Rubrica – La Sardegna dei Comuni – Nuragus

Ogni settimana raccontiamo la storia di un  paese della Sardegna per far conoscere le sue particolarità, le sue bellezze  geografiche e la sua comunità

di Antonio Tore

 

Nuragus è un comune del Sud Sardegna che conta meno di mille abitanti e confina con Genoni, Nurallao, Gesturi, Isili e Laconi.

Per l’origine del nome “Nuragus” sembra plausibile l’ipotesi del Casalis che lo vuole ricavato dalla molteplicità di nuraghi esistenti nel territorio, in cui ne sono stati censiti una cinquantina da un gruppo di archeologi in appena 1900 ettari.

Con il nome Nuragus viene indicato anche il vitigno molto coltivato sino a metà del secolo scorso. Alla fine del 1800 si produceva così tanto vino che nei “zileri” di Nuragus si pagava non per quantità consumata, ma per tempo (questa grande disponibilità era probabilmente dovuta alla guerra del vino con la Francia).

Per la mancanza di documenti certi è difficile riuscire a conoscere l’epoca in cui ebbe origine il paese di Nuragus  e, quindi, occorre fare ricorso alla tradizione, sempre viva presso i nuraghesi.

La tradizione vuole che il paese sia stato formato dai superstiti della città romana di Valentia,  ricordata nell’itinerario di  Tolomeo, che, secondo alcuni scrittori, venne distrutta dai Vandali nell’ VIII secolo. Più verosimile sembra l’ipotesi che in seguito alla distruzione di Valentia, si formarono tante piccole “ville” e tra queste quella di Nuragus, dove i superstiti si localizzarono nelle vicinanze del nuraghe Santu Stevuni, creando così il primo nucleo del paese, che mantiene ancora la denominazione di Su Pinnatzu.

Nelle sale dei Musei Vaticani, affrescate nel Rinascimento, guardando le cartine delle regioni italiane affrescate nelle pareti, si nota che in Sardegna, tra le città importanti, è presente Valentia in agro di Nuragus. Di Valenza si hanno riferimenti storici importanti da parte di scrittori romani come Plinio il Vecchio, che cita Valenza nella sua opera Naturalis Historia e Tolomeo, che nell’Itinerario, ricorda la “Statio di Valentia”.

In seguito il paese si espanse e assorbì le popolazioni delle ville vicine, che scomparvero. Queste ipotesi sono avvalorate dalle numerose rovine presenti nella campagna nuraghese, in particolare presso Coni, Ruinas e Sant’Elia.

Il possesso del paese cambiò nel tempo: dal Giudicato di Arborea passò agli aragonesi dopo la battaglia di Sanluri del 1409 fino a che fu riscattato dalla famiglia Aymerich nel 1839 con l’abolizione del sistema feudale.

Nonostante la contenuta estensione, l’agro di Nuragus, testimonia una ricchezza di reperti archeologi, primi tra essi i suoi molteplici nuraghi (circa 50), un pozzo sacro, le domus de Janas e la tomba megalittica di Ajodda.

Il nuraghe Santu Millanu è situato nella zona di Coni, in un’area ricca di reperti archeologici. Deve il suo nome alla chiesetta che fino alla metà del XIX secolo era situata a pochi metri, intitolata appunto a Santu Millanu (san Gemiliano). Per le dimensioni e per lo stato di conservazione è senza dubbio il nuraghe più importante che si può trovare nelle campagne di Nuragus.

Attorno, ma principalmente lungo il lato meridionale, sono visibili tracce del villaggio di capanne nuragiche con sovrapposizione di ambienti di epoca romana

Un monumento nuragico a carattere religioso di notevole importanza è il pozzo sacro di Coni, posto nell’ideale triangolo formato dai nuraghi Valenza e Santu Millanu. Al suo interno fu ritrovata una statuetta bronzea di figura femminile con gonna svasata, nota come “Matriarca in preghiera”.

La tomba megalitica di Aiòdda si trova sulla parte occidentale dell’altopiano calcareo di Pranu is Ciaexìus. All’interno sono stati rinvenuti avanzi scheletrici scomposti di circa venti corpi, frammenti ceramici con anse a gomito di tipo Bonnanaro, spilloni metallici di rame o bronzo, del tipo usato dalla Cultura Campaniforme del Bronzo Antico, e alcuni tronconi in calcare di stele figurate, a lastroni ogívali incisi o in bassorilievo, simili ai motivi simbolici delle statue-menhirs di Làconi, coi capovolti a candelabro, e i pugnali a lame triangolari, doppi o semplici.

La chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Maddalena è stata costruita nel 1867 sullo stesso luogo dove sorgeva la vecchia chiesa romanica e terminata nel 1869, mentre il campanile viene edificato nel 1880-1881.

Nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena riposano i resti di due martiri provenienti dalla chiesa di San Giovanni: San Lucro e San Armedo. L’ultima ricognizione risale al luglio 1866 ad opera del vicario parrocchiale Dott. Gabrielle Devilla e dell’arcivescovo Paolo Serci Serra che mise i sigilli.

Nella parrocchia sono utilizzati, ancora oggi strumenti liturgici del 700 di buon valore artistico, è inoltre di pregevole fattura la statua di Sant’Elia Profeta del sec. XVIII.

La chiesa di Sant’Elia Profeta è stata costruita in stile romanico-pisano del sec X – XI. Intorno alla chiesa sorgevano le loggette (ne rimangono alcune funzionanti). La chiesa è stata costruita probabilmente su un sito archeologico preesistente denominato “Ruinas”.

Esistono ancora i ruderi della chiesa di di Santa Maria di Valenza, ad una sola navata con abside in stile romanico che conservava delle pietre incise probabilmente in lingua greca. Intorno, come in tutte le chiese medioevali, si inumavano i defunti.

La chiesa di San Gemigliano sorgeva non lontano dal nuraghe Santu Milanu e, probabilmente, era già stata distrutta completamente dal 1800. Nel secolo scorso è stata rinvenuta parte di una campana della chiesa.

La chiesa di San Giovanni si trovava in località “Santuanni” ed è stata smantellata nel 1790 perché ormai abbandonata e in parte distrutta.

Nuragus ha conservato tradizioni agropastorali e una mostra-mercato, degli ovini di razza sarda, che va in scena a fine aprile. Mentre a maggio è tempo di rassegne enogastronomiche: ‘nuragus a Nuragus’ e sagra de is tallarinus, piatto di tagliolini cotti in brodo di carne, scolati e passati al forno con casu axedu ed un pizzico di zafferano. A novembre è la volta del dolce tipico con la sagra de su turroni de cixiri (torrone di ceci).

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