra la piazza del Carmine e il quartiere della Marina [14]. Nell’area settentrionale della città si può forse riconoscere una sostanziale continuità nell’uso degli insediamenti rupestri da parte delle continuità monastiche : S. Restituta, S. Efiso, S. Anastasia e S. Giorgio. Questo quadro riassuntivo di dati archeologici e agiografici mi aiutano a capire come la nostra città, per necessità difensive, abbia cambiato ubicazione già dal VII-IX secolo, per poi consolidare nella Villa S. Ilia lo status politico-difensivo nel corso del periodo giudicale.

– Ma perché al “tramonto” dell’era bizantina, l’antica città fortificata è stata abbandonata per poi, nel periodo giudicale,  dislocare tutti i cagliaritani nella Villa S. Igia in mezzo alle paludi malsane?- Ce lo domandiamo in tanti.- 

A parer mio già i Romani, durante il loro dominio, non si ponevano più di tanto il problema di fortificare le città posizionandole sulla cime rocciose, o nelle zone lagunari per preservarle dall’attacco massiccio delle invasioni: erano loro gli ” Invasori”, i dominatori di un vasto Impero d’Oriente  e d’Occidente. La priorità assoluta, per Cagliari, era l’approvvigionamento idrico; è questa la ragione per la quale i romani hanno scelto di ubicare l’ Urbes nella parte di Cagliari ricca di cunicoli e cavità sotterranee atte alla conservazione  dell’acqua. Le esigenze cambiarono poi con le invasioni barbariche e, di seguito, con il costante attacco degli arabi. Come abbiamo visto nel periodo bizantino esisteva una cinta muraria, ma forse non bastava per preservare la nostra città. Pertanto, si doveva realizzare una cortina muraria nelle strette vicinanze della battigia  lagunare che, probabilmente, cingeva le chiese di S. Pietro, S. Paolo e S. Gilla fino alla Darsena; le mura, inoltre, bordavano la parte restante della città, che però si distanziava di diversi metri dal costone roccioso del colle di Tuvixeddu, per dare spazio al fossato profondo. Questa fortificazione avrebbe dovuto impedire il posizionamento delle macchine da guerra sia sul fossato, probabilmente colmo d’acqua, che sul limo lagunare, tanto da conferire all’antica città quell’aspetto geomorfologico di un’ insula inespugnabile sino alla sua distruzione: 1257/58. Non vi è dubbio che ci siano stati dei fossati attorno alle mura della città di S. Gilla, in quanto questi vengono citati più volte negli antichi atti.

Voglio precisare al lettore che le mie considerazioni personali prendono spunto dalla mappa delle sepolture allegata alla  tesi della dott.ssa  Mura Lucia: nel sobborgo di S. Avendrace le aree che inglobano le sepolture sono quelle fuxia, dove possiamo notare che in prossimità dell’attuale via S. Avendrace il loro margine si discosta di diversi metri dalla parete rocciosa del colle di Tuvixeddu. Probabilmente qui sorgeva il fossato ed è questa forse la ragione per la quale non vi sono sepolture lungo quel tratto e neanche sul colle di Tuvixeddu.

Dal IX secolo in poi, con la nascita dei 4 giudicati sardi, S. Gilla  diventa la capitale del giudicato di Cagliari sino alla sua capitolazione (1257-58).

Santa Gilla ha le sue varianti:  Igia, Gilia, Ygie/Ygia  e S. Ilia.[15] Quest’ultimo viene riportato nell’atto più antico, scritto in lingua sarda e risalente ai tempi delle donazioni di Torchitorio de Ugunali che, unitamente a sua moglie Vera e a suo figlio Costantino, concedono all’arcivescovo di Cagliari “in manu de sarchiepiscopadu nostru Maistru Alfrede”, un certo numero di ville con i rispettivi abitanti ” liberus de Paniliu”. [16]Non conosciamo la data di questo documento, ma sappiamo che lo stesso Judex Torchitorio de Ugunali, fece un’altra donazione il 5 maggio 1066. Riferimenti importanti questi, che indicativamente attestano l’esistenza di Santa Gilla attorno  a quegli anni, ma non è arbitrario pensare che sia stata fondata molto prima e credo che S. Gilla nell’ VIII- IX secolo fosse già strutturata. S. Ilia dunque, città giudicale che ha abbandonato il vecchio toponimo romano Karalie.  Altri atti del XIII secolo citano la villa di S. Gilla e, secondo le recenti ipotesi, Ilia sarebbe il troncamento di S. Cecilia. Le prime notizie che ci raccontano la sua storia sono quelle dello storico Giovanni Fara. Secondo l’autore nel  XVI secolo esisteva ancora il castello nel paese di Santa Igia,  ma versava in uno stato di rudere. inoltre ci fa sapere che S. Gilla è stata fondata dal marchese longobardo Gillo nel 1093. Nel ‘600 Bonfant ci indica l’esistenza di 2 chiese: S. Cecilia e S. Gilla. Le reliquie della chiesa di S. Cecilia, sono state rinvenute dalla basilica di S. Saturnino. L’autore ci fa sapere che un tempo a S. Gilla era dedicato un tempio grandissimo, di cui rimanevano le rovine in un campo di proprietà di Martin del Condado [17 ] Bonfant 1635, p. 169.

La chiesa di S. Cecilia è stata dedicata dai cagliaritani alla santa nei primi secoli della pace della chiesa; era simile alla chiesa di S. Saturnino e distante  una lega da questa, si trovava vicino al territorio chiamato Fangar, più precisamente, nella proprietà di Nicolas Isca. Questa chiesa è stata  poi distrutta dai Saraceni, ma i Pisani riutilizzarono il materiale edile della chiesa di S. Cecilia per ricostruirne una nuova sulla cima del monte. Probabilmente l’autore si riferisce alla cima di Castel di Castro. Di seguito Giorgio Aleo, storico del Seicento, così riporta: ” Esta villa estava, en los campos, que quedan en medio de las ultimas casas, del arrabal, que hoi llamamos de San Avendrace, que en essos tiempos aun no estava fundado; y la orilla del estanque, donde aun se ben los cimientos, y rastros de los antiguos edificios, y en el mismo sito se ha conservado hasta el dia de hoi el nombre de Santa Gilla; los terminos, y territorios que tenia esta villa, se estandian, por los campos, de las Iglesias de los Apostole S. Pedro y S. Paolo, con todo lo que ocupa el dicio arrabal de S. Avendrace, y los campos, que estan à la parte de estanque, hasta llegar al fangar, y de alli se entrava hazia adentro, por los campos que oy estan plantados a vinas hasta llegar al piè del Castillo de S. Miguel [18]

Quindi riassumendo, la villa si trovava nei campi coltivati a vigne tra le ultime case della periferia di St. Avendrace; sorgeva vicina alla rive dello stagno. Nel ‘600 si conservavano ancora le fondamenta degli antichi edifici; nello stesso luogo si manteneva il toponimo di S. Gilla. La villa di S. Gilla si estendeva lungo i campi di San Pietro e San Paolo e tutto il territorio compreso tra la periferia di S. Avendrace  fino a raggiungere il Fangar ( Fangariu/o),dove Aleo sembrerebbe indicare un accesso. Di seguito l’autore ci fa sapere che l’estensione dei vigneti pertinenti a quell’area, si protrae sino ai piedi del Castello di S. Michele. Sempre Aleo però, ci lascia altre osservazioni importanti: “cita il quartiere del Fangario come abitato dall’antichità e noto anche col nome di S. Cecilia, a causa della presenza della chiesa metropolitana intitolata alla stessa santa. Secondo l’autore i ruderi della chiesa di S. Cecilia sono stati smantellati per ricavarne materiale da costruzione [19 ] Aleo 1648,pp.28-281. Distingue inoltre un altro quartiere detto di S. Gilla, dal nome della santa martire cagliaritana, il cui corpo è stato trovato nella basilica di S. Saturnino e traslato nel santuario della Cattedrale. Questa cattedrale  si trovava all’estremità del quartiere di S. Avendrace; a sinistra andando verso lo stagno permanevano vestigia di antichi edifici e, in essi, si trovavano i palazzi sede dei giudici e degli arcivescovi” [20 ] Cfr. M.Lucia p. 196. Aleo 1684, pp. 278-281. Nell’ 800 Angius, nel suo itinerario, traccia i confini della villa di S. Igia, delimitata a ovest dallo stagno, a est dalla strada del Fangario, ad austro dalla chiesa di S. Avendrace e a tramontana poco oltre il borgo di S. Avendrace [21]

Lo Spano, nella seconda metà dell’800, identifica il sito dell’antica cattedrale dedicata a S. Cecilia con la vigna del cav. Sepulveda e localizza vicino al cosiddetto porto, o campo Scipione, alcune rovine interpretate come appartenenti al castello o palazzo dei giudici, presso il quale, aggiunge, dovevano essere anche S. Maria di Clusi e la cattedrale [22]. Sempre lo Spano, tuttavia, sdoppia il sito in due ville, quella di S. Cecilia e quella di S. Gilla, dove ubicare i palazzi dei giudici e del vescovo[23]. Dal XIX al XX secolo, alcuni lavori archeologici di scavo hanno portato alla luce diversi reperti di epoche differenti; ma qui mi pongo davanti al quesito: – Perché dalla fine dell’Ottocento sino agli anni ’80 del Novecento, non sono mai stati rinvenuti reperti di epoca medievale? Gli archeologi Nicola Dessi e Maria G. Aru mi fanno notare che gli archeologi, soltanto negli anni ’70, iniziavano a servirsi del metodo di scavo stratigrafico: le testimonianze o evidenze rivelano i diversi strati del sottosuolo che comprendono spesso manufatti, cioè oggetti utilizzati, prodotti o modificati dagli esseri umani, ma anche gli ecofatti, ovvero i resti organici ed ambientali che pur non essendo prodotti dagli umani possono fornire informazione sulle loro attività. Manufatti ed ecofatti coesistono nei siti archeologici e sono le “spie” di datazione di un insediamento. Infatti sono questi i metodi di scavo che hanno permesso di datare anche i reperti medievali, mentre prima degli anni Ottanta del XX sec. non si riconoscevano. Quindi non è arbitrario pensare che nell’area di S. Gilla potevano sorgere stabili di epoca medievale,anche laddove sono stati rinvenuti i reperti di epoca fenicia, punica, romana prima degli anni Ottanta. Infatti si spiega perchè tra il 1984 e il 1986, in via Brenta, durante gli scavi per la costruzione della strada sopraelevata, emergono le antiche vestigia di alcuni edifici medievali, con numerosi materiali e frammenti ceramici. Dal saggio di Elisabetta Garau (nel testo “Città, Territorio Produzioni e Commerci nella Sardegna Meridionale “a cura di Rossana Martorelli), ho apprezzato il suo importante  studio delle ceramiche decorate a pettine datate X-XIII secolo, rinvenute  dagli scavi di via Brenta. Il suo contributo fornisce ulteriori dati sulla frequentazione di quell’area dal X al XIII secolo. Ricordiamo al lettore che, gli scavi, vennero allora limitati alla verifica delle fosse di posa dei piloni per realizzare la strada sopraelevata di via Brenta e non vennero poi estesi nelle aree limitrofe. Dal quadro generale delle stratificazioni, a partire dalle fosse n° 6 alla fossa n° 10, sono state accertate attestazioni d’età  medievale risalenti al XI- XIII sec. d.C. Tra le ” pile” dei fossati (chiamate così convenzionalmente), l’intervento di scavo, nella pila n° 10, ha messo in luce i resti di una struttura fortificata a Ovest, della quale è stato individuato un tratto murario sulla cui parete interna residuava un intonaco dipinto a finta opera isodoma, ossia un tipo di decorazione che nel Medioevo denunciava committenze funzionali di potere [24]. Per quanto riguarda lo studio archeologico dei cocci rinvenuti durante gli scavi di via Brenta, Elisabetta Garau ci fa sapere che l’elevata frammentarietà dei reperti non ha consentito né di identificare le forme intere, a parte rari casi, né di risalire alla capacità di detti contenitori ceramici. Tuttavia sottolinea comunque l’importantissima presenza della ceramica savonese, toscana e maiolica islamica: orli e frammenti di anfore, anforette, olle, boccali e catini [25] hanno un  preciso quadro cronologico  di riferimento e, a tal proposito scrive : (…) Ai fini dell’inquadramento cronologico della produzione ceramica in oggetto, per il quale si dispone del terminus ante quem, il 1257, cioè l’anno della caduta di S. Igia, risulta perciò determinante l’associazione nelle stratigrafie cagliaritane, delle ceramiche di importazione sopra menzionate: dette produzioni, già saldamente ancorate dal punto di vista cronologico, consentono di collocare la ceramica comune “a pettine” esaminata in questa sede, nella prima metà del XIII secolo d.C. e più precisamente tra il primo e il secondo venticinquennio del secolo. La presenza del materiale di importazione, oltre a fornire importanti indicazioni di ordine cronologico, pone in risalto problematiche relative ai traffici e alla rete di scambi tra la Sardegna e i paesi del Mediterraneo Occidentale nei secoli centrali del Medioevo: é noto che nei secoli XII e XIII gli scambi commerciali tra la Sardegna e il mondo islamico erano particolarmente intensi (…) [26]. Altro particolare,a parer mio interessante, riguarda la datazione di  alcuni cocci rinvenuti negli scavi di via Brenta; olle e anfore, collocabili tra la fine del X e la seconda metà del XIII secolo. Di seguito elenco i suddetti ritrovamenti:

-n° 2 Orli di anforette per i quali è istituibile un confronto con un esemplare pisano attestato in strati  datati tra la seconda metà del X secolo e la metà del XIII secolo; [27]

-n°2 Olle databili tra il X e XII secolo. Sulle indagini relative ai materiali rinvenuti in via Brenta, la Martorelli scrive: ” Alcune indagini condotte negli anni Ottanta del Novecento in via Brenta hanno restituito tra le altre testimonianze anche fosse di scarico in cui giacevano materiali ceramici e vitrei, databili all’ XI-XIII secolo, che non si trovano per il momento nei contesti cagliaritani ” [ 28]

Fra tutti gli scavi effettuati prima degli anni Ottanta, il dato più sconcertante è che i metodi archeologici interdisciplinari non possono essere ripetuti dall’indagatore, sopratutto laddove siano stati effettuati i vecchi scavi che hanno demolito i livelli stratigrafici, dove si son perse per sempre una grande quantità di informazioni. Inoltre gli archeologi mi fanno sapere che, prima degli anni ’80, l’interesse di ricerca era centrato sul ritrovamento dei reperti più datati, mentre i cocci di epoca medievale e aragonese (tranne quelli in stato di conservazione ottimale), non venivano considerati e tanto meno classificati. Comunque sia, entrambi gli archeologi concordano sulla tesi che i reperti di epoca medievale rinvenuti a S. Gilla non siano una testimonianza labile[ 29]. Inoltre, la mappa che riporta l’ubicazione esatta della chiesa di S. Gilla, aggiunge un altrotassello alle citazioni riportate dagli studiosi; a  partire dallo storico Fara sino agli autori dell’800, tutti indicavano la chiesa di S. Gilla nei pressi del Fangario o nella zona periferica del borgo di S. Avedrace, ma  alla fine del XX secolo molti autori, però, hanno ipotizzato che le loro teorie fossero influenzate dai Falsi d’Arborea. Allora resterebbero “fuori dalla critica” Fara, Bonfant, Aleo,Viadal e questa mappa del 1822, perché l’anonimo che l’ha disegnata non ha conosciuto lo “scandalo” delle Carte d’Arborea:  Ignazio Pillito,dirigente dell’Archivio di Stato e conosciuto come il “falsario”, nel 1822 aveva l’età di 16 anni. Ma anche le teorie dello Spano e del generale La Marmora a questo punto, sono da rivalutare: entrambi sostenevano di individuare i ruderi dell’antica città giudicale nello stesso punto indicato nella mappa del 1822.

( vedi sotto la mappa del La Marmora)


Per le ragioni riportate sopra, mi sovviene un dubbio: noi cerchiamo le verità negli atti degli archivi, nelle fonti bibliografiche più antiche… ma certe “verità”, chi meglio di un cartografo può rivelarle. Chi ha lavorato per il genio civile può darci informazioni e ubicazioni più precise. E così di seguito prendo in esame altre mappe: una del 1919, levata nel 1885, che riporta una croce sul punto coincidente con la chiesa di S. Gilla della mappa del 1822 (vedi sotto)

Archivio Storico di Ca-F°. 234 della Carta d’Italia- IV.S.E. Autore: Croveris- N°inventario 1.A.B.  Di seguito uno studioso, Corrado Fenu, mi fa notare che esiste un’altra mappa che riporta la stessa croce e sullo stesso punto ( vedi sotto)

Il F°234 riporta altre croci dello stesso tipo in diverse zone: Cagliari colle Bonaria (vedi sotto

Viale Marconi (vedi sotto)

Quartu S.E. (vedi sotto )

Queste Croci “vacanti” (croci non collegate ad una figura quadrangolare chiusa che indicano il costrutto delle chiese esistenti), forse indicavano le chiese scomparse,le edicole votive, una proprietà della chiesa o cos’altro? Ma continuo le mie ricerche e trovo quest’altra mappa che disegna lo stabile del casotto del dazio in coincidenza con la linea di demarcazione della peschiera (dotata di calici)che si ricongiunge sempre all’isolotto di S.Simone.

Questo tratto è speculare alle altre mappe, dove si notano altri edifici preesistenti agli stabili della Montecatini( 1929). Anche nella mappa riportata sotto si contano due edifici nello stesso tratto

Forse la chiesa di S. Gilla sorgeva in questi stabili? Intanto cerco di capire com’erano concepite le linee daziali e, grazie agli studi di Raimondo Pinna, riesco a farmi una vaga idea su ciò che riporta, anche se purtroppo nelle sue pubblicazioni riporta una mappa daziaria( realizzata dallo stesso Raimondo Pinna) che non include il casotto del dazio di S.Gilla ( vedi mappa sottostante)


Però, la raccolta delle spese daziali che lui estrapola dal fondo d’Archivio- Regolamenti e Tariffe- potrebbe tornarci molto utile. Intanto lo stesso autore ci fa sapere che non sappiamo quando, nell’800,  è sorto il primo edificio del dazio nella nostra città, ma sappiamo che dopo la demolizione delle mura di cinta della città c’è stato un allargamento della linea daziaria che delimitava, con uno spazio chiuso, il cuore della città e i suoi antichi sobborghi con le rispettive aree agreste. Ora, sappiamo che le cinta murarie sono state abbattute, anno dopo anno, nella seconda metà del ‘800: eliminare le barriere serviva a migliorare  quel continuum ideale tra città e campagna e, nel contempo, l’aumento delle aree soggette ai dazi favoriva al regno un maggior introito fiscale.Le linee daziarie vennero abolite nel 1930. Al 31 luglio 1855 risale il primo elenco dei casotti, sono in tutto 8: quello di Botanica( nel punto detto stretto, di S. Benedetto, di Istelladas, di S. Avendrace, is Mirrionis, di cotta, della Scafa. In genere erano dei semplici edifici/ gabbiotti, di forma rettangolare; dotati di una porta d’accesso e almeno una finestra e si registrano diversi interventi di imbiancatura. Gli arredi contano giusto uno sgabello, un tavolo-scrivania, insomma lo stretto necessario per garantire un riparo alla guardia della Civica Gabella. Nel 1872, in occasione del bando per l’appalto del dazio,viene registrato lo stato attuale degli edifici e 19 punti daziari: Riva S. Agostino, Riva Bagni, Scaffa, Stazione ferroviaria, Botanica,Crociera al Macello, Stretto, S. Benedetto, S. Rocco, Is Stelladas, S. Pietro, Is Mirrionis, Cotta, S. Avendrace, Riva Gesus,S. Bartolomeo, del Molo, Dogana civica e ufficio principale nella loggetta. Si aggiudicò l’appalto per un quinquennio ( 1901- 1905) la ditta Vernier [33]. Durante i moti di piazza del 1906, vennero distrutti molti casotti dei dazi in segno di protesta e si registrano manutenzioni straordinarie per il ripristino degli stessi. Raimondo Pinna stila una sorta di database di tutte le spese sostenute per ogni singolo casotto, cercando poi  localizzarli nella sua mappa daziaria. Nello specifico, riporta molte spese dei casotti di S. Gilla nell’elenco da lui elaborato dal titolo “ Punto dazio S. Paolo”. In questo elenco riporta anche un dato che dovrebbe essere pertinente al casotto del dazio posto all’angolo della darsena di S. Gilla, così si legge:(…) In data 10/03/1922, il sig. Nino Fanni- Cocco di Cagliari inviava una lettera alla Direzione del dazio di consumo sollecitando il pagamento dell’affitto dell’area occupata dal casotto daziario di Santa Gilla per il 1921. Chiedeva anche che si demolisse il casotto così da permettergli di tornare nuovamente padrone dell’area (…). Forse il sig. Nino Fanni- Cocco potrebbe essere uno spunto per le ricerche future. Intanto sembra di capire che l’edificio del dazio di S.Gilla ( quello riportato nella mappa d’Archivio)non compaia nei registri delle spese sostenute per la sua edificazione, domanda: forse perché il dazio è stato adattato ad una struttura edile preesistente? Se fosse così, questo spiegherebbe perché R. Pinna non l’ha incluso nella sua linea daziaria.   

Ritornando alla mappa del 1822, osservandola attentamente, mi viene il dubbio che questa mappa possa essere più antica e che qualcuno si sia servito della stessa per riportare in appendice i vincoli di pesca datati 1822, con una grafia non totalmente conforme ai toponimi riportati in essa, ma rimando queste mie riflessioni a chi ha competenze paleografiche. Intanto, sospinta da questo dubbio, nel mese di settembre del 2016, chiesi al funzionario della Soprintendenza dei Beni Architettonici di Cagliari, Ing. Gabriele Tola, di darmi la possibilità di accedere all’archivio della chiesa di S. Pietro, inventariato agli inizi degli anni ’90. Molti atti di questa chiesa sono stati riposti nell’Archivio di Stato di Ca. e, forse, questa mappa si trovava lì un tempo come probabile ragione di chi non l’aveva mai vista prima. Ricordo quel giorno in modo nitido: nell’ufficio del gremio dei pescatori, c’erano il presidente del gremio (Giovanni Troya), due pescatori, il dott. Tola e un imprenditore edile che lo accompagnava. Il Dott. Tola ha voluto vedere la mappa dal mio pc e scettico mi ha detto: – La chiesa di S. Gilla non sorgeva in quel punto, ma tra via Nazario Sauro e viale Trieste. Inoltre, è troppo vicina allo stagno. Chi l’ha disegnata in questa mappa si sarà fatto influenzare dallo Spano e dagli altri autori: gli storici di un tempo non erano archeologi.

– Non erano archeologi, ma riportano ciò che hanno visto con i propri occhi; gli archeologi degli anni ’80 hanno pubblicato ciò che hanno rinvenuto in quell’area.- Ho risposto con un filo di voce perché mi sono sentita a disagio. Di seguito ho continuato:

-Per quanto riguarda l’ubicazione della chiesa, le faccio notare che tutte le altre chiese riportate in questa mappa sorgevano vicine alla sponda lagunare.- Di qui sono partite le repliche e mi sono accorta però che il tono della voce del dott. Tola fosse un po’ “secco”. Nella discussione è intervenuto anche l’impresario che, secondo la sua esperienza, ha cercato di farmi capire che la chiesa non poteva sorgere in quel punto, in quanto lui aveva lavorato per realizzare i palazzi del plesso UCI Cinemas e aveva dovuto bonificare quell’area paludosa versando diversi m3 di terra.   I pescatori sono rimasti ammutoliti e, ogni tanto, qualcuno si è affacciato da fuori per capire cosa stesse succedendo all’interno dell’ufficio. Sono rientrata a casa quella sera e non esprimo quale fosse il mio stato d’animo; non ricordo se abbia ricevuto la telefonata del dottor Tola la sera stessa oppure dopo qualche giorno, il quale dopo i soliti convenevoli, riassumendo a grandi linee, mi ha detto:

– Tengo in considerazione la sua mappa, ma altri studiosi hanno trovato un atto che cita la sede arcivescovile distante un km e mezzo da Castel di Castro, quindi nè S. Gilla nè nessun’altra chiesa poteva sorgere oltre il raggio di un km o un km e mezzo al massimo dall’area di Castello. Glielo dico con assoluta certezza, perché, sulla base di questi dati, stiamo elaborando un progetto per realizzare le social house nell’ex mattatoio di via Po.-

– Dove trovo questo atto? Gli ho domandato.

– A breve uscirà una pubblicazione di Corrado Zedda e troverà ciò che le occorre.-

Ho aspettato quella pubblicazione e, un anno dopo,  sono andata personalmente alla presentazione del libro. Era vero che l’autore esponesse le sue teorie e ipotizzasse la presenza della chiesa di S. Gilla nei pressi di via Nazario Sauro, e S.Maria di Cluso nell’ex manifattura tabacchi, sulla base di un calcolo matematico che, partendo dalla Torre d’Elefante ingloba l’urbs giudicale nel raggio di un km e mezzo. Tuttavia, dopo aver esaminato quell’atto attentamente, posso dire che si tratta di una missiva del XIII sec., inviata al re Giacomo II d’Aragona che recita:

In Calari Archiepiscopatus Calaritanus et distat Archiepiscopatus a Castello di Castri forte per unum vel duo miliaria et est Pisanorum. In sintesi cosa ci dice: partendo dall’arcivescovado Cagliaritano di S. Gilla e andando verso est, al Castel di Castri, la distanza di percorrenza si aggira intorno ad un miglio o due, che corrisponde all’equivalente di un km e mezzo o 3 km, diversamente da quanto riporta Corrado Zedda nel testo:

(…) Una Santa Ilia che pare localizzarsi in un’area molto più prossima all’odierno centro storico di quanto non si pensasse prima: un documento degli inizi del Trecento rivela che l’arcivescovado cagliaritano si trovava a circa un chilometro e mezzo dalle mura di Castel di Castro( e questo potrebbe suggerire delle mirate indagini archeologiche). La capitale, insomma, rimase sempre nel solito posto, più o meno spopolata, più o meno destrutturata, più o meno mal ridotta, ma che godette di una parziale riqualificazione urbana durante il regno di Guglielmo. Appare un po’ bizzarro supporre che nel XII secolo si sia abbandonato il sito secolare in cui si era sviluppato il centro più importante dell’isola per andare a costruirne uno ex novo in mezzo a paludi e cannetti, come vuole la tradizione del canonico Spano XIX secolo. Lo studioso individuò una città, in un’area molto eccentrica, verso il Fangario, oltre l’odierno quartiere di Sant’ Avendrace, e in essa riconobbe Santa Ilia, ma oggi sappiamo che il centro individuato era in realtà un importante insediamento punico, sul quale si erano stratificati altri insediamenti, fra cui, anche alcuni di epoca medievale, sicuramente importanti ma che non costituiscono il cuore della capitale (…)[30]

Anche partendo dalla premessa che le miglia romane di allora non corrispondessero perfettamente all’attuale sistema metrico decimale, secondo i miei calcoli, la  città di S. Gilla poteva  sorgere  benissimo anche nell’attuale area di via Brenta; la linea tracciata dall’immagine satellitare che unisce la torre dell’Elefante al Centro Commerciale Auchan, non da errori di calcolo perché conta 2,562 Km, pari a 1.592 miglia.

Per quanto riguarda la chiesa di S. Maria di Cluso (consacrata nel 1212),sede arcivescovile a S. Gilla che, secondo le ipotesi dell’autore doveva sorgere nell’attuale ex manifattura tabacchi, dalle mie osservazioni invece, partendo da quest’ultima e proseguendo verso est per un miglio, o due, arriveremo di certo nei pressi della chiesa di Bonaria. Penso a questo punto, che la chiesa di S. Maria di Cluso si trovasse nell’area di S. Gilla.

Per tornare all’ultima parte delle ipotesi di Corrado Zedda che, come sostiene l’autore vengono condivise anche da altri, personalmente non so quale fosse il cuore della capitale giudicale ma credo, invece, che essasorgesse anche nell’area tra la centrale elettrica dismessa, l’Auchan, l’ex mattatoio di via Po e zone limitrofe. Indipendentemente dalla mappa del 1822 che testimonia la presenza della chiesa, sono non soltanto le testimonianze degli antichi autori (che a mio avviso non dovremmo sormontare con altre ipotesi più recenti senza addurre prove scientifiche) ma, soprattutto, gli scavi archeologici con le indagini sui reperti a comprovare la presenza dell’antica villa giudicale: le ceramiche rinvenute in via Brenta, datate all’ XI-XIII secolo, non sono mai state trovate in altri contesti della nostra città.Perché escludere anche questi dati? Non si può prescindere da tutto ciò che è scientificamente provato. Oltretutto sappiamo benissimo che in epoca medievale il piano urbanistico prevedeva una concentrazione di edifici racchiusi in un’unica cinta muraria( o più di una); gli unici edifici extra muro consentiti erano forse le chiese, ma non di certo le abitazioni civili. A questo punto non mi sembra arbitrario pensare che, oltre alle antiche vestigia giudicali  rinvenute in via Brenta, ci sia una continuità della città giudicale diramata sotto terra. Alla luce di questi dati e in vista del nuovo progetto di edificazione nell’area dell’ex mattatoio di Via Po,nel 2017 ho preferito segnalare la mappa del 1822 alla Soprintendenza dei Beni Archeologici di Ca, inviando diverse  mail ai funzionari di zona.   Ripensando a quella  che un tempo è stata un’imponente villa giudicale, tanto ambita e contesa dai Genovesi e dai Pisani, avvolta nel mistero e dal fascino di chi la racconta, dal Fara agli autori contemporanei, posso affermare che essi ci inducano a cercarla come una “madre scomparsa”, ponendoci così tante domande come si leggono sul web (“Sardegna Giudicale” e “Chiese Campestri”), tra le quali le più ricorrenti sono:

-Possibile che sia stata rasa al suolo a tal punto da non permettere agli abitanti di riviverla?

-Possibile che non si riesca a trovare neanche uno stemma di appartenenza alla nostra antica città giudicale?

-Se i Pisani non hanno rispettato gli accordi del trattato di pace, ripristinato le case di S. Gilla, liberato i prigionieri ( genovesi e cagliaritani) di cui molti venduti come schiavi, del resto tante altre città hanno subito la stessa sorte, ma hanno in seguito ripopolato lo stesso sito. Non sarà più probabile che questa città giudicale sorgesse altrove, più vicino al castello?

Quesiti difficili che demando a chi ha più competenze di me: archeologici, ricercatori storici…Ma da profana azzardo un’ipotesi che credo di non aver letto in altri testi: nei Patti della resa di Sant’Igia del 26 Luglio 1257, dove i Pisani promettevano quanto: (…) Item promiserunt, quod villa sancte Ygie fiat, et faciebunt aptari et amplificari, et curabunt eam amplificare, et non removere ipsam de suo solo, nec destruere, et in ipso statu ubi hobie quiesciet habere et tenere, salvo quod muri, et fossi, et porte destruantur (…). [31 ]. Come si leggerà poi, nell’epistola del Pontefice Alessandro IV del 5 dicembre 1258, i Pisani non hanno ottemperato ai loro obblighi e questo è vero [32]. Di qui, però, traggo le mie conclusioni: se i Pisani non hanno ripristinato gli edifici di S. Gilla(et faciebunt aptari et amplificari, et curabunt eam amplificare, et non removere ipsam de suo solo, nec destruere, et in ipso statu ubi hobie quiesciet habere et tenere), figuriamoci se poi avrebbero permesso agli stessi abitanti di ripristinare le mura di cinta, i fossati e le porte distrutte. Gli accordi, stipulati nel patto di resa del 26 Luglio 1257, non prevedevano assolutamente il ripristino delle mura di cinta, dei fossati e delle porte distrutte (salvo quod muri, et fossi, et porte destruantur ) e i Pisani l’avevano pensata bene! Ora  mi sembra ovvio che una città di quella portata senza le sue fortificazioni non avesse più ragione di  esistere, perché sarebbe stata saccheggiata dai Pisani e non solo, anche dalle continue incursioni della pirateria. Meglio cambiare sito quindi, per rassegnarsi a vivere ai “piedi” dei vincitori: Stampace.

Non vi è dubbio che la chiave di risposta che potrebbe colmare certi quesiti la si possa trovare in un attento studio di ricerca ma, soprattutto, negli interventi di scavo archeologico che dovrebbero proseguire laddove sono stati interrotti: far riemergere le antiche vestigia dal sottosuolo forse completerebbe il quadro storico; porterebbe alla luce ” giardini archeologici” di incalcolabile valore storico-culturale; fungerebbe inoltre da forte richiamo per i turisti, con la conseguente ricaduta economica specie nella zona di S. Avendrace che, in questi ultimi anni, registra un incremento delle nuove attività commerciali e produttive.

[1] R. Pinna, Santa Igia la città del Giudice Guglielmo, pp.168,169,170,171……C. Zedda…..)

[2] Cfr,Maria Antonietta Mongiu,

[ 3] R. Martorelli 2008- Culti e riti a Cagliari in età bizantina, p. 216-

[4 ]Martorelli- 2015- Cagliari  bizantina: alcune riflessioni dai dati archeologici, p. 184

[ 5]Martorelli, Cagliari tra passato e futuro- 2004- p.284, Mongiu 1995, pp. 16-17, Spani 1998, p.23.

[ 6]Martorelli- 2015- Ca. bizantina: alcune riflessioni dai dati archeologici, p. 183.

[7 ]Mura Lucia, Il suburbio di Cagliari dall’antichità alla caduta del giudicato omonimo (1258)- anno di pubblicazione 2009/10 pp. 193- 201

[ 8]Maria Lucia,come supra pp. 65-66.

[ 9]Raimondo Zucca, Osservazioni su alcuni documenti epigrafici delle aree funerarie orientali di karales di età Tardo-antica, pp.209-212.

[10]nota Treccani: L’archeologia delle pratiche funerarie. Periodo tardo-antico e medievale e mondo bizantino

[11 ] Gregorio. M., Ep.,VIII, 35, Cfr. Mura Lucia, p. 216

[12 ]Cfr. Mura Lucia,pp. 67-71

[ 13] Martorelli,Cagliari tra passato e futuro, 2004, pp. 288-291

[14]M. Lucia, Cfr. pag. 70

[15] P. Tola CDS, vol.I, pag.375-376

[16] A.A.C., Cod. cart. A. f. 101

[17 ] Bonfant 1635, p. 169.

[ 18] G. Aleo, Successo Generales de la Isla y Reyno de Sardena, vol. II, pag. 308

[19 ] Aleo 1648,pp.28-281

[20 ] Cfr. M.Lucia p. 196. Aleo 1684, pp. 278-281

[21 ] Cfr, come supra, p. 196

[22 ] Cfr,  come supra, p. 196

[23 ] Cfr, come supra, p.197

[24] così come riporta Pani Ermini nella pubblicazione “Giuntella del 1989, pag.75”

 [25] Città, Territorio Produzioni e Commerci della Sardegna Medievale 2002,cfr. E .Garau, pp. 324,325 e 327

[26] cfr. E. Garau, pag. 344 e Porcella 1993, p. 31

[ 27] Ivi, pag, 330

[ 28] Martorelli- Cagliari tra passato e futuro, 2004, p. 290

[ 29]Ringrazio Nicola Dessi e Maria Grazie Aru  per i preziosi  suggerimenti

[30]Corrado Zedda- Il Giudicato di Cagliari storia, società, evoluzione e crisi del regno sardo, 2017, pag.122

[31]P. Tola CDS, vol.I, pag.375-376

[32] P. Tola CDS, vol.I, pag.379

[33]”Il tesoro delle città”- Strenna dell’Associazione Storia della città- anno III 2005, Edizioni Kappa, Raimondo Pinna ” La Linea daziaria e gli uffici di barriera: il comune chiuso di Cagliari”, da pag. 420 a pag. 434

Cinzia Arrais  

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