La Cadillac Eldorado color verde acqua II parte

di Giorgio PCA Mameli

Fermai la mia Duetto  un paio di metri oltre la Cadillac. Il mio arrivo le era rimasto del tutto indifferente, lo notai dallo specchietto retrovisore: non aveva neppure girato la testa per vedere se mi fossi fermato per lei. Era nella stessa posizione nella quale l’avevo vista pochi istanti prima. Sembrava indifferente al mondo. Bella e impenetrabile, fu il mio primo pensiero. Spensi il motore, aprii la portiera e scesi. Con studiata lentezza percorsi i pochi passi che ci separavano. Per lei proprio non esistevo. Quando le fui vicino le chiesi se potessi esserle di qualche aiuto.

A quel punto girò il viso verso di me, mi osservò per qualche secondo, neanche avesse avuto l’intenzione di comprarmi e sebbene non vedessi i suoi occhi immaginai quanto il suo sguardo fosse di fuoco.

Quando finalmente parlò, disse: «Crede di riuscire a farla ripartire?» Non fece neppure il gesto di indicare l’auto, era scontato. Alla definizione di bella ed impenetrabile aggiunsi di poche parole e pragmatica e abituata al comando.

La guardai cercando invano di infrangere la barriera di quegli occhiali: aveva proprio un bell’ovale, poi fissai l’auto e quindi ritornai su di lei. Lei rimase impassibile. Attendeva una risposta. Allora mossi leggermente il capo per farle intendere che avevo capito a cosa si riferisse e,  con il sorriso più disarmante del mio repertorio, risposi: «Assolutamente no».

La sua testa ritornò nella posizione iniziale e si mise a guardare dall’altra parte della strada. E con questo, probabilmente, intendeva  comunicarmi: «La nostra conversazione é finita».

«Però posso provarci – aggiunsi – al massimo non partirà.»

Lei mi riguardò e questa volta abbozzò un sorriso. Aveva bei denti, regolari e bianchi e le sue labbra erano carnose. Aggiunsi alla lista delle caratteristiche, piazzandola tra i primi posti anche sense of humor.

Le chiesi di salire in auto e di aprire il cofano motore, toccai qua e là a casaccio: prima le candele, poi quello che immaginavo fosse lo spinterogeno, aprii e richiusi i tappi dei serbatoi dell’acqua e dell’olio.  Dopo ogni tentativo le chiedevo di mettere in moto, giusto per vedere l’effetto delle mie manovre. La risposta era sempre la stessa: l’avviamento girava a vuoto un paio di volte e poi lei toglieva il contatto.

Feci uscire la testa da dietro il cofano ammiccai «Ci vorrebbe un meccanico» dissi.

Lei non rispose, scese dall’auto e quando mi fu accanto disse: «Pensiero originale. Altre simili brillanti idee?»

Avere una così in ufficio ti uccide, pensai mentre abbassavo il cofano e, in un lampo, mi venne alla mente il lavoro: l’indomani sera sarei tornato a Milano. Lunedì mi aspettava una giornataccia : il mercato era in crisi e la nostra società pure. I danesi proprietari dell’azienda di cui ero amministratore delegato mi stavano mandando un loro esperto per discutere la situazione. Fu un attimo. Scacciai subito il pensiero. Brutto.

«Se dico: la accompagno a destinazione supero l’esame di originalità?» chiesi.

«Fino a Cagliari?» domandò lei.

«Anche oltre se necessario – risposi e poi aggiunsi – Non ci crederà, ma proprio là sto andando.»

«Okey – disse, era mericana, lo capii solo in quel momento – la mia borsa è sul sedile posteriore» e si avviò verso la Duetto. Mentre circumnavigavo la Cadillac per raggiungere il sedile posteriore e afferrare il suo pesante borsone di pelle marocchina lei aveva già raggiunto la mia auto, ci si era calata dentro e si stava acconciando in testa un foulard giallo tratto da una borsa a secchiello. Non l’avevo notata. Era bellissima. So d’averlo già detto ma la sua bellezza merita la ripetizione.

Con quel foulard e quegli occhiali sembrava la reincarnazione di Grace Kelly in Caccia al ladro. Ma io non assomiglio a Cary Grant. Neanche per sbaglio.

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