La Sardegna dei misteri: Chiesa di San Pietro a Quartucciu

di Roberta Manca

Non passa giorno che scoperte, studi e ricerche mettano in evidenza siti e testimonianze del passato della Sardegna. Grazie alla maggiore sensibilità acquisita dalla popolazione spesso vengono fatte delle piccole e grandi scoperte che ci aiutano per ricostruire la storia della nostra terra. Oggi vi proponiamo una ricerca condotta dalla Dottoressa Giulia Cherchi che ha eseguito uno “STUDIO DI UN RUDERE NELLA SARDEGNA SUD-ORIENTALE” La chiesa di San Pietro nel territorio di Quartucciu. Le considerazioni che seguono sono tratte dalla tesi di Laurea della Dottoressa Cherchi discussa presso la Facoltà di Ingegneria e Architettura Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura A.A. 2018/2019 dell’Università degli Studi di Cagliari.

Prima di affrontare lo studio del sito l’autrice rileva che ”nella storiografia riguardante l’architettura sarda si trova una grande lacuna: “dalle epoche caratterizzate dall’influenza bizantina (VI-VII secolo), infatti, si passa immediatamente alla fase Tardo Giudicale (XII-XIV secolo). Tra questi due periodi intercorrono numerosi secoli, prevalentemente ignorati dalla letteratura e quasi privi di casi di studio analizzati. La poca attenzione verso questa età storica non è giustificata dalla penuria di architetture, infatti sono numerosissimi i casi di chiese abbandonate sul territorio sardo, in contesti boschivi o rurali, spesso in condizioni di grave decadenza. Questo non accade nel resto del meridione italiano, in cui le strutture medievali sono generalmente ancora integre e di dimensioni maggiori, suscitando interesse e studi da parte degli storici. Inoltre, sia dalla parte degli studi sardi che delle altre regioni, manca la volontà di ricondurre l’analisi ad un contesto internazionale che possa riunire e confrontare i dati locali, sempre considerati a sè stanti. Da queste considerazioni nasce l’esigenza di analizzare i ruderi della chiesa di San Pietro, uno dei tanti casi di rudere abbandonato. Il metodo usato durante i sopralluoghi e il rilievo è stato assolutamente poco invasivo, ponendo cura e attenzione nel non danneggiare le strutture superstiti e non rimuovere o spostare nessuna parte dal suo sito”.

Il sito di San Pietro fa parte delle tante architetture religiose abbandonate nelle campagne e nei boschi sardi. Molto spesso si tratta di edifici antichi che, esposti ai fenomeni metereologici e al passaggio del tempo, sono in condizioni di decadenza grave. Queste chiese vengono spesso erroneamente considerate “campestri”, cioè appositamente erette per far parte di itinerari di pellegrinaggio al di fuori dall’abitato. Al contrario, dopo una più approfondita ricerca, si scoprono parte di un più ampio contesto urbano, di cui erano il riferimento di preghiera per la comunità. Talvolta, infatti, la zona in cui si trovano ospita anche altre testimonianze della frequentazione e dell’insediamento umano nel territorio. Prima ancora di parlare della difficoltà di analisi e datazione di questi edifici, si parla della difficoltà, o a volte dell’impossibilità, di raggiungerli, essendo essi generalmente situati in zone impervie, dominate da un’orografia ostile o da una fitta vegetazione. Tanti di questi casi, così dislocati e dimenticati, sono andati ormai perduti, di altri, invece, si rinvengono poche tracce superstiti. Collocare questi episodi architettonici in un’epoca precisa è, il più delle volte, un’operazione ardua: nel tempo le strutture originali possono essere state modificate o restaurate secondo le esigenze della popolazione, per assicurare l’intattezza del luogo di culto. Inoltre, le informazioni reperibili su queste chiese sono molto esigue e sparse, essendo generalmente ignorate dalla letteratura. In questo saggio verranno raccolte le poche notizie riguardanti il rudere del San Pietro, verranno avanzate nuove considerazioni e ipotesi, che potranno essere smentite o confermate solo grazie ad un’adeguata campagna di scavi archeologici, ancora incompiuta. Avendo, quindi, pochi punti di confronto e pochi dati certi, la ricerca verterà su due aspetti: il primo, l’analisi delle strutture visibili e della loro struttura; il secondo, la ricerca di un contesto di appartenenza culturale, attraverso il confronto con architetture che abbiano forme e caratteri analoghi, e storico, grazie allo studio della geografia e dell’insediamento umano antico nella zona.

I ruderi della chiesa di S. Pietro si trovano nella località di San Pietro Paradiso, nel territorio del Comune di Quartucciu (Ca), e sono raggiungibili attraverso una diramazione della S.S. 125. La presenza della struttura è deducibile dalla Carta Tecnica Regionale della Sardegna, tavoletta 558090 (Villaggio delle Mimose), in cui si individua una zona denominata San Pietro. La localizzazione precisa georeferenziata è 39°15’12.0’’N 9°22’24.0’’E.


(Fig. 8)  Rilievo fotografico, muratura ad Ovest, prospetto esterno

Dall’analisi delle ortofoto dal 1968 al 2013 si può notare come l’area sia stata oggetto di intense modificazioni negli ultimi anni; è stata infatti trasformata la morfologia, con la formazione di terrazzamenti, e la vegetazione, con un’operazione di rimboschimento. L’utilizzo di attrezzi meccanici per il riporto della terra e l’impianto della nuova colonia di eucalipti può aver contribuito alla scomparsa di alcune strutture appartenenti alla chiesa o adiacenti ad essa, precludendo forse definitivamente la possibilità di studiare la conformazione originale del territorio e compromettendo lo svolgimento di future campagne di scavo, che avrebbero potuto portare alla luce le porzioni oggi nascoste della chiesa e l’eventuale antico villaggio di appartenenza. Infatti, nelle vicinanze della chiesa di San Pietro, sono state rinvenute sporadiche emergenze architettoniche; l’unica tuttora visibile è la fonte Mitza dei frati, realizzata perlopiù in laterizio e calcare, con pianta rettangolare e copertura mista a botte e a catino. In tutta la zona circostante si trovano conci più o meno squadrati e levigati, talvolta sparsi, talvolta in gruppi o allineamenti, probabile residuo di strutture appartenenti alla chiesa stessa o a edifici adiacenti.

Le strutture visibili si dividono in murature in elevato e tracce di fondazioni. Le pareti rappresentano oggi una porzione ridotta dell’antico perimetro della chiesa: un muro a Nord lungo 6 metri e alto 2,15 metri; uno ad Ovest di 1,3 metri e alto 2 metri; uno ad Est di 3 metri e alto 2,20 metri. Gli spessori dei paramenti sono di 60 cm2. Alcune osservazioni sulla conformazione dei ruderi e alcuni particolari notati durante il sopralluogo consentono di dedurre l’originale conformazione dell’edificio. La muratura ad Ovest (fig.8, fig.10) presenta, nella superficie esterna, un incavo semisferico per il probabile alloggiamento di un bacile e una sequenza verticale di blocchi calcarei squadrati, differenti dal pietrame costitutivo delle murature, in cui si inserisce un foro di 9 cm di diametro, probabile alloggiamento di un cardine. Questo suggerisce la presenza di un ingresso e quindi la collocazione della facciata principale ad Ovest. L’ipotesi può essere confermata da due ulteriori dati: la prassi, riguardante l’orientazione astronomica delle chiese cristiane, di porre l’abside ad oriente e l’ingresso ad occidente, secondo la regola di rivolgersi verso Est per l’atto della preghiera, in simbolo di salvezza e rinascita; il rinvenimento di una soglia in pietra proprio dove il muro si interrompe3. La muratura Nord (fig.11) è quella che, nella conformazione attuale dei ruderi, fornisce maggiori informazioni sulle dimensioni e proporzioni originali della chiesa. La superficie è segnata orizzontalmente da 4 fori paralleli al piano di calpestio, regolari e di forma quadrata, distribuiti omogeneamente rispetto alla lunghezza del muro. Essi individuano un piano orizzontale, a circa 80 cm dal pavimento (se si considera la soglia trovata come quota zero) e a circa 1,15 m dalla quota di gronda attuale. I fori sono molto rifiniti; tutti presentano un concio come “architrave” e la loro profondità è tale da renderli impercettibili dall’esterno. È molto difficile definire la funzione di queste piccole aperture, ma si può intuire un impiego come incastro, a causa delle ridotte dimensioni. Inoltre, il fatto che la quota di gronda attuale sia parallela al piano individuato dai fori e che essa sia omogenea per tutta la lunghezza della parete Nord, fa pensare che essa corrisponda alla quota di gronda originale, su cui poggiava la copertura della chiesa. La parete di fondo, ad Est, (fig.12) ospita il catino absidale che ha subito un crollo: la sua presenza è testimoniata dai resti della fondazione (fig.13). Esso ha il diametro di circa 2,2 m e la profondità di soli 75 cm, per cui la sua forma non è un semicerchio completo. Osservando con attenzione il paramento Est si può notare un’intera zona, situata circa al centro della muratura, formata da conci posti irregolarmente rispetto alla restante superficie. Si può pensare, quindi, che in quel punto fosse ubicata un’apertura, poi riempita con bozze e malta per richiuderla.


 (Fig. 10) Rilievo fotografico, muratura ad Ovest, prospetto interno. Si può notare la presenza della soglia.

(Fig. 11) Rilievo fotografico, muratura a Nord, prospetto interno

(Fig.12) Rilievo fotografico, muratura ad Est, prospetto interno

(Fig. 13) Rilievo fotografico, abside.

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