Il malocchio nella archeologia della Sardegna, ma non solo…

di Gian Marco Farci

“Deu aldede, cun cussu colpu de ogiu, podiad crepare, su pizzinnu.

Abbaida, bene meu, si no l’aida leadu ene”

Dio me ne liberi, con quel colpo d’occhio, poteva morire, il bambino.

Guarda, bene mio, se non l’aveva preso bene.

Le parole di questo Brebu[1], utilizzate in quella pratica nota in Sardegna come medicina dell’occhio, sono pronunciate per sconfiggere il malocchio o la jettatura; ma che cosa è realmente questa particolare credenza? Perché è impiegato l’occhio? Nelle pagine seguenti si tenterà di dar risposta a tali quesiti e alle origini di siffatte idee.

Come punto di partenza, è importante fornire una definizione al malocchio; per compiere ciò si prenderanno due distinte interpretazioni, diverse ma complementari tra loro. La prima è tratta da un’opera del 2003 di T. Campanella e dice[2]: «L’occhio manifesta molte cose magiche, poiché incontrandosi un uomo con l’altro, pupilla con pupilla, la luce più possente dell’uno abbaglia l’altro che non può sostenerla e spesso induce quella passione che ha negli amanti l’amore, negli irati lo sdegno…». L’aspetto che qui risulta fortemente messo in evidenza suggerisce come un qualcosa nell’occhio di una persona possa sopravvalere su quello di un’altra, quindi una sorta di volontarietà dell’azione a seconda dei casi.

La seconda definizione proposta viene da E. De Martino che in un suo saggio dice[3]:«Il Malocchio è una condizione psichica di impedimento e/o inibizione, e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agitato da una forza altrettanto potente quanto occulta; che lascia senza margine l’autonomia della persona».

Da quanto letto si può quindi affermare che trattasi di una condizione antropologica, in taluni casi involontaria, nella quale si attribuisce particolare significato a un pensiero veicolato, spesso e volentieri dal linguaggio[4]. Tale requisito implica un processo di attribuzione di significato a un pensiero veicolato tramite il linguaggio e di conseguenza renderà una cosa/credenza vera in ragione dell’interpretazione veicolata[5].

La Sardegna, come tutte le terre antiche ha forti legami con il mistico, con il selvaggio, l’etno-mitologia e di conseguenza con le pratiche e le credenze succitate. Tali legami sono tuttora presenti nella cultura isolana e rientrano in quel grande alveo conosciuto come stregoneria o come si suole chiamarla in alcuni paesi del medio-campidano “Is Bruxerias”.

Il dizionario di lingua italiana spiega il vocabolo stregoneria come la facoltà di operare tramite poteri extra-naturali, doni che secondo la tradizione cristiana sono dovuti a patti demoniaci o ad azioni legate a esseri oltremondani, i cui praticanti sono detti streghe o stregoni. Queste creature, spesso, celebravano dei riti che in realtà avevano profonde connessioni con la natura e la vita agropastorale, come dimostra F. Lai in un lavoro del 2005[6]. In lingua sarda esistono differenti parole per appellare questo osservante, tali espressioni sono differenti solo in apparenza, poiché in realtà, identificano la medesima cosa: Coga, Bruxia, Stria, Janas, Surbile e che in tanti casi presenta delle connessioni con la trasmissione del male tramite l’occhio e una sete di sangue inestinguibile. Le azioni, o i rituali svolti da questi mostrano un perfetto sincretismo tra paganesimo e cristianesimo, un melting pot spesso unico e combattuto in maniera abbastanza aspra dagli enti ecclesiastici[7]. Si vedrà ora più dettagliatamente il significato di ogni singolo termine sopra citato; in primis il termine Coga. Si tratta di una parola maggiormente documentata nel campidano; indica un personaggio sia femminile (in alcuni casi maschile), che mischiava le erbe per i filtri d’amore e si nutriva di sangue. Questa definizione trae origine dal termine latino “coquere” per l’associazione alla preparazione dei filtri[8].

Il secondo lemma è Stria; tale nome richiama l’uccello notturno che, secondo molti autori classici, avrebbe dei particolari poteri legati all’oscurità[9]. Riguardo quest’animale vi è una curiosa testimonianza, legata sempre all’isola sarda, giunta da uno scrittore settecentesco, F. Cetti[10], che esattamente nel 1776 diceva: «questi uccelli sono nemici dei neonati, dei quali succhia il sangue durante le ore notturne…»

L’aspetto dell’ematofagia, comune a tutte quelle già analizzate, si riscontra anche in un’altra creatura che viene in alcuni casi indicata come il vampiro sardo: la Surbile. Trattasi di donne morte di parto che si nutrono del sangue di neonato e possono essere combattute ponendo ai piedi della culla un pettine a nove punte che il nosferatu isolano è condannato a contare a tempo indeterminato[11]. Secondo L. Orrù, l’origine di questa credenza è da riscontrare nella pratica de s’incresiamentu[12] .

Passando ora al vocabolo Janas, il termine è più noto in riferimento alle grotticelle preistoriche[13] scavate nella roccia presenti in tutta l’isola, dove si crede che esse dimorino e spesso si nutrano di sangue[14].

Infine, la parola Bruxia/Bruscia identifica, secondo A. Vargiu, genericamente una donna in grado di compiere malie, fai mazinas[15]. Il termine è di origine ispanica e in alcune tradizioni locali vede la succitata figura come un demone dall’aspetto femminile che beve sangue[16].

Legati a questi personaggi esistono, nella mitologia locale, alcuni racconti che mostrano come delle comuni donne, richiamate da un irrefrenabile istinto, a causa di una predisposizione familiare presente nel loro sangue, mischino degli unguenti per poter attivare i loro poteri. Tali preparati, sono diversi a seconda delle fonti, alcuni sostengono si tratti di grasso estratto da un cadavere recentemente tumulato, mischiato a sangue di vergine e a olio santo, altri invece dicono che fosse a base di arrosa e cogas, peonia e bacche di Ginepro[17]. L’unico elemento comune tra le diverse fonti è che questa pozione provocasse un senso di privazione sensoriale alla donna, abbandonandola in uno stato di esaltazione tale da dimenticare tutto[18]. Quest’unguento ha dunque una natura incerta ma essendo un preparato molto particolare potrebbe in realtà riflettere la paura e lo sdegno ufficiale del comune senso di decenza.

Come si è visto, una delle prerogative comuni a queste creature è il nutrirsi di sangue. Perché sangue e non altro? Secondo la tradizione pagana, nella quale il liquido ematico veniva offerto in grandi quantità, si tratta di un elemento vivificatore, a dimostrazione di ciò si può citare Omero che nell’undicesimo canto dell’Odissea dice[19]lascia che io beva e ti dica…»; liquido trasmettitore di vita che porta con sé forza, quella forza necessaria alla sopravvivenza e che era necessario ai defunti per riacquistare una parvenza di vita[20]. Un’altra cosa che tutte le figure appena citate hanno in comune è la particolare abilità di trasmettere il male alle altre persone, in maniera intenzionale attraverso l’uso dell’occhio[21]; una prova del collegamento tra queste figure e il malocchio arriva da un’esclamazione tradizionale, utilizzata per prevenire questa malefica influenza e identificare i personaggi atti a questa pratica: Chi teneri s’ogu de Bruscia[22]. Tale esclamazione fornisce una perfetta identificazione tra la figura della strega e il malocchio.

La testimonianza più importante a riguardo del malocchio in Sardegna si ha con Caio Giulio Solino, uno scrittore latino del III sec. d. C., che nella sua Raccolta di cose memorabili racconta di alcune strane donne[23]:

…Apollonide riferisce che nella Scizia nascono donne chiamate bitiae: esse hanno doppie pupille negli occhi e uccidono con lo sguardo colui che per caso abbiano guardato con ira. Queste si trovano anche in Sardegna…

Solino però è il solo scrittore dell’età antica che riferisce tali creature alla Sardegna; la sua fonte primaria (che secondo lo studioso T. Mommsen dovrebbe essere Plinio il vecchio[24]) e la sua affermazione sembrerebbero essere la più antica testimonianza riguardante la credenza isolana del malocchio, anche se la figura in sé parrebbe avere dei raffronti che la spingono più verso ambiti esterni a quello sardo; infatti altri autori[25], tramandano della tribù africana dei “Tiriballi” dove sono presenti persone, addirittura interi gruppi familiari in grado di incantare semplicemente utilizzando lo sguardo; tali esseri, come le bitie, possedevano una doppia pupilla per occhio, e in una delle due vi era l’effige di un cavallo.

Sempre all’ambito africano rimanda un altro scrittore: Aulo Gellio, che riporta l’esistenza di uomini e donne, anch’essi dotati di una doppia pupilla, che con il solo sguardo potevano distruggere interi raccolti[26]. La presenza di una doppia pupilla è un fatto in sé che implica già la volontà di nuocere poiché va a configurarsi come un “rafforzativo contro natura”. L’occhio, restando nel continente africano, è presente anche nella cultura etiopica dove i Dabtara, i maghi etiopi, portavano degli amuleti fatti di cuoio e argento con incisioni e disegni che rappresentavano degli occhi e che contenevano i Ketab, pergamene protettive che una volta srotolate arrivavano anche a due metri di lunghezza[27].

La tradizione del “cattivo occhio” o dell’occhio in generis permane nella cultura sarda da secoli, tanto da aver fatto ipotizzare ad alcuni autori[28] un’origine nuragica. Questi studiosi, si rifanno a quanto scritto sopra dall’autore romano Solino, connettendo tal cosa con alcune raffigurazioni mitologiche presenti nella bronzistica dell’età nuragica, in particolare la statuetta con 4 occhi scoperta nel 1865 presso il paese di Teti[29]. Secondo i ricercatori, coloro che possiedono s’ogu punzurudu, l’occhio a punta, hanno nel sangue tale particolare caratteristica e sono riconoscibili per una conformazione peculiare delle pupille, quasi a mandorla[30]; suddetti personaggi e la loro jettatura potrebbero essere combattuti tramite l’utilizzo di alcune formule, che si rifanno ai brebus[31] tradizionali che cambiano a seconda della regione storica dell’isola: si va dal «Chi Deus du mantengada» del Campidano a «Deus bor vardete» tipico della Barbagia di Seulo fino a «S’ogu in cullu» della zona nord della Sardegna[32]. Questi, però, non erano i soli modi di combattere il malocchio; infatti esistevano e tuttora esistono degli amuleti: il più noto tra tutti è su Coccu, vale a dire dell’ossidiana incastonata all’interno di rifiniture d’argento e poi caricata da alcune formule[33]; il secondo metodo è praticato prevalentemente nel Campidano di Oristano e prevede la preparazione di un sacchetto rosso bordato in ocra, contenente 3 chicchi di grano e del sale da cucina; un’ulteriore tecnica è l’utilizzo di un ciondolo di conchiglia comunemente detto “occhio di Santa Lucia”[34]. Un ultimo modo, ritenuto particolarmente efficace, è l’azione dello sputo verso una persona o l’oggetto colpito dal maleficio; poiché si ritiene che in questa maniera si allontani il demonio, quest’azione è ricondotta da Plinio al mondo animale utilizzando il paragone della bestia ferita e delle leccate che essa applica a suddetta lesione[35]. Tale pratica non è comune solo in Sardegna ma anche nella Grecia antica e contemporanea, dove si sputa sul bambino prima del battesimo e sulla coppia di sposi in procinto della celebrazione del rito[36].

Non va dimenticata la principale cura per questa infermità, vale a dire sa mexina e s’ogu cioè un rituale praticato a titolo gratuito[37] da un’anziana del paese, nel quale si scopre prima se i sintomi che ha il malato sono riconducibili a una malia, eventualmente, il grado di questo maleficio e infine si debella.

La sintomatologia[38] legata a questa fattura è prima di tutto fisica; il malocchio, secondo la credenza, procura infatti dei sintomi fisici che, se non curati, possono portare anche alla morte[39]; il primo di questi da evidenziare è una pesante cefalea che parte dalla fronte e si divulga in tutto il resto del cranio; il secondo, un senso di malessere diffuso in tutto il corpo che sfocia poi in ansia, insofferenza, spossatezza e spesso insonnia. Si evince, quindi, un quadro clinico chiaro che doveva guidare le anziane o le probe donne per aiutare la vittima. Una volta visti i sintomi si effettuava la prima fase della pratica vera propria, che cambia a seconda delle zone della regione, ma in tutte vi è la cosiddetta classificazione del male, solitamente presentata in maniera ascendente:

Non l’ada (non lo ha);

2 º L’a pagu (l’ha poco);

3 º L’a meda (l’ha molto);

4 º L’ada a mortu (l’ha da morirne).

Verificata la situazione l’anziana donna procede con la successiva parte della “cura”, che a seconda dell’area isolana agisce in diverse forme, ma con una costante: i brebus, che accompagnano l’azione di guarigione del paziente, formule che vengono quasi sussurrate affinché non perdano la loro efficacia[40]. Da quanto visto finora, si può desumere che l’occhio avesse e tuttora abbia una notevole rilevanza. Ma perché l’occhio?

Il più antico documento riguardante la malia attraverso la pupilla è una tavola in terracotta, risalente alla cultura Caldea, e attualmente conservata presso il British museum di Londra, nella quale si parla di bocca e parole malevole in connessione con il malocchio che qui prende il nome di Si xul[41].

Ma sicuramente, la maggior attestazione di tali pratiche giunge dal mondo greco-romano. Va segnalato Plutarco, il quale nelle sue Questiones Conviviales sostiene che il malocchio sia strettamente connesso all’invidia e questa corroda sia la mente che il corpo di chi ne è affetto[42]. L’invidia, un sentimento che per i materialisti greci colpirebbe tramite gli effluvi nell’aria e poiché gli occhi sono sia i recettori primari per l’invio di tali effluvi, sia i riceventi di ciò che la realtà mostra tali essenze colpirebbero e passerebbero primariamente tramite essi[43].

M. Giuman, in una sua recente pubblicazione[44], prova a chiarire la situazione riportando delle preziose testimonianze provenienti dagli autori classici, la concezione dello sguardo e il suo significato più intrinseco legato all’anima; il primo che verrà citato è Senofonte che nei Memorabilia scrive[45]: Ἀρ οῦν, ἢφη, γίγνεται ἐν ανθρώπῳ τό τε Φιλοφρόνως καὶ το εχθρῶς βλεπὲιν πρός τινας; Ἒμοιγε δοκεῖ, ἢφη. Οὐκοῦν τοῦτό γε μιμητὸν ἐν τοῖς ὄμμασι. Καί μάλα, ἢφη.

Parrasio: Non ritieni che l’essere umano esprima i suoi sentimenti di benevolenza o di ostilità per mezzo dello sguardo?

Socrate: così pare.

Parrasio: E non credi che ciò possa essere rappresentato negli occhi?

Socrate: senza dubbio.

Da questo pezzo appare chiaro come dall’occhio derivi quindi una forma diretta di sapere, mentre dall’occhio che è visto emergano le parti nascoste e le interiorità dell’animo[46]. Una seconda testimonianza del periodo antico che merita di essere citata giunge da Cicerone, il grande avvocato e oratore che, nell’esplicare la sua disciplina, dà delle indicazioni molto precise[47]:

Sed in ore sunt omnia, in eo autem ipso dominatus est omins ocularum; quod melius nostri illi senes, qui persenatum ne Roscium quidem magno opere laudabant; animi est enim omnis acatio et imago animi vultus, indices oculi (…) oculus autem natura nobis, ut equo aut leonis saetas, caudum, auris, ad motus animorum declarandos dedit, qua re in hac nostra actione secundum vocem vultus valet; is autem oculis gubernatur.

Ma la forza maggiore è nel viso, e nel viso il primo posto spetta agli occhi; Per questo agivano meglio i nostri antenati, che non erano entusiasti di un attore mascherato, fosse pure Roscio. I gesti infatti sono l’espressione dell’animo, mentre lo specchio dell’animo è il volto e gli occhi ne sono gli interpreti […] Quanto agli occhi, la natura ce li ha donati perché potessimo esprimere i sentimenti del nostro animo, come ha dato al cavallo o al leone le setole, la coda, le orecchie. Perciò nel nostro gestire, dopo la voce è il volto che conta: il volto poi è governato dagli occhi. Come nell’altro resoconto, gli occhi continuano a risultare la parte fondamentale per esprimere ciò che serva la propria anima; tal cosa l’aveva mostrata anche Omero parlando del formidabile controllo dello sguardo perpetrato da Odisseo davanti al padre e alla moglie Penelope[48]. Le prove di tali concezioni si possono riscontrare anche nella produzione ceramica ellenica, in questo contesto ci si riferisce particolarmente al vaso a figure nere, dipinto dal ceramografo Exechiàs, nel quale è rappresentata la lotta tra l’eroe greco Achille e la regina delle amazzoni Pentesilea. In questa raffigurazione, la sovrana è piegata con un ginocchio a terra nel momento in cui i due contendenti incrociano gli sguardi e scocca l’amore, poco prima che il pié veloce la trafiggesse[49].

Un’ulteriore attestazione giunge da Ovidio che nelle Metamorfosi parla della personificazione dell’invidia che appare come la raffigurazione dei mali che si abbattono su cose e persone colpite dal suo nefasto influsso: dal volto pallido, corpo afflitto da orrida magrezza, sguardo sempre torvo, denti gialli per la carie, non ride mai se non quando si presentano disgrazie altrui[50]. Da ciò si evince ancora maggiormente il legame tra invidia e certi generi di vista. A sostegno dell’importanza dello sguardo e dell’occhio come specchio dell’anima, giunge anche la demonologia cattolica e le sue pratiche di esorcismo, nelle quali si mette in evidenza come un posseduto cerchi in tutti i modi di non incrociare la vista con l’esorcista poiché questo permetterebbe al sacerdote di individuare la sua vera natura[51].

Una spiegazione biometrica a riguardo è stata fornita in studi recenti dove si sostiene che il controllo dello sguardo e del labbro siano le azioni più difficoltose da portare avanti poiché troppo soggette a reazioni involontarie e conseguentemente più suscettibili al reale intendimento della persona[52].

Tirando le somme del discorso fin qui portato avanti si può affermare che la Sardegna sia una terra molto antica, con testimonianze umane che risalgono alla notte dei tempi, e che rechi in sé una consolidata tradizione di misticismo e stregoneria, praticata da creature e/o personaggi di diverso genere e levatura, che hanno in comune alcuni tratti fondamentali: il sangue, poiché elemento vivificatore per tutto l’universo materiale e immateriale testimoniato dalle fonti classiche; il malocchio inteso come trasmissione di un male, spesso legato all’invidia, tramite l’uso degli occhi; male che però poteva e può essere combattuto come una vera e propria patologia. L’occhio perché, secondo la tradizione, che con ogni probabilità trova origine nel mondo greco-latino pagano, era lo specchio di ciò che nascondeva l’anima, in grado di conoscere direttamente ma anche di trasmettere quel che dentro si ha, come afferma lo psicanalista J. Lancan sottolineando come lo sguardo del prossimo non sia solamente un elemento centrale per sintonizzarsi con il mondo interiore di un’altra persona, bensì anche un elemento costitutivo per la nostra stessa esistenza e per l’immagine che sviluppiamo di noi stessi, che si fonda su un rispecchiamento nell’altro[53].

NOTE:

[1] Il Brebu altro non è che una composizione di parole dense di significato a metà tra la preghiera e la formula magica tramandati oralmente, si ritiene che la sua origine sia da riscontrare nella ritualità pagana; si veda Wagner 1913, p. 39.

2 Campanella 2003, p. 4.

3 De Martino 1959, p. 15.

4 Per un approfondimento si veda Levì-Strauss 1964, p. 190; l’autore sostiene che una credenza/cosa sarà vera in relazione al significato che l’essere umano gli attribuisce, e in relazione a ciò una determinata persona si comporterà come se fosse vittima o sotto l’effetto di tale credenza.

5 L’efficacia di una magia dipende da una credenza in quest’ultima, di conseguenza se una qualsivoglia persona ritenga d’essere vittima di una magia si comporterà come se lo fosse; per un approfondimento: Lèvi-Strauss 1964, p. 190; Chiara 2011, p. 134.

6 L’autore si concentra in particolare su alcuni riti legati alla zona dell’Ogliastra, ribadendo però che queste tipologie di rituali possono essere visibili in tutta l’isola; Cfr. Lai 2005, p. 14.

7 Si veda a riguardo Pinna 1998, l’autore analizza il caso di un processo perpetrato contro un contadino per stregoneria.

8 Cfr. Calvia 1903, p. 45; Wagner 1913, p. 66.

9 Pl. N.H. VII.

10 Cetti 1776, p. 156.

11 Il 9 è una rappresentazione della trinità replicata tre volte come rafforzativo; cfr. Calvia 1903, p. 60.

12 Tale pratica prevedeva la segregazione della puerpera in casa per 40 giorni, poiché ritenuta impura e portatrice di contagio; l’opinione pubblica la considerava un rituale pagano, e arrivò a condannarla ufficialmente nel 1659, ma nonostante ciò continuò ad essere praticata fino alla metà del XX secolo; per dei chiarimenti si vedano: Orrù 1991, Loi 2007, Loi 2014.

13 Per un approfondimento sulle grotticelle preistoriche si veda Idile 2003.

14 Pinna 2012, p. 38.

15 Vargiu 1972, p. 79.

16 Ibidem, Orrù 1991, p. 23.

17 Per una sintesi delle due teorie si veda Orrù 1991, pp. 22-24.

18 Questo preparato era spalmato sotto le ascelle e i piedi, punti particolarmente sensibili per quel concerne l’assorbimento di un qualsivoglia unguento, cfr. Orrù 1991, p. 25.

19 Hom. Od. XI, 129.

20 Burkert 2003, p. 122.

21 Riguardo l’occhio e il malocchio, desidero ringraziare la Dott.ssa Anni per aver condiviso con me alcuni risultati della sua ricerca.

22 Cannas 1994, p.12.

23 Apollonides perhibet in Scythia feminas nasci, quae bitiae vocatur: has in oculis pupillas geminas habere et perimere visu si forte quem iratae aspexerint. Hae sunt in Sardinia; C. Iul. Sol. Collectana Rer. Mem., p. 26.

24Pli. Nat. Hist. VIII, si veda anche Mommsen 1958, p. 29.

25 Per una maggiore chiarezza si veda Perra 1997, p. 968; Mastino 1999, p. 306.

26 Aul Gel. Noct. Att. XI, IV 8.

27A riguardo si veda Finneran 2003; l’autore compie un approfondito esame sulle credenze religiose dell’Etiopia e sul suo folklore, mettendo in evidenza alcuni aspetti che possono ritrovarsi fino al Nord-Africa.

28 Valla 1894, p. 231; Wagner 1913, p. 32.

29 Per un approfondimento sui bronzetti sardi si vedano: Vacca 1990, Demontis 2005.

30 Valla 1894, p. 231; Wagner 1913, p. 33.

31 I Brebus erano delle parole, delle frasi, o in taluni casi intere preghiere con valenza magica, in grado di realizzare ciò che esprimevano e l’intenzione.

32 Bresciani 1864, p.56; Wagner 1913, p.58.

33La credenza vuole che questa pietra si spacchi quando e perché ha assorbito in sé la maledizione che doveva giungere

al portatore, Wagner 1913, p. 57.

34 Ibidem.

35 Pli. Nat. Hist. XXVIII, 7.

36 Per maggiori delucidazioni a riguardo cfr. Kyriakidis 1931, pp. 11-13.

37 In alcune zone dell’isola la sola richiesta di pagamento o accettazione di un’eventuale proposta di pagamento porta ad un annullamento totale di quanto compiuto per cercare di sconfiggere la malia; le sole cose che la proba donna poteva accettare erano zucchero e caffè, alimenti molto poveri ma quotidiani nella Sardegna di una volta; Orrù 1994, p. 59.

38 A riguardo si vedano: Wagner 1913, Cannas 1994, Petaia 1995.

39 Già gli autori classici mettevano in evidenza come certi tipi di sguardo potessero provocare dolori così lancinanti da condurre alla morte, cfr. Vernant 1987, p. 79; Giuman 2013, p.60.

40 Alcune di queste donne rifiutano di proferire qualsiasi parola inerente a queste formule, convinte che una volta fatto esse possano perdere qualsiasi efficacia.

41 La connessione tra parola e occhio è ben attestata e spesso va ad inserirsi un ulteriore elemento l’invidia; a riguardo si veda Lenormant 1875, p. 38.

42 Pl. Quest. Conv. Vol. 7.

43 Si veda per un approfondimento Petaia 1995, p. 33.

44 Giuman 2013.

45 X. Mem. 3, 10.

46 Un concetto simile è espresso anche dall’autore dell’età ellenistica Crisippo, che sostiene che nessun uomo dotato di buon senso potrebbe affermare che sono gli occhi che vedono. È invece l’intelletto che vede attraverso essi; per un approfondimento sul tema si veda Lo scalzo – Menichetti 2006.

47 Cic. Or. 3, 221-222.

48 Hom. Od. 19, 211.

49 Riguardo allo studio di questo vaso consiglio la lettura di Bordman 1995, Angiolillo 1997.

50 Ov. Met. II 754.

51 Biunno 2004, p. 9.

52 Wilk 2000, p. 150.

53 Per approfondire l’argomento si consiglia la consultazione di Recalcati 2015.

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Wilk 2000 = S. R. Wilk, Medusa solving The Mystery of the Gogon, Oxford 2000.

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