I Riformatori rilanciano la vertenza accise

Lo Statuto della Sardegna non ammette tradimenti e deve essere attuato nel modo corretto, riconoscendo il diritto sovrano del popolo sardo sancito dal contenuto dell’articolo 8

di Antonio Tore

“Oltre tre miliardi di euro all’anno: questa è l’entità del credito cui la Regione avrebbe diritto se venisse riconosciuta all’Isola la quota di compartecipazione sulle accise gravanti su tutti i prodotti petroliferi fabbricati e consumati nella nostra Sardegna.

Un tesoretto non di poco conto, perdipiù stimato per difetto. Perchè a livello statale la somma che entra nelle casse statali ammonta a circa 25 miliardi di euro (secondo il bilancio 2016), e perchè i prodotti petroliferi fabbricati dalle nostre parti attraverso la Saras, hanno inciso negli ultimi dieci anni per una media del 20% su base nazionale”.

I Riformatori sardi non ci stanno e rilanciano la battaglia per le accise, che altre non sono se non le imposte di fabbricazione sui prodotti petroliferi. “Lo Stato nega alla Sardegna un diritto: quello di ottenere risorse economiche dovute, data la presenza a Sarroch della Saras, una delle più importanti del mondo”, afferma il coordinatore regionale Pietrino Fois

Su quella produzione – dicono i Riformatori – i sardi devono ottenere quanto è dovuto, mentre ad oggi lo Stato trasferisce alla Regione solo le accise calcolate sulla benzina e sul gasolio consumati nell’isola. Errore clamoroso – secondo i Riformatori – che erano riusciti a far iscrivere nel Bilancio Regionale 2014 la somma forfettaria di un miliardo di euro – poi bocciata dalla Corte Costituzionale su ricorso del Governo”.

Non solo: Cossa e Dedoni, nel marzo di un anno fa, avevano deciso di proporre ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo al Parlamento Europeo, richiedendo la condanna dello Stato Italiano al risarcimento della Regione Sardegna di tutti i danni morali e patrimoniali per aver palesemente violato l’articolo 6, comma 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, nel momento in cui il loro ricorso avanzato alla Corte Costituzionale il 30 maggio 2014 era stato dichiarato inammissibile per difetto di legittimazione a resistere in giudizio.

 Legittimata era infatti la Regione, la quale invece con il Patto Pigliaru-Padoan aveva rinunciato non solo ai ricorsi in essere ma anche ai benefici che potevano derivare alla Sardegna dai ricorsi fatti da altre regioni. Una decisone scellerata che ha danneggiato pesantemente la Sardegna. In sede di Commissione paritetica – Stato-Regione viene sottoscritto un patto sulle Norme di Attuazione dello Statuto Speciale sardo. Con un perfetto gioco delle tre carte in materia di Entrate erariali regionali viene sancito che “le accise spettanti alla Regione sono determinate sulla base dei prodotti immessi in consumo nel territorio regionale”.

Un errore clamoroso, dicono Sergio Pisano e Franco Meloni, del Centro studi dei Riformatori. Se in Sardegna il centrosinistra parla di Statuto e di Autonomia non sfruttata oppure sfruttata male, è ora di iniziare a far valere i nostri diritti, a cominciare dall’imporre allo Stato di rispettare l’articolo 8.

 E’ infatti tutto lì il nodo della questione: l’articolo 8, comma 1, lettera d, e ancor più il comma 2, dello Statuto Speciale della Regione Autonoma della Sardegna, costituisce un grande risultato storico per la nostra Regione , riferito all’esito finale della lunga iniziativa politica regionale denominata “Vertenza Entrate”, con la quale lo Stato riconobbe, con l’approvazione del comma 834 della Legge 27 dicembre 2006, n.296, a favore della Sardegna, tra le altre partite di entrate elencate dal citato articolo 8, anche la compartecipazione, nella misura dei 9/10 delle imposte di fabbricazione su tutti i prodotti che ne siano gravati, percette nel territorio della regione e non solo ma anche quelle, sebbene riferite a fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale e che affluiscono , in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione”.

 Ciò che non restituisce dignità alla vertenza e al popolo sardo è proprio la norma di attuazione del termine “fabbricati” in Sardegna: con una forzatura giuridica, infatti, lo Stato (complice la sinistra isolana che oggi guida l’esecutivo) afferma che le accise siano delle imposte di consumo e che quindi la compartecipazione debba essere riconosciuta limitatamente alle “accise” riferite ai consumi avvenuti nell’ambito del territorio regionale.

Quale sarebbe il paradosso? Lo Stato non risparmia niente, e le compartecipazioni che dovrebbero essere versate ai sardi vengano invece riconosciute alle regioni italiane nelle quali i prodotti petroliferi fabbricati nella nostra isola vengono invece consumati. Un semplice escamotage che calpesta la volontà degli oltre 100mila sardi che hanno firmato perché le accise restino in Sardegna, e la salvaguardia e la tutela dell’ambiente.

“Ricordiamo infatti – dice l’ex deputato Pierpaolo Vargiu – che ogni giorno i sardi devono fare i contri col forte impatto e condizionamento ambientale che la raffineria della SARAS pone su uno dei tratti delle nostre coste di maggior pregio, e che si estende anche all’intera area vasta cagliaritana, nella quale risiede oltre 1/3 della popolazione sarda”.

Per questi motivi i Riformatori Sardi rilanciano la vertenza-accise. Una battaglia di dignità, di rispetto dei diritti dei sardi, e di tutela dell’ambiente della nostra Isola.

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