Resilienze culturali in Sardegna

di Roberta Manca

Il progetto ha avuto l’obiettivo generale di favorire la conoscenza e la diffusione di positive esperienze, divulgare iniziative, testimonianze e favorire la scoperta di luoghi e di storie che hanno come elemento in comune la Sardegna, le sue risorse e i suoi protagonisti. Per fare questo si è pensato di partire da un componimento di Grazia Deledda: “Noi siamo sardi” che riportiamo:

Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

In questa poesia la poetessa esprime in poche parole il profondo amore per la propria terra e il forte legame del suo popolo, considerato come l’espressione di una fusione di civiltà e culture che nei secoli hanno vissuto nella Sardegna. Questa è stata la poesia che ha accompagnato il progetto in questo biennio di attività che ha visto lo sviluppo del progetto in diversa parti della Sardegna e raccogliere le testimonianze di tutte quelle persone che a vario titolo e modo si sono distinte in questo ambito.

 Un viaggio all’interno della Sardegna e dentro noi stessi, potremmo dire, con il fine di scoprire, sia quanto di bello possiamo ancora ricevere dalla nostra isola, sia quanto di buono tutti noi possiamo restituire alla nostra amata terra, per sostenere la ricerca della sardità perduta. Proprio per questo motivo il progetto é stato intitolato: “Resilienze Culturali Percorsi di valorizzazione integrata della Sardegna fra natura, cultura, ambiente e tradizioni”.  La nostra cultura è il risultato di una serie di contaminazioni che nei secoli si sono avute fra le varie popolazioni che hanno vissuto nel territorio sardo e di cui ancora oggi è possibile ritrovarne traccia.

Parlare di resilienza culturale in Sardegna parrebbe essere un tema assai facile e diffuso, vista la grande quantità di testimonianze culturali presenti in questa regione.

Ma cosa è la cultura? Come riporta l’Enciclopedia Treccani la cultura è: L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo.

In senso oggettivo la cultura fra le tante possibili definizioni potrebbe definirsi come: l’insieme dei segni materiali e immateriali di ciò che un popolo ha espresso ed esprime nel suo percorso, declinati in molteplici ambiti e nei quali esso si riconosce e di identifica.

In Sardegna sono in tanti a occuparsi di cultura, sia con approccio laico che religioso.

Ma tutti questi enti operano come dentro a comparti stagni e autoreferenziali che fra loro non dialogano. La cultura deve essere a tutto campo, trasversale, interculturale e intergenerazionale.

Troppo spesso la cultura viene narrata dai così detti, blasonati “Addetti ai lavori” che forti dei loro titoli non lasciano spazio al dialogo e al confronto, soprattutto ai comuni cittadini e a coloro che rappresentano la società civile: gli enti del III settore e del volontariato. Questo progetto nasce proprio da questo contesto con il desiderio di dare una narrazione diversa della Sardegna.

In effetti e paradossalmente proprio perché in Sardegna di testimonianze culturali e identitarie ve ne sono molte ci si dimentica di conoscerle appieno, confrontarle, interpretarle e saperle valorizzare e, cosa ancora più importante, offrirla alle nuove generazioni per aiutarle a interpretare e costruirsi nel modo migliore il proprio destino.

Certo con questo progetto non si è risolto tutto ma una pietra nello stagno è stata lanciata e i primi positivi segnali stanno emergendo.

Le località dove si è sviluppato il progetto sono state le seguenti:

Sassari, Portotorres, Ittireddu, Gonnesa, Cagliari, Tiana, Lodè, Galtelli in queste località sono stati intervistati rispettivamente: Rita Meloni, Maria Antonietta Montesu, Dionigi Satta, Eleonora Fontana e Annalisa Anolfo Fabrizio Meloni, Corrado Mascia, Nanni Pulli, Antonello Pilittu, Aurora Paba, Enrico Cau, Gianni Mele, Salvatore Marras

Tutti questi personaggi ci hanno dato una testimonianza di come e quanto si voglia interpretare una identità portando avanti nel proprio agire quotidiano delle significative azioni di trasmissione.

Nel corso degli eventi programmati in varie zone della Sardegna è stato raccolto un sentire comune, ovvero il desiderio di custodire al mutare dei tempi quelli che sono i pilastri della nostra cultura, i segni e i simboli della identità del popolo sardo. La cultura è espressione di civiltà e deve confrontarsi con il mutare dei tempi e delle sensibilità e oggi più che mai si sente il bisogno di ritrovare i segni e i simboli della nostra identità per arginare la globalizzazione e il consumismo e la perdita di valori sociali, per limitare i danni della desertificazione umana e culturale assai accentuata nei piccoli centri dell’isola o l’omologazione pseudo culturale che si espande nei grandi centri della Sardegna.

Tutti coloro che hanno partecipato agli eventi hanno portato la loro esperienza di vita, fatta di tanta passione e di altrettanti sacrifici. Pensiamo alla Gualchiera di Tiana dove solo l’impegno di Aurora Paba e di altre poche persone ha permesso di tramandare alle nuove generazioni le tecniche e i riti della lavorazione della lana e di mantenere in vita l’antico impianto di lavorazione alimentato a acqua: La Gualchiera; al giovane presidente del gruppo folk Tiana, Enrico Cau, che cerca mantenere in vita il folclore del suo paese nonostante il pauroso calo demografico; alla attività di Rita Meloni e del suo Centro Amico di Sassari che da sempre offre un aiuto per la integrazione culturale dei diversi e delle persone deboli; a Gianni Mele di Lodè che custodisce i saperi dei suoi avi e che tramanda con la sua produzione di derivati del latte di pecora. Fra gli altri ricordiamo il ceramisita Nanni Pulli di Selargius e lo scultore Antonello Pilittu di Capoterra che con la loro produzione promuovono la conoscenza delle culture più arcaiche vissute in Sardegna e nelle loro produzioni elaborano forme delle antiche cività. Anche Salvatore Marras Prediente della Pro loco di Galtelli ha dato un suo importante contributo con la valorizzazione delle tradizioni tipiche del suo Comune, legate alla agricoltura e alla pastorizia, illustrandoci le testimonianze conservate nella locale Casa Museo; così come fa Anche Maria Antonietta Montesu della Cooperativa Turris Bisleonis di Portotorres, che  con il suo prezioso lavoro promuove e difende uno dei monumenti più significativi del romanico della Nord Sardegna: la locale Basilica romanica di San Gavino, Proto e Gianuario. Invece a Gonnesa abbiamo incontrato delle giovani Guide, Eleonora Fontana e Annalisa Anolfo che, nonostante le tante difficoltà credono nella cultura e con tanta determinazione custodiscono e promuovono uno dei siti più importanti del Sud Ovest della Sardegna il “nuraghe di Seruci”. Infine ricordiamo Dionigi Satta di Ittireddu che da sempre vive la sardità come una missione, attraverso la melodia del suo parlare (quasi sempre in logudorese) e del suo agire per la diffusione della cultura sarda del Monte Acuto e per la salvaguardia dei sui molteplici siti identitari e i “Custodi della Memoria”, Fabrizio Meloni e Corrado Mascia che attraverso i social diffondono video e immagini della Sardegna più sconosciuta e legata soprattutto alle testimonianze delle civiltà prenuragica e nuragica. Il loro importante lavoro è particolarmente utile per ravvivare la memoria e combattere l’ignoranza e l’indifferenza verso questo importante periodo del nostro passato.

Il progetto è stato apprezzato non solo dal pubblico che è stato incontrato nel corso delle visite e degli incontri programmati, ma anche dalle tante persone che hanno visitato il sito e i social media cdel progetto utilizzati per la pubblicità di questo progetto: Facebook, Instagramm, You tube.

Per quanto fatto possiamo dire che questo progetto ha contribuito, anche se in piccola parte, all’nimazione socio culturale e turistica di diversi territori che, soprattutto quelli posti all’interno della Sardegna, rischiano di spopolarsi nel medio periodo e di cancellare la propria identità e la propria cultura. Nel corso degli eventi in programma sono stati incontrati diversi giovani e amministratori locali con i quali si è discusso di come le tradizioni e la cultura possono essere un volano di sviluppo di economia  e di turismo sostenibile e di come poter operare nel breve periodo per animare i territori di riferimento.

Bene ha fatto dunque la Fondazione di Sardegna che ha creduto nella iniziativa dando la possibilità all’Associazione Amici di Sardegna di poter realizzare questo evento che nel corso di due anni ha dato a circa venti protagonisti della Sardegna di potersi raccontare con i loro saperi, le proprie esperienze e descrivere i rispettivi siti e le tradizioni di contesto.

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