Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Sestu

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità.

di Antonio Tore

Sestu è un comune di quasi  21.000 abitanti della città metropolitana di Cagliari.

Gli insediamenti umani più antichi nel territorio di Sestu risalgono al III millennio a.C. Poche tracce (vasellame di uso domestico) cartaginesi, databili al III secolo a.C., sono state rinvenute nella necropoli punico-romana di Corso Italia.

In altre zone della città sono state rinvenute inoltre monete risalenti al periodo di Caligola e Domiziano, un cippo funerario romano, una fibbia e la pietra miliare romana su cui viene spiegata la denominazione del sito. Il nome della città risale all’epoca romana e trae origine dalla posizione che aveva lungo il percorso della strada che da Cagliari portava a Porto Torres: Sexto ab urbe lapide, cioè presso la sesta colonna miliare, trovata nel paese con la scritta: Ad sextum lapidem.

Oggi Sestu è una cittadina centro di forte attrazione e crescente sviluppo socio-economico, grazie alla realizzazione di nuovi insediamenti abitativi, industriali e commerciali, è in continua espansione, non trascurando però la ricerca di un giusto connubio fra modernizzazione e tradizione.

La maggiore attrazione naturalistica è su Staini saliu, piccolo bacino di acque leggermente salmastre profondo quasi 2 metri. Il fondo è un substrato di origine inorganica impermeabile per cui con l’evaporazione, si formano strati di sale. In primavera e autunno, è abitato da anatre, avocette, cavalieri d’Italia, fenicotteri rosa, garzette e trampolieri.

Tra i monumenti presenti nelle zona non si può non citare la chiesa di San Gemiliano che sorge in un’area antropizzata già in età eneolitica, come testimoniano i resti di un insediamento preistorico. Nel 1316-22 si registrano notizie di una “villa Susue”. La chiesa è meta di devozione ininterrotta fino ai giorni nostri, specie in occasione delle feste campestri. Oggi l’area è attrezzata a parco, ma conserva ancora, pur restaurata, la cinta di “cumbessias”, tipici alloggi per fedeli, pellegrini e novenanti.

Costruita in cantoni di arenaria tufacea nella seconda metà del XIII secolo, apparteneva al villaggio scomparso di Sussua. La pianta di questa chiesa è costituita da un’aula rettangolare composta da due navate affiancate, munite di separati ingressi e distinte absidi; le navate sono separate da archi su pilastri e coperte da volte a botte impostate da archi trasversali. Dalle tecniche costruttive la chiesa inquadrabile nel genere del romanico francese importato in Sardegna dai monaci vittoriani di Marsiglia.

La chiesa di San Gemiliano si differenzia dalle altre simili edificate nel meridione dell’isola, ad esempio San Platano di Villaspeciosa e Santa Maria di Sibiola in territorio di Serdiana, sulle quali si basarono probabilmente i costruttori, per l’inversione dei rapporti di larghezza delle navate e di ampiezza delle rispettive absidi. Infatti a San Gemiliano è maggiore la navata a settentrione, mentre nelle altre chiese vittorine la navata più ampia è quella meridionale. Vivace e pittorico è il gusto dell’ornato espresso in questa chiesa il che fa ritenere che a edificarla siano state delle maestranze arabe. Nel secolo XVII alla chiesa venne aggiunto un portico a giorno diviso in tre navate; sul fianco sinistro venne aggiunta la sacrestia e l’alloggio per l’eremitano, ossia il guardiano della stessa.

Nel XVIII secolo alla chiesa era annessa un’azienda, amministrata dagli ecclesiastici, che comprendeva numeroso bestiame bovino, ovino e caprino, nonché vaste estensioni di terre, sia coltivate a cereali che incolte, per il pascolo del bestiame. Questo patrimonio scomparve a seguito della legge sulla soppressione degli ordini religiosi emanata nel 1866.

Il nome di San Gemiliano potrebbe essere riferito ad un martire vescovo fuggito da Palermo, chiamato Mamiliano, e deportato  in Tunisia dopo l’invasione dell’isola da parte dei vandali di Genserico. Mamiliano approdò poi in Sardegna con alcuni compagni deportati come lui in Africa (il presbitero Senzio e i monaci Aurelio, Gobuldeo, Infante, Lustro, Rustico e Vindemio), ma non trovando un luogo adatto al ritiro spirituale si spostò sull’isola di Tavolara e, in seguito su un’altra isola deserta, l’isola di Monte Giove che, in seguito prese il nome di Mons Christi, cioè l’isola di Montecristo.

Nella facciata della chiesa si aprono due portali di diverse dimensioni, ma del medesimo tipo. Sui capitelli del portale sinistro (più grande del destro) si nota la lavorazione a scalpello con cui sono stati realizzati motivi floreali, foglie di palma a cima ricurva segnate da motivi a spiga e rosette a nove petali lanceolati e solcati.
Lungo il lato sinistro si incontra il terzo dei quattro portali della chiesa romanica. Le basi sono modanate e sagomate mentre i capitelli sono decorati con foglie di palma semplificate rispetto a quelle della facciata.

Ma la vera differenza fra il portale sinistro e i portali della facciata è rappresentata dal sopracciglio che corona la lunetta e si imposta su due peducci decorati da motivi a spiga. Solo dall’interno si nota il quarto portale, che si apriva lungo il lato nord poco oltre la mezzeria dell’edificio.

Tra gli altri edifici tardogotici della Sardegna meridionale, è da segnalare anche la parrocchia di San Giorgio che è uno dei più interessanti, in quanto si presenta omogenea nelle forme e in buono stato conservativo. A parte l’arredo interno settecentesco, l’iscrizione di ultimazione dei lavori, in una cornice d’imposta della volta della navata, riporta l’anno 1567.

Un’attenzione particolare è da riservare alle decorazioni delle gemme, degli pseudo-capitelli e dei peducci, tutti ricchi di figurazioni varie. Pregevoli sono il rilievo con San Giorgio a cavallo, della gemma della capella maggiore; il Cristo in croce nella gemma centrale dell’ultima cappella a sinistra, simile al modello del Crocifisso di Nicodemo di Oristano; i simboli dei quattro Evangelisti (l’angelo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il bue di Luca e il leone di Marco) sui peducci della seconda cappella a destra.

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