Ricordiamo le Foibe non solo il 10 febbraio…

di Roberto Copparoni

La vergogna delle Foibe deve essere conosciuta da tutti e in primis da noi italiani per ricordare il sacrificio che 350 mila profughi abitanti nel nord est dell’Italia (Giulia, Istria, Quarnero, Dalmazia…) hanno dovuto pagare quale prezzo della II guerra mondiale, per i silenzi e l’ambiguo comportamento che il nostro governo e tante forze politiche hanno avuto fino agli anni 2000.                                            

Prima di tutto diciamo cosa è la Foiba.

La foiba è un latinismo che significa proprio “buco”, “fossa”. Con questo termine vengono chiamate le voragini naturali tipiche del Carso. Inghiottitoi molto profondi che hanno celato assai bene migliaia di corpi di italiani trucidati dagli yugoslavi. Furono scelte le Foibe perché la natura rocciosa del terreno e la profondità delle cavità rende problematico lo scavo e il ritrovamento delle salme.

Nella Venezia Giulia sono presenti numerose foibe e molte di queste vennero largamente utilizzate durante la Seconda guerra mondiale per liberarsi dei corpi dei belligeranti e nel dopoguerra, in modo particolare, per nascondere le vittime delle ondate di feroce violenza di massa che  sono state perpetrate nell’autunno del 1943 e successivamente nella primavera del 1945. Gli autori di questo massacro  sono stati il movimento di liberazione sloveno e croato e le strutture del nuovo Stato iugoslavo voluto dal Maresciallo Tito. I poveri italiani prima venivano fucilati e dopo gettati nel vuoto della profonda cavità. Vennero usate anche cavità artificiali come, le cave di bauxite dell’Istria oppure il pozzo della miniera di Basovizza. In alcuni casi vennero fatte precipitare persone ancora in vita.

Si racconta  a questo proposito che i  condannati venissero fatti allineare sull’orlo della voragine e legati fra loro con filo di ferro ai polsi o legati a grosse pietre. Subito dopo i partigiani Titini sparavano su alcuni prigionieri i cui corpi, privi di vita, trascinavano nel baratro tutti gli altri.

Solo due persone riuscirono a salvarsi da questo massacro. Uno di questi si chiamava Graziano Udovisi, nativo di Pola di cui riporto alcuni passi della sua toccante intervista del 2006 pubblicata il 10/02/2018  su Famiglia cristiana, l’ultimo superstite delle foibe istriane, scampato per miracolo alla morte nel 1945:

«Fui bollato come collaborazionista e sono finito in galera per due anni. Non hanno guardato se avevo combattuto per salvare i miei connazionali e le nostre famiglie. Sono stato umiliato».

Nella sua toccante testimonianza ha detto: “… Ci portano fuori e ci trascinano fin davanti alla foiba. Mentre legano un grosso sasso all’ultimo del nostro gruppo, mi metto a pregare”, continua in lacrime. E mentre i cinque slavi iniziano a sparare col mitra, Udovisi si getta nel buco. Quel gesto disperato sarà la sua salvezza, “perché dopo un salto di 15-20 metri, o uno spuntone di roccia o un colpo di mitraglia spezza il filo di ferro che ci univa tutti in questo assurdo connubio. Sono finito sott’acqua e una mano s’è liberata permettendomi di risalire in superficie e tirare per i capelli un compagno che era vicino a me. I partigiani, però, hanno iniziato a sparare e a tirare un paio di granate che per fortuna ci hanno solo ferito di striscio”. Fermi tra gli anfratti per lunghe ore, i due sono risaliti la sera successiva e, sempre procedendo di notte, Udovisi in quattro giorni è riuscito a tornare a Pola allo stremo delle forze. «Erano otto giorni che non mangiavo. Alla porta di casa mia sorella mi ha aperto, ma senza riconoscermi».

Il sopravvissuto istriano ha conosciuto, subito dopo, il dramma dell’esodo e l’infamia del carcere. Non è più tornato nella sua “amatissima” terra, non ha più avvicinato una foiba. È rimasto in vita, ma la foiba gli ha inghiottito l’esistenza.

Nel 2010 graziano Udovisi è morto all’età di 84 anni. Raccontò la sua storia nel libro-testimonianza “Sopravvissuto alle foibe”.

Tante furono le foibe utilizzate per il massacro degli italiani ma fra queste voglio citare quella di Pisino, cittadina ubicata al centro della penisola istriana e sua capitale amministrativa, ricordo che proprio in questa località  forse vennero scritte forse le pagine più vergognose dello Stato italiano, le cui locali istituzioni italiane, civili e militari assunsero una posizione assai ambigua nei confronti delle popolazione del Comune, rappresentate da giuliani, quarnarini e dalmati italiani che, tra il 1945 e il 1956,  dovettero fuggire dalle loro terre di origine e che in tutto ammontavano a un numero compreso tra le 250 000 e le 350 000 persone.

Alcuni forse avranno sentito parlare della storia di Ivan Motika, chiamato il “Boia di Pisino”, che sfuggì alla giustizia italiana, per la vergognosa ignavia dello Stato, nel cosiddetto Processo delle Foibe, promosso negli anni ‘90 dalla brava Nidia Cernecca, assieme ad altri parenti degli Infoibati. Per chi non lo sapesse Nidia è stata una delle più grandi personalità del mondo dell’esodo giuliano-dalmata, colei che assieme al professore ed avvocato Augusto Singara ha avuto il coraggio di denunciare i carnefici e gli assassini di suo padre, lottando contro tutto e contro tutti, dando vita al cosiddetto “Processo delle Foibe”.

Per quanto ho potuto leggere suo padre, Giuseppe Cernecca, fu segretario comunale del comune di Gemino, vicino a Pisino e venne catturato dai militari del Maresciallo Tito guidati da Ivan Motika.  Dopo essere stato torturato fu ucciso e decapitato e dalla sua bocca vennero estratti due denti d’oro. In alcuni articoli ho anche letto che i militari si misero persino a giocare con il suo corpo prendendo a calci la testa del povero malcapitato, la cui unica colpa era quella di essere italiano.

Nidia, che al tempo dei fatti aveva solo 6 anni, denunciò i fatti che solo l’8 maggio 1996 presero corpo con una indagine avviata dal Pubblico Ministero  Giuseppe Pititto presso la Procura di Roma al fine di perseguire i crimini commessi in Istria dal 1943 al 1947.  Purtroppo le indagini vennero presto ostacolate  sia dal ministro sloveno Zoran Thaler che dall’ex ministro degli Esteri croato, Zvonimir Separović, che bollarono l’inchiesta come un’operazione elettorale. Negli anni Nidia Cernecca si è sempre prodigata in modo infaticabile per vedere riconosciute le ragioni degli esuli, dando sempre agli stessi dignità e conforto.

 In una sua pubblicazione dal titolo “Foibe Io accuso” , lei aveva scritto:

“La compiacenza e il silenzio che hanno circondato queste storie sono senza dubbio, ascrivibili alla sinistra italiana. Non si poteva, non si doveva sapere quello che l’Istria rappresentava: la carta di scambio sull’altare di Yalta”.

L’indagine per omicidio pluriaggravato per le stragi sopra si concluse il 13 novembre 1997 con la sentenza di non luogo a procedere da parte del GUP di Roma, Alberto Macchia, perché i “reati commessi su parte del territorio nazionale, successivamente ceduta ad altro Stato, devono considerarsi come commessi in territorio straniero”. Quindi nulla di fatto, solo l’oblio!

Una curiosità: Ivan Motika in arte “boia di Pisino” Motika, essendo ex cittadino italiano, fino alla morte avvenuta nel 1999 ricevette anche una regolare pensione dall’INPS.

Si calcola che in tutto vennero infoibate dai “Titini”, come venivano chiamati i servitori del Maresciallo Josip Broz Tito, oltre 5.000 italiani.

Alcuni studiosi, però sostengono che i morti siano stati almeno il doppio.

Per iniziare a trovare traccia sui libri di scuola delle foibe e delle sofferenze e ingiustizie subite dalle popolazioni italiane di queste regioni abbiamo dovuto attendere gli anni 2000.

Perche?

Segue altro articolo..

Nella foto: Egea Haffner profuga coautrice del libro “La bambina con la valigia. Il mio viaggio tra i ricordi di esule al tempo delle foibe” con Gigliola Alvisi (Piemme edizioni)

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