Tesori abbandonati: La miniera di San Leone

Nonostante la Sardegna abbia la fortuna di possedere una grande quantità di siti archeologici e risorse ambientali e paesaggistiche si continua a non credere nella valorizzazione delle sue risorse e nel  turismo sostenibile.

Vi sono centinaia di luoghi e strutture, immobiili e terreni che dovrebbero essere valorizzati e recuperati al degrado e invece si continua a trascurare ciò che di più bello possediamo ad iniziare dalla nostra antichissima civiltà che ha lasciato segni e testimonianze in ogni luogo.

Giusto per citare qualche esempio del Sud Sardegna voglio ricordare il complesso archeologico nuragico/miceneo di Antigori a Sarroch, il nuraghe Mereu fra Sarroch e Villa San Pietro, Fanaris a Decimoputzu, il sito nuragico di Giadroni a Villasimius, Bidda e Mores e Fanebas di Assemini e Capoterra.

Ogni epoca ha lasciato in Sardegna delle testimonianze di rara bellezza e fra queste i siti minerari, fra cui il Villaggio Asproni di Gonnesa, Monte Narba a San Vito e San Leone a Gutturu Mannu nell’isola amministrativa di Assemini. Una enclave fra i territori di Uta e Capoterra.

In quest’area di circa 30 km quadrati sono presenti testimonianze dell’attività mineraria tanto sviluppata in Sardegna fra il 1800 e il 1900. In particolare San Leone merita maggiore attenzione per essere stata una delle più grandi industrie estrattive del Sd/Ovest della Sardegna. Infatti al suo interno vi sono circa 15 kilometri di gallerie, 90 km di strade interne (compresi gli stradelli), vi sono lembi foresta primaria e la più estesa superfice boschiva di Lecci del mediterraneo e vi era la prima ferrovia a scartamento ridotto della Sardegna di cui parlerò dopo.

Un luogo davvero suggestivo nel quale ben si legano aspetti speleologici con aspetti antropologici e naturalistici senza trascurare il fascino della storia e del mistero che caratterizza questi luoghi di archeologia mineraria oggi abbandonati al degrado e alla incuria e spesso devastati dai vandali.

Per la verità non si possono visitare questi luoghi se non si conosce la persona dell’Ing. Leone Gouin che per circa 30 anni, dal 1860 lavorò in Sardegna, dove si sposò con Maria Teresa Giurisi De Candia dalla quale ebbe 5 figli, e costruì una bella villa a Baccutinghinu a Capoterra, spaziando con la sua cultura e preparazione in diversi settori, minerario, archeologico, agricolo ma non solo…
Alla sua morte, avvenuta nel 1888, l’ Avvenire di Sardegna, giornale generalmente ostile nei confronti degli imprenditori stranieri operanti in Sardegna, che saccheggiavano la nostra isola, lo volle ricordare con una frase di stima, particolarmente significativa “Coltivò, non distrusse”.

Ricordo anche quando due anni fa il Rag. Federico Corda, amministratore della Kovisar SAS, proprietaria dell’area, ci accompagnò a San Leone per mostrarci quello che questo luogo sarebbe dovuto diventare se fosse stato sostenuto dalle pubbliche amministrazioni: Un vero museo a cielo aperto.

Fra le altre cose propio qui venne inaugurata dal Principe Umbeto di Piemonte, la prima ferrovia, a scartamento ridotto, della Sardegna. Correva l’anno 1862…Oggi non è rimasto nulla dei 15 kilometri e 400 metri del percorso originario che da San Leone portavano al pontile di Maramura – un tempo chiamato Proto Botte – e la stazione di San Leone sta rovinosamente crollando,

Chi se ne dovrebbe occurare di questo?

E mai possibile che si possano lasciare in rovina testimonianze di questo genere? Ma non parlo solo della tratta feroviaria parlo anche delle splendide strutture che un tempo ospitavano decine di persone…parlo delle due strutture di tipo alberghiero che tutto sommato possono essere ancora recuperate e rese fruibili.

La domanda turistica per questo genere di servizi è davvero significativa. Mancano le proposte e i servizi che con pochi mezzi si potrebbero avviare anche con contributi della U.E.

Non possiamo permetterci di perdere queste preziose risorse. Chi può si muova subito!

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