“Una piccola Storia” Cagliari, Il colle e la necropoli di Tuvixeddu

Forse a iniziare  dai Fenici il colle doveva ricoprire una qualche funzione religiosa, ma risalente a quel periodo IX sec. – VI sec. a.C. nulla è emerso; furono quindi i Cartaginesi a dare la destinazione funeraria che poi i Romani continuarono

 di Sergio Atzeni

La sua posizione prospiciente  lo stagno di Santa Gilla e a lato dell’insediamento punico poi romano con centro in piazza del Carmine, lo fece preferire quale luogo sacro dove poter conservare i corpi dei defunti.

Assunse così la dignità di necropoli, venerato quanto le stesse tombe che custodiva, terreno sacro che aveva l’alto compito di conservare i resti umani e prepararci alla seconda vita ultraterrena.

Già con i Fenici il colle doveva ricoprire una qualche funzione religiosa, ma risalente a quel periodo IX sec. – VI sec. a.C. nulla è emerso; furono quindi i Cartaginesi a dare la destinazione funeraria che poi i Romani continuarono. Le tombe che oggi attirano l’occhio dell’occasionale visitatore, furono scavate con cura artigianale e presentano l’andamento orizzontale, quelle ricavate sui costoni rocciosi e, l’andamento verticale, quelle in pianura, l’ingresso preceduto da un breve corridoio portava alla cella vera e propria dove veniva deposto il defunto con i corredi rituali.

Nelle tombe verticali un profondo porro a pianta quadrata e rettangolare precedeva la camera sepolcrale il cui ingresso, come nel tipo precedente veniva chiuso da una lastra di pietra, per agevolare il lavoro dei necropoli su due lati del porro venivano ricavati degli incavi chiamati “pedarole” che consentivano l’appiglio ai piedi con le gambe divaricate e la discesa senza uso di scale.

I Punici usavano in un primo tempo, il rito della incinerazione che veniva effettuato direttamente nella tomba, nella quale veniva acceso il fuoco dopo aver deposto il defunto, e in questo caso viene chiamata “busta“. Se la cremazione avveniva in altro luogo le ossa venivano normalmente conservate in urne e poi deposte nella tomba.

In epoca più tarda i Cartaginesi abbandonarono la pratica dell’incinerazione e usarono la deposizione primaria, con il corpo deposto integro.

La tomba più importante della necropoli, quella dell’Ureo oggi sigillata del tipo verticale, ci ha restituito degli affreschi parietali tra i quali il mitico serpente alato egizio che dà il nome alla tomba, maschere gorgoniche (donne che pietrificavano tutti coloro che osavano guardarle), e magnifiche palmette stilizzate. Nel luglio 1997, per un caso fortuito, mentre venivano rimossi dei detriti e delle sterpaglie sul crinale guardante via Sant’Avendrace sono venuti alla luce dei reperti posti evidentemente in posizione superficiale.

Dopo un più attento esame del sito sono state scoperte ben 32 tombe molte delle quali sovrapposte ad  altre,  che  vanno dal quinto secolo al primo secolo a.C.

Le tombe puniche hanno restituito un grande numero di reperti, oltre a diversi tipi di deposizione, quella detta busta, in urna in anfora; nei primi due casi si tratta di corpi incinerati il loco (busta) o fuori sito ed i resti raccolti in urne; in alcuni casi, per lo più defunti in giovane età, una capiente anfora serviva a contenerne il corpo che poi veniva deposto in una fossa (Enchytrismos). Sullo stesso sito sono emerse anche delle tombe a fossa romane risalenti al II – I secolo a.C., sovrapposte o affiancate a quelle puniche di cui forse se ne ignorava la presenza, al momento dello scavo, ma che veniva riconosciuta solamente la sacralità del luogo. Con i Punici iniziò lo sfruttamento del colle anche come miniera di materiale da costruzione e come riserva idrica con l’uso di numerose cavità presenti ocon la costruzione di nuove.

Nel periodo romano le pendici del colle furono sede di tombe (Atilla Pomptilla) monumentali o di colombari (camere funerarie scavate nella roccia con nicchie sulle pareti alte a contenere urne con ceneri dei defunti), mentre la zona pianeggiante sulla sommità più usato per le sepolture in tombe a fossa.

Anche i Romani usarono la collina per le loro esigenze idriche e oltre a sfruttare le cavità costruirono scavandolo nella roccia, un canale oggi ancora evidente, che aveva il compito di rifornire l’acqua, proveniente da Villamassargia, alla città tramite stazioni di decantazione, dislocate lungo il percorso e grandi cavità per la conservazione e l’uso del colle fu abbandonato gradualmente e i tombaroli iniziarono, la loro scellerata opera distruttrice fin quando le tombe più accessibili furono completamente depredate.

Intanto con l’arrivo dei Vandali e dei Bizantini la città di Caralis perse il ricordo di quel luogo, poiché altri sistemi in tumulazione entrarono in uso, ma con l’abbandono della città, a causa delle incursioni musulmane a partire dal IX sec. d.C. e la costruzione della città di Santa Igia il colle divenne di nuovo importante in quanto ai suoi piedi si sviluppò il borgo di Sant’Avendrace abitato da pescatori e da lavoratori che non potevano risiedere entro le mura della città giudicale. Nel 1258 Santa Igia fu distrutta ed il colle, impotente, fu costretto ad assistere alla tragedia dei cittadini che cercavano scampo con la fuga.

A metà Ottocento, l’uomo con la sua cecità, prescindendo dagli interessi storici e artistici che ne fanno il primo del regno animale disinteressato dal valore della necropoli e del suo immenso patrimonio, decise di “demolirla” poiché le pietre ed il cemento avevano in quel momento un valore talmente alto che il sacrificio di quei ruderi era una posta, forse anche di poco conto, rispetto al lucro che si sarebbe ricavato.

Il colle fu così perforato e smembrato e le cavità furono fatte saltare, le sue viscere traforate da immense gallerie; l’aspetto originale fu così per sempre cancellato con la creazione di valli artificiali e profonde voragini dalle quali le migliaia di metri cubi di pietrame asportato andavano ad ingrossare le riserve di materie di materie prime pronte ad essere trasformate in cemento ed in tintinnanti soldoni. La Via Sant’Avendrace che intanto diventava un quartiere e le case ai piedi del colle incorporarono le antiche tombe romane che diventarono magazzini, cantine, depositi per attrezzi.

Nel 1822 Alberto Della Marmora salvò per caso la Grotta Della Vipera, ormai minata e pronta a saltare per fare posto alla costruenda Carlo Felice, tra  gli sguardi attonici degli ingegneri e delle maestranze che si chiedevano che importanza potesse avere quella insignificante cavità dove i soliti buontemponi avevano scolpito delle frasi in latino e greco.

 

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