Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Pabillonis,  sa bidda de is pingiadas

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

Pabillonis è un comune prevalentemente agricolo.  I ruderi dell’antico abitato si trovano nei pressi della località di San Lussorio, vicino alle sponde del “Flumini Mannu” dove s’incontrano le acque di due affluenti:  Flumini Bellu e Flumini Malu. Pabillonis attualmente è un Paese di meno di 3.000 su una superficie di 37,42 km2 e confina con i San Gavino Monreale,  Sardara, Guspini, Mogoro, Gonnosfanadiga e San Nicolò d’Arcidano.

L’origine del nome deriva da “padiglioni” (in latino “Pavilio”) oppure in sardo “Pabillone” o “Pabunzone” ovvero accampamenti militari di guardia che all’epoca del Giudicato di Arborea erano stanziati a difesa dei confini. In documenti risalenti al 1388, che sancivano la pace tra Aragona ed Arborea, il paese viene nominato come “Paviglionis”, “Pavigionis” e “Panigionis”.

Le prime testimonianze dell’uomo nei territori di Pabillonis, risalgono al Neolitico, a cui possono essere   fatti risalire  frammenti di ossidiana lavorata. La massiccia presenza di questi reperti, quindi, confermano la presenza di numerosi villaggi presso le sorgenti d’acqua e fiumi. La Civiltà nuragica ha lasciato come testimonianza il nuraghe “Surbiu” (completamente distrutto), il nuraghe di “Santu Sciori” ed il “Nuraxi Fenu”.

“Nuraxi Fenu” si trova a circa 3 km dal centro abitato, nei pressi della stazione ferroviaria. Gli scavi hanno riportato alla luce molteplici cocci di vasi, lanterne ed alcune monete romane che testimoniano la frequentazione del sito in età Imperiale. I reperti rinvenuti sono attualmente conservati nel museo archeologico di Sardara.

Il Nuraghe “Santu Sciori”, (chiamato anche “nuraghe San Lussorio”) risalente all’età del medio bronzo (1300 a.C.), è solo parzialmente visibile. La parte emergente sembrerebbe  essere solo quella più alta dell’intero nuraghe, che quindi sarebbe semisommerso e sicuramente appartenente a un complesso molto più ampio.

Sa bidda de is pingiadas (il paese delle pentole) è l’appellativo con il quale si usa soprannominare Pabillonis e, fin dai tempi antichi, il paese era conosciuto con quel nome soprattutto negli ambienti più poveri della Sardegna. Tale fama deriva dalla qualità delle produzioni in terracotta, che venivano commercializzate in tutta l’isola. Oltre le attività agricole di allevamento di bestiame, erano sviluppate le attività cestiarie e quelle legate alla terracotta, le cui materie prime erano disponibili direttamente nei terreni paludosi di Pabillonis. Da qui ha origine l’importanza dei maestri pentolai, tegolai e fabbricanti di mattoni.

I tegolai erano gli artigiani che producevano tegole in terra cotta per la copertura dei tetti delle case e l’origine di tale attività era, con tutta probabilità, tramandata di padre in figlio.  Negli anni dopo il 1800 la produzione iniziò una flessione, dovuta anche ad una regolamentazione voluta dal Comune a causa del grande consumo di legna necessaria alla cottura.

I pentolai  a Pabillonis ricoprivano un ruolo di primo piano e i beni prodotti erano per lo più di uso quotidiano. La qualità dei prodotti era garantita sia dalla sapienza dei figoli (tornianti), sia dalla qualità delle materie prime. L’argilla, chiamata “sa terra de tresciu” era già disponibile nelle terre del paese che erano affidate dal comune agli artigiani e si trovavano nella località  “domu de campu” ovvero dove sorgeva l’antico abitato di Pabillonis.

Questa terra veniva prelevata lungo gli argini di Frummi Bellu (o anche Riu bellu), in una zona chiamata “margini arrubiu” (margine, riva rossa). Una volta raccolta doveva essere filtrata per togliere le impurità il che avveniva utilizzando anche “sa terra de orbezu” e “sa terra de pistai”.

Le pentole prodotte in serie (cabiddada) erano composta da cinque pezzi: “Sa prima” o “pingiada manna” (la prima o pentola grande); “Sa secunda” o “coja duus” (la seconda); “Sa terza” o “coja tres” (la terza); “Sa quarta” o “coja cuàturu” (la quarta) e “Sa quinta” o “coja cincu” (la quinta, piccolina, che veniva preparata solo previa ordinazione).

Una volta create e cotte, era necessario effettuare la smaltatura e la seconda cottura. La smaltatura (stangiadura) della terracotta era costituita da una miscela di quattordici pentolini di minio, estratto dalla miniera di Monteponi, e sette di silice (sa perda de fogu). La silice si trovava nel letto del fiume del paese stesso. La polvere di silicio e il minio venivano mischiati con succo di crusca precedentemente filtrato in un sacchetto di lino. La miscela veniva versata sull’oggetto da smaltare e poi si procedeva alla seconda cottura. La seconda cottura durava due giorni e si usava il legno di mirto (sa murta). L’infornata veniva eseguita alla stessa maniera della prima eccetto per l’interposizione di cocci tra le pentole per evitare che, raggiunto il punto di fusione, non si attaccassero le une alle altre.
Anche al giorno d’oggi, pur con tecniche e macchinari moderni, le ceramiche di Pabillonis hanno una grande importanza per l’artigianato sardo e rappresentano al meglio la manualità e l’estetica sarde.

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