Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – San Vito

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

San Vito (Santu Idu) conta poco meno di 4.000 abitanti e sorge nella subregione storica del Sarrabus.

Il paese di San Vito si distende su un territorio fertile, da cui derivano produzioni d’eccellenza come gli agrumi, e punteggiato di siti preistorici e di archeologia industriale. Gli abitanti sono molto legati alle tradizioni, di cui è testimone lo splendido antico costume sanvitese.

Il territorio di San Vito è ricco di testimonianze del periodo prenuragico e nuragico come le domus de janas e i nuraghi. Sono presenti inoltre tracce puniche e romane.

Il “Sarrabus” era abitato fin dall’ epoca preistorica. Infatti è ampiamente documentato, che in San Vito nell’attuale località “ Sa conserva” o “Nurasci”, nei pressi della SS. 387 del Gerrei è stato individuato dagli studiosi un insediamento preistorico all’aperto di grande importanza .
Detto insediamento è stato classificato dagli studiosi risalente al periodo del Neolitico finale (3200- 2800- a.C.), cioè la cosidetta cultura pre-nuragica di “Ozieri”.

Attualmente in dette aree si possono facilmente trovare reperti di ossidiana e frammenti di ceramiche che le attività agrarie portano costantemente alla luce.

In epoca Fenicia, poco distante , in località Santa Maria (nel Comune di Villaputzu) presso l’estuario del “Saeprus Flumen” oggi conosciuto come Fiume Flumendosa, su un piccolo promontorio dominante la piana nella riva sinistra, questi stabilirono un insediamento di carattere commerciale fin dal 600 a.c. denominato Sarcapos, Sarcopos, Sarrapos. L’ubicazione geografica induce a ipotizzare l’esistenza di un porto fluviale che sarebbe stato scalo di appoggio per le rotte verso l’Etruria. I rinvenimenti della zona hanno riportato alla luce i resti di un edificio quadrangolare, mentre le ceramiche rinvenute dimostrano il carattere preminentemente commerciale del sito.

Sarcopos era quindi collegata agli altri centri della Costa sud orientale dell’isola. Infatti nel noto “Itinerarium Antonini”, redatto probabilmente all’epoca dell’imperatore Romano M. Aurelio Antonino – più conosciuto come Caracalla – (211-217 d. C.), che costituisce la fonte antica che presenta il maggior numero di toponimi sardi, Sarcopos è collocata a 20 miglia (circa 30 Km ) da Porticenses (attuale Tertenia) ed a 20 miglia da Ferraria (attuale San Gregorio).

Alcuni studiosi hanno trovato un collegamento del sardo Sárrapos con la divinità egizio-greca Sárapis/Sérapis «Serapide», che il faraone Tolomeo I (305-283 a. C.) era riuscito a diffondere in tutti i paesi del Mediterraneo.

Allo stato attuale il Sarrabus comprende una vastissima zona della Costa sud-Orientale della Sardegna che comprende anche i Comuni di Burcei e Villasimius.

Le fonti d’indubbia certezza storica sono dovute alla conquista Aragonese dell’isola: il Sarrabus fu concesso in feudo a Berengario Carroz che prese il titolo di Conte di Quirra dal nome dell’omonimo castello in Villaputzu.

Il Componiment de Sardenya, censimento fiscale compilato nel 1358 reperito nell’Archivio de la Corona de Aragòn –Varia de Cancillerìa, illustra la “ Curaturia de Sarbos” elencando la composizioni dei vari Villaggi costituenti l’odierno “Sarrabus”: “Villa Nova de Castiades –Tarruti -Merrara-Petreto-Orrea-Ulmos-Yguali- Cortimia”.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lungo il filone argentifero del Sarrabus-Gerrei – la seconda area per estensione del parco Geominerario della Sardegna – iniziò l’attività estrattiva: erano una decina i siti minerari che costituivano la ‘via dell’Argento’. Agli inizi del XX secolo ci lavoravano complessivamente più di 1.500 minatori, due terzi nella sola miniera di monte Narba.

All’interno del palazzo civico sanvitese, il museo La Via dell’Argento documenta storia e vita mineraria attraverso fonti orali, documenti, fotografie e oggetti di lavoro.

Nella frazione di San Priamo sorge un santuario del XIII secolo, caratterizzato, al suo interno, da una domu de Janas da cui sgorga una sorgente dalle acque, per tradizione, ‘miracolose’. Vicino alla chiesetta si erge il nuraghe Asoro.

Varie feste animano l’estate sanvitese: a fine luglio si svolge la sagra “de sa Prazzira e de sa Pezza de Craba”, ‘pizza tipica’ e carne di capra, accompagnata da spettacoli folk e mostra-mercato di prodotti tipici.

A fine agosto vanno in scena, a San Priamo, la sagra “de su Pisci”, con degustazione di pesce arrosto, e in paese “sa Cursa a su Coccoi”, giostra equestre in cui i cavalieri lanciati in velocità infilzano un pane tipico. Alle discese dei cavalieri si alternano acrobazie di abili fantini. Nella manifestazione rientra il palio degli asinelli, spettacolo che coinvolge soprattutto i bambini.

Gli eventi savitesi sono accompagnati dal suono delle launeddas, strumento policalamo le cui origini si perdono nel tempo. L’Accademia del maestro Luigi Lai tramanda oggi l’uso di un’ancestrale tradizione sarrabese.

L’uso delle launeddas è attestato in un arco temporale che va dalla preistoria, come si evince dal celebre bronzetto itifallico ritrovato ad Ittiri e rappresentante, presumibilmente un suonatore di launeddas.

Lo strumento è formato da tre canne, di diverse misure e spessore, con in cima la cabitzina dove è ricavata l’ancia.

  • Il basso (basciu o tumbu) è la canna più lunga e fornisce una sola nota.
  • La seconda canna (mancosa manna) ha la funzione di produrre le note dell’accompagnamento e viene legata con spago impeciato al basso (formando la croba).
  • La terza canna (mancosedda) è libera, ed ha la funzione di produrre le note della melodia.

La canna comune viene utilizzata per la costruzione de su tumbu e delle ance, mentre sa cann’e Seddori, un tipo particolare di canna che cresce principalmente nel territorio compreso fra Samatzai, Sanluri e Barumini.

 

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