Cagliari  multietnica:   per i musulmani ogni venerdì appuntamento  alle 13 in una Moschea  improvvisata

Nessuna moschea  a Cagliari,  allora  ogni venerdì, giorno sacro dell’Islam, i musulmani si riuniscono in preghiera all’aperto  in via del Collegio,  in un quartiere “fusion” dove convivono diverse etnie e tradizioni

 di  Annalisa Pirastu

 Ancora nessuna decisione sulla costruzione della moschea a Cagliari. Allora  ogni venerdì, giorno sacro dell’Islam, si riuniscono in preghiera i musulmani in via del Collegio. In un quartiere “fusion” dove convivono diverse etnie e tradizioni, questa piccola folla si dedica alla preghiera all’aperto d’inverno e d’estate.

Nel quartiere della Marina si viene accolti dall’accostamento di negozi dai nomi  sardi e dai nomi medio orientali. Carni Halal recita l’insegna di un negozio. Malloreddus sardi invita un altro. Si viene investiti da  odori che spaziano da quelli speziati tipici della cucina indiana a quelli aromatici del caffè espresso.  Per i musulmani l’appuntamento è alle 13 in via del Collegio, come ogni venerdì. A cominciare dalle 12 la piccola via si anima e alcuni volontari stendono dei grandi tappeti persiani sulla via, in attesa che arrivino i fedeli ad occuparli per la preghiera.

Cominciano a coprire la zona antistante il piccolo edificio dove si trova la loro moschea improvvisata. I tappeti guardano all’entrata della moschea che è appunto la direzione della Mecca. All’interno della moschea gli scaffali dove si depositano le scarpe vengono riempiti in tempi brevissimi. C’è fermento e vociare, si aspetta l’Imam, il capo spirituale,  per cominciare tutti assieme la preghiera, disposti  in file ordinate.   Sono centinaia i fedeli che si accalcano in questo piccolo spazio. In Sardegna  sono circa 33.000 i musulmani di cui 5000 solo nella provincia di Cagliari. Una volta all’anno, al termine del Ramadan il loro periodo spirituale di digiuno, si riuniscono  alla Fiera campionaria. Ma ogni venerdì arrivano puntuali in via del Collegio per la preghiera delle 13.

Molti  giungono con i loro tappetini arrotolati e li stendono per terra accanto a quelli enormi, occupando ogni spazio senza soluzione di continuità. Arrivano da Uta, Monastir, Selargius, Villasimius. Solo i primi arrivati sono stati in grado di fare le loro abluzioni e lavarsi i piedi. Ora lo spazio per accedere all’entrata della moschea è tutto occupato e sarebbe difficile entrare. I nuovi arrivati si accontentano di togliersi calze e scarpe e sistemarsi sui tappeti.

Sono tutti maschi. l’Islam infatti non permette a uomini e donne di pregare assieme. Nelle vere moschee le stanze di preghiera sono divise tra i due sessi. La maggior parte di questi ragazzi è vestita con abiti occidentali, soprattutto i giovanissimi. Ci sono ragazzi con diamantino al lobo dell’orecchio, con capellini da baseball indossati con la visiera sul retro, molti invece indossano il tipico  cappello a tamburello o se lo sistemano sul capo poco prima di cominciare la preghiera. Altri fedeli invece indossano abiti tradizionali come il kanga africano o il kurta pakistano. C’è anche un bimbo di circa 6 anni in abito pakistano accompagnato dal papà. Un gruppetto di giovani staziona davanti al museo di Sant’Eulalia evidentemente non ancora pronti alla preghiera, chiacchierando allegramente, dandosi manate sulle spalle e ridendo.

Arriva quello che viene indicato come l’lmam. Indossa un abito occidentale grigio e si dirige all’ interno della moschea. I pochi passanti intanto guardano questa folla di circa 200 persone e poi si allontanano velocemente senza commenti. Un gruppo di tre anziani di Cagliari invece a pochi passi dagli ultimi ragazzi inginocchiati commenta sfavorevolmente la loro presenza. Abitano nella via e sono infastiditi dalla presenza dei fedeli. Si lamentano di non poter accedere neppure ai portoni delle loro case. A questo punto della giornata infatti i tappeti hanno coperto tutto e non sempre c’è lo spazio per entrare nelle case.

Ci sono anche delle macchine parcheggiate che ovviamente sarebbero nell’impossibilità di uscire. Una residente arriva, fa un sospiro di rassegnazione per lo spettacolo per lei ormai reiterato e poi, scavalcando scarpe e persone e cercando di evitare i tappeti guadagna il portone di casa. Arrivano anche alcuni genitori dei ragazzi della scuola Manno. Si lamentano che i loro figli a volte vengono rimproverati perché devono necessariamente camminare sui tappeti. Non sempre infatti ai lati della strada rimane lo spazio libero per passare e camminare sui tappeti, è considerata una grave mancanza di rispetto. Il nonnino che regola il traffico della scuola Manno dice senza mezzi termini che si deve costruire una moschea perché questo assembramento di persone all’aperto, crea troppo disagio al traffico. Ma poi come ripensandoci aggiunge che non vuole che sia costruita coi soldi dei contribuenti.

Intanto le persone del quartiere telefonano, parlano a voce alta, passano auto con radio a tutto volume a pochi metri da quello che è stato eletto a luogo di preghiera.  Arrivano anche i ragazzi della Manno che, compressi da ore di disciplina urlano e corrono per tornare a casa. I ragazzi sui tappeti non si scompongono, attendono pazientemente che la loro cerimonia cominci lanciando forse ogni tanto occhiate incredule a questi  indelicati passanti. Alcuni stanno semplicemente seduti , altri hanno già cominciato a pregare oscillando alternativamente sui talloni e sulla sommità della fronte, nel tipico movimento degli islamici. La parola italiana moschea infatti deriva dal verbo arabo sàgiada, che significa prosternarsi mettendo la fronte per terra, attraverso la deformazione ispanica mesquita della parola araba màsgid (luogo della prosternazione).

La voce dell’Imam dà l’avvio alla preghiera in arabo ma anche in italiano. Perchè i musulmani ovviamente non sono tutti di lingua araba. L’architetto Rudy De Nardo che vive tra Dubai e la Sardegna è venuto a studiare la situazione di Cagliari per capire come si puo’ migliorare la città e ottimizzare la sua fruizione da parte di tutti gli abitanti. E’ suo il progetto della moschea di Olbia che necessita ora persino di un ampliamento. Per la progettazione della moschea di Olbia l’architetto ha lavorato in stretto contatto con la comunità musulmana, perché le moschee devono essere costruite secondo una pianta e dei dettagli ben precisi. Dice “Una città capoluogo di Regione come Cagliari non può non venire incontro alle esigenze di una parte della popolazione.” Devono essere individuati infatti nelle città degli spazi che sono destinati  ai diversi culti. Per una questione di equità e civiltà.

Dopo 20 minuti è tutto finito. La voce stentorea dell’Imam lascia spazio al silenzio. La preghiera del venerdì è terminata. Si arrotolano i tappeti, si indossano scarpe e calze e ci si allontana per tornare alle proprie occupazioni.

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  1. Maurizio Muscas 8 Agosto 2018

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