Rubrica: “La Sardegna dei Comuni” – Settimo San Pietro

Ogni settimana racconteremo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

Septimo ab urbe lapide: in origine il suo nome era un riferimento alle sette miglia che lo separavano da Cagliari (oggi poco più di dieci chilometri).

Settimo San Pietro è un paese di quasi settemila abitanti nella parte più meridionale della piana del Campidano i cui principali Comuni confinanti sono Sinnai, Marcalogonis e Selargius. Dove adesso si è sviluppato l’abitato, si trovava una mansio (stazione di posta) romana sulla strada che da  Caralis portava all’attuale Parteolla.

Uno dei resti dell’occupazione romana del paese, è l’acquedotto rinvenuto nel 1880, in località “Is Argiddas” (gli olivastri). Negli anni 60, scavando un pozzo, alla profondità di due metri, si mise in luce un acquedotto romano in muratura, ricoperto da pesanti lastroni. All’interno, la condotta era rivestita di malta, in ottimo stato di conservazione. In seguito a degli studi, l’acquedotto risultò lungo in un senso, m.18 e, nell’altro, m. 12 a causa di sprofondamenti che ostruirono i passaggi.

L’acquedotto, che portava l’acqua alle diverse “stazioni” della strada romana (Karalis, Biora, Sorabile, Capotirso, Olbia) serviva la stazione che stava alla settima lapide (o pietra miliare), che doveva essere ubicata in località S. Lucia, sede della Settimo romana.

L’età del Bronzo è attestata dal complesso nuragico di Cuccuru Nuraxi, sulla collina omonima. Ai piedi del colle è stata costruita l’Arca del Tempo, museo multimediale e centro di sperimentazione su beni culturali e archeologici. Ai contenuti multimediali si affianca un percorso didattico che esplora i ritrovamenti archeologici di Settimo, in particolare il sito di Cuccuru Nuraxi e il culto dell’acqua (anche di altri templi a pozzo sardi).

In cima alla collina Cuccuru Nuraxi è il nome del colle che si erge con dolce profilo conico nella pianura del basso Campidano, sulla cima del quale si elevava un grandioso nuraghe di tipo complesso, oggi in gran parte distrutto.

Già dai primi studi, che risalgono al 1867 (il Canonico Spano), si riuscì ad intuire quella che doveva essere la struttura del nuraghe. Ma, fu con i primi scavi archeologici, agli inizi del 1960, che si ebbe una più puntuale definizione del complesso monumentale. L’edificio, costruito con enormi massi in arenaria e puddinga, era costituito da due torri megalitiche, unite da una cortina. Internamente, era composto da almeno tre ambienti, di cui uno costituiva la camera principale.

Attorno al nuraghe si sviluppava un villaggio. Tutt’ intorno a quest’ area furono ritrovati numerosi resti di civiltà nuragica, ma ciò che più di importante resta è l’interessantissimo pozzo sacro. Costruito con blocchi d’arenaria di dimensioni piccole e medie, il pozzo aveva per certo una funzione religiosa-cultuale. Dalla scala, costituita da 17 gradini stretti e ripidi, si accede alla camera ad ogiva alta m. 5,30 con diametro basale di m. 2,50.

Sotto, scende il pozzo per m. 22 di profondità e con larghezza media di m.1,50 che si restringe a profilo parabolico a m.1,02.

Alla bocca il pozzo è circondato da una ghiera rotonda, scolpita con una sagoma a cornice. Di fronte al pozzo sacro si osserva un pozzetto votivo di m. 3 di profondità, rivestito da filari di piccole pietre, ritrovato ripieno di frammenti di ceramiche medio-nuragiche, di ceneri e di resti di pasto.

I primi studi del canonico Spano, che risalgono al 1867, fecero intuire quella che doveva essere la struttura del nuraghe. Ma, fu con i primi scavi archeologici, agli inizi del 1960, che si ebbe una idea precisa del complesso.

L’edificio, costruito con enormi massi in arenaria e puddinga, era costituito da due torri megalitiche, unite da una cortina. Internamente, era composto da almeno tre ambienti, di cui uno costituiva la camera principale.

Attorno al nuraghe si sviluppava un villaggio. Tutt’ intorno a quest’area furono ritrovati numerosi resti di civiltà nuragica, ma ciò che più di importante resta è l’interessantissimo pozzo sacro. Costruito con blocchi d’arenaria di dimensioni piccole e medie, il pozzo è circondato da una ghiera rotonda, scolpita con una sagoma a cornice. Di fronte al pozzo sacro si osserva un pozzetto votivo di circa 3 metri di profondità, rivestito da filari di piccole pietre e ritrovato ripieno di frammenti di ceramiche medio-nuragiche, di ceneri e di resti di pasto. Parte del materiale ritrovato è esposto al Museo Archeologico di Cagliari.

Nei pressi del bosco dei Landireddus (“ghiandifera”) esiste una Domu de Janas, chiamata de s’Acqua ‘e is dolus,  risalente certamente al  periodo neolitico (metà IV millennio – 2700 a. C.). La grotta scavata nella roccia, che si trova nella collina, è costituita solamente da due ambienti comunicanti e collegati tra loro da un’apertura più piccola.

La leggenda narra che qui San Pietro trovò riparo per la notte e che pregò tanto, al punto che l’impronta delle sue ginocchia è rimasta visibilmente impressa nella roccia. Allora, l’acqua della sorgente minerale, che si trova dentro la “casa”, era bevibile ed era considerata miracolosa.

 

 

 

 

 

 

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