Accadde a Cagliari: I falsi storici

di Massimo Dotta

La storia è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano trasmettere il sapere.” questa è la definizione che troviamo su Wikipedia.

Ma non bisogna dimenticare che questa trasmissione di sapere ha un effetto notevole sulla società e sulla cultura, e la ricerca di testimonianze antiche, le prove di legami con gli antenati, hanno sempre avuto una grande importanza per legittimare il “presente” e una determinata situazione politica.

La ricerca delle tracce del passato, come pratica di importanza politica, viene rilanciata nel Medioevo, sopratutto da parte di città, in quel periodo in ascesa, come Amalfi e Pisa, arrivando al suo massimo sviluppo nell’Umanesimo. Data l’importanza attribuita alla questione, sopratutto dal punto di vista politico, nel caso che le testimonianze dal passato non fossero esistite si provvedeva tranquillamente a falsificarle, producendole ex novo.

Attenzione non parliamo di casi eccezionali ma di un modo di fare diffuso in tutta Europa, cosi diffuso che venne importato anche in Sardegna, sia dai pisani che dalla Corona di Aragona, tramite i docenti spagnoli, ma anche sardi di nascita e formati in Italia e in Europa, che portarono nell’isola le più moderne tendenze culturali dai circoli umanistici più evoluti.

E’ affascinante seguire questa vicenda scoprendo come delle falsità possano diventare cosi forti da influenzare e motivare intere generazioni di persone.

L’autoproduzione di documenti “storici” è presente in modo diffuso in Sardegna nel periodo della rivalità tra Càller e Sácer (Cagliari e Sassari), all’incirca nel XV secolo.

Questa disputa era causata sopratutto dalle ricche ricadute economiche e politiche (titoli, prebende, stipendi e uffici dell’amministrazione del Regno) che avrebbero toccato la città più meritevole dal punto di vista del prestigio storico, culturale e religioso dell’isola. In Sardegna però non si trovavano facilmente fonti documentarie, perchè ogni cambio di dominazione ha portato alla cancellazione delle tracce dei precedenti padroni e dato che l’interesse della ricerca non era mosso da scopi “scientifico-conoscitivi”, queste vennero create dal nulla.

E così fiorirono i martiri in entrambe le città, in un numero veramente impressionante, e chiunque fosse stato sepolto in Sardegna divenne un potenziale martire nella famosa “Febbre Sarda delle ossa”. Molti alla fine lo furono a loro insaputa, un po’ come succede nella politica contemporanea, e la città che poteva vantarne di più risultava, nella mentalità del tempo, più importante. Tutte queste ossa venivano poi consevate e “certificate” come appartenute “ufficialmente” a un martire, come lo sono buona parte di quelle oggi conservate nella cripta della cattedrale di Cagliari.

Anche la Grotta della Vipera, nata per accogliere le spoglie di Atilia Pomptilla e del marito L. Cassius Philippus, venne trasformata da Francisco Carmona in una tomba di martiri, cambiando completamente il testo che da pagano divenne cristiano. Ed era tutto molto semplice perchè spesso il falsario coincideva con la figura che avrebbe dovuto certificare l’autenticità, e sopratutto la chiesa certificò generosamente l’autenticità di molti documenti, rendendoli nella percezione comune completamente e indiscutibilmente veri. Spesso veniva attribuito a coloro che venivano ricordati nei testi epigrafici antichi un qualche ruolo di spicco nella gerarchia ecclesiastica, modificando iscrizioni autentiche a seconda del bisogno.

E infatti, per coincidenza, nel 1845 compaiono proprio nelle mani di un frate i misteriosi scritti consegnati poi, a episodi, a Pietro Marini, a quel tempo direttore della Biblioteca Universitaria di Cagliari. Un operazione studiata con metodo e logica, che alimentò la curiosità degli studiosi di storia, con un linguaggio falso ma evoluto, che usava inserimenti mirati nel testo, comprensibili e apprezzabili dai lettori colti e più preparati, oltre che ingannare chi era culturalmente sprovveduto.

Il Marini, non era uno sprovveduto, e come gli scienziati fanno cercò anche consulenze esterne, come quella di Ignazio Pillito, conosciuto paleografo dell’Archivio Patrimoniale della città, che lo spinse a credere nell’autenticità dei documenti.

E così dopo aver osservato a lungo la prima pergamena ricevuta, il Marini cascò in pieno nella truffa, credendo di trovarsi di fronte a un documento del XIV secolo. Poche settimane dopo e per qualche anno a venire, si verificarono altri ritrovamenti che andavano a completare il quadro storico dall’indipendenza da Bisanzio alle vicende dell’ultimo giudicato sardo.

Un operazione che, noi moderni possiamo associare a quello prodotto dalle serie televisive, che sviluppano una curiosità nel seguire la trama per sapere come andrà a finire, su un argomento che in quel momento creava grande interesse e sul quale si sapeva oggettivamente quasi nulla.

Un operazione complessa condotta in modo efficace, che ha richiesto un certo coordinamento, perchè le Carte nel loro insieme venivano affiancate da documenti genuini che fornivano un quadro completo e più credibile. Pare che dietro quest’operazione ci fosse una parte dell’accademia sarda che la ideò come reazione alla politica culturale dei Savoia che volevano cancellare la storia spagnola e le tradizioni culturali precedenti.

In effetti i Savoia vollero, nel 1847, la ‘fusione perfetta’, che anche se lodata e accettata frettolosamente da alcuni sardi, non fu poi così perfetta in ambito culturale e accademico, perchè richiedeva la rinuncia a quel tipo di autonomia, alla quale la Sardegna si era abituata durante il governo spagnolo.

I Savoia quella autonomia non la volevano, così come non volevano le differenze culturali che l’isola aveva a confronto con gli altri loro possedimenti, e così per risolvere la situazione iniziarono un processo di denigrazione e cancellazione della cultura locale sarda, spesso ma non solo di derivazione spagnola.

Insomma un ritrovamento del genere era, in quel periodo, sicuramente una avvenimento importante, che poteva finalmente colmare un buco storico secolare, e così anche se molti studiosi spingevano alla prudenza e a una analisi più dettagliata degli scritti, l’entusiasmo intorno alle carte crebbe in modo esponenziale. Fino a che i sostenitori delle Carte riuscirono a far arrivare i documenti fino all’Accademia delle Scienze di Torino. In seguito a questa pubblicità del ritrovamento al di fuori della Sardegna si arrivo all’intervento di Theodor Mommsen e dell’Accademia delle Scienze di Berlino che inizio l’analisi delle pergamene, fino a sentenziare in modo ufficiale la loro falsità nel 1870.

Theodor Mommsen

Bisogna riconoscere che Le Carte arrivarono nel periodo politicamente giusto per avere il successo che hanno avuto. Riscrivevano una parte della storia sarda in modo avvincente per quei determinati tempi, nei quali si cercava di costruire una nuova identità della Sardegna con una trama nuova rispetto a quella che volevano i Savoia. I fatti della storia sarda come la nascita dei giudicati, la guerra tra Aragona e Arborea venivano riscritti in pieno spirito romantico, dando, attraverso un abile tecnica di miscuglio di verità e menzogne, anche alla Sardegna una storia nazionale illustre.

Una falsità così efficace che ancora vediamo quanto i falsi abbiano influenzato il sentire comune sia cagliaritano che sardo in generale, ad esempio nelle devozioni diffuse localmente tra la popolazione verso santi creati dalle false iscrizioni seicentesche. O in operazioni “culturali” come quando, nel Novecento, parecchi centri sardi intitolarono vie a Gialeto o Torbeno Falliti, personaggi mai esistiti ma leggendari nel racconto popolare.

Ma anche testi ufficialmente e credibilmente “storici” continuarono ben oltre il 1870 a riportare queste leggende come fossero la storia reale. Nel 1906 usciva nei Manuali Hoepli la Cronologia e calendario perpetuo, comprensivo delle “Tavole Cronologiche dei Sovrani dei principali Stati d’Europa”, in cui della Sardegna non c’era traccia. Nel 1930 con la nuova edizione si aggiunsero 46 nuovi stati, tra cui la Sardegna, con una scheda basata sui falsi d’Arborea, con genealogie che partivano da Gialeto.

Alla fine nell’edizione più recente del 1998 del manuale Hoepli, la scheda della Sardegna è stata corretta, ma si trovano ancora i nomi dei giudici inventati dai falsari ottocenteschi.

Per fortuna oggi il lavoro di diversi studiosi sta riscrivendo la storia di Cagliari e della Sardegna su basi più oggettive e credibili, dandoci un quadro più variegato di influenze e interazioni culturali e rendendo la nostra storia decisamente più interessante.

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