La Regione autonoma compie 70 anni, anche  Mattarella a Cagliari per la celebrazione solenne

Assemblea solenne del Consiglio Regionale alle 10,30 di lunedì 26 febbraio  per  celebrare il 70° anniversario dello Statuto autonomo della Sardegna con la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il 31 gennaio 1948, non senza contestazioni, era stato approvato lo Statuto speciale per la Sardegna, emanato poi con legge costituzionale il 26 febbraio seguente

di Sergio Atzeni

L’isola insieme alla Sicilia, al Trentino, al Friuli e alla Valle D’Aosta nel 1948  raggiungeva quella autonomia per la quale tanti si erano battuti e che sembrava irrealizzabile. Raccontiamo di seguito la storia di quel periodo con le elezioni del 1949 per eleggere la prima assemblea sarda autonoma e il primo presidente del Consiglio e della Regione.

La Sardegna del dopoguerra, Il referendum. Finita la guerra, il referendum del 1946 sancì la caduta della monarchia a favore della Repubblica: dopo 85 anni di potere in Italia i Savoia perdevano quella corona che avevano inseguito per generazioni.

Mentre Enrico De Nicola diventava primo presidente della Repubblica, Umberto II  di Savoia, re da solo un mese dopo l’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, lasciava per sempre l’Italia.

La Sardegna, fin dal 1944, era governata dall’Alto Commissario generale Pietro Pinna che aveva il compito di sovrintendere a tutte le amministrazioni civili e militari  statali e coordinare l’azione dei prefetti. In questo suo incarico era affiancato da una Consulta Regionale, che arrivò a contare 24 membri, della quale facevano parte i rappresentanti dei partiti, ormai riorganizzati, nei quali era forte l’attesa per l’ormai imminente autonomia.

Grazie anche agli aiuti della fondazione Rockfeller, la lotta antimalarica ebbe un successo insperato riuscendo, dopo secoli, a debellare quella malattia ormai endemica e a distruggere per sempre la zanzara anofele.

La Sardegna Regione Autonoma. La Consulta Regionale, sotto la presidenza del gen. Pinna fu convocata il 20 marzo 1947, in seduta plenaria, alla quale parteciparono anche i parlamentari isolani, per esaminare lo schema di Decreto Legislativo contenente le norme dello Statuto Sardo, elaborato dalla Commissione Paritetica.

La Consulta aveva la facoltà di proporre varianti allo schema che poi venivano prese in considerazione dal Consiglio dei Ministri quando avrebbe proceduto all’emanazione del Decreto Legge.

Mentre la politica languiva in sedute fiume per esaminare ed eventualmente cercare di correggere centinaia di articoli,  in sordina veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, il decreto ministeriale che approvava lo statuto del Banco di Sardegna che iniziava la sua attività con una dotazione di 150 milioni di lire.

Intanto il Consiglio comunale di Cagliari, approvava un bilancio preventivo che prevedeva una perdita secca di cinquecento milioni di lire, votando anche un ordine del giorno che evidenziava le condizioni di disagio dei cittadini per la situazione causata dai danni della guerra e auspicava di ottenere dallo stato un contributo per pareggiare i disastrosi conti e far riprendere alla città un normale ritmo di vita civile.

Il 31 gennaio 1948, non senza contestazioni, era stato approvato lo Statuto speciale per la Sardegna, emanato poi con legge costituzionale il 26 febbraio seguente.

L’isola insieme alla Sicilia, al Trentino, al Friuli e alla Valle D’Aosta raggiungeva quella autonomia per la quale tanti si erano battuti e che sembrava irrealizzabile.

Il 1949, anno fissato per le prime elezioni regionali, fu accolto nell’isola con tante speranze per il futuro,  l’autonomia, agli occhi  dei Sardi, avrebbe dovuto dare un impulso decisivo alla economia e agli investimenti necessari per l’auspicata ripresa.

Le elezioni regionali erano state indette per l’otto maggio di quel 1949 e l’Alto Commissario cercò di trovare gli stabili che avrebbero dovuto ospitare gli uffici ed il Consiglio Regionale, pensando in un primo tempo di ricostruire il palazzo Villamarina di Cagliari (via Fossario) ed il teatro Civico, distrutti dai bombardamenti.

Uno sciopero generale,  quello dei minatori, degli agricoltori, dei dipendenti delle esattorie, resero la situazione caotica ed il malcontento diffuso, mentre i politici “romani” iniziarono ad arrivare nell’isola e tra i primi il ministro dell’agricoltura Antonio Segni, che visitò  la prima Fiera Internazionale della Sardegna di Cagliari che si tenne nella passeggiata coperta di viale Regina Elena.

I Sardi intanto erano in condizioni disperate per la mancanza di lavoro ed il razionamento dei generi alimentari i quali era possibile acquistare solo prenotando ed esibendo la tessera annonaria.

Esplosiva era anche la situazione abitativa nel capoluogo, con intere famiglie costrette a vivere in anfratti, grotte e perfino nelle cavità dell’anfiteatro.

All’indomani della consegna dei simboli elettorali e delle liste, i partiti si affrettarono a far conoscere le loro posizioni politiche attraverso comizi che all’inizio videro protagonisti solo oratori locali  e parlamentari di secondo piano.

La posizione dei partiti. Il Partito Monarchico si dichiarò contro l’autonomia, considerandola un pericolo per l’unità dello stato, mentre i liberali, anche loro antiautomistici, giustificarono la loro scelta, ipotizzando una maggiore pressione fiscale e un lassismo statale che avrebbe causato la diminuzione gli investimenti.

Di diverso avviso sono i Sardisti che precisarono come l’autonomia non significasse separatismo ma una opposizione agli eccessi del centralismo burocratico e quindi un cemento per sentirsi più uniti nella libertà, rendendo più funzionale l’apparato amministrativo.

I Socialsardisti, guidati da Emilio Lussu, lamentarono il mancato varo di una lista di coalizione delle sinistre e improntarono la campagna elettorale contro la Dc, presentando un programma che prevedeva, in caso di vittoria, il controllo delle grandi società industriali, degli enti di bonifica, delle aziende minerarie e della Società Elettrica Sarda.

Emilio Lussu in un discorso a Cagliari, dichiarò di avere la sicurezza che il suo partito, nelle imminenti elezioni, avrebbe preso più voti di quanti ne abbia ricevuto il Psd’az nelle precedenti politiche: otterrà invece 38.081 preferenze contro 60.525 dei Sardisti.

Nel mese di aprile del 1949, quando le elezioni regionali erano ormai imminenti, pronti a promettere, in quella vigilia elettorale, arrivarono come non mai uomini politici di tutti gli schieramenti: Cotellessa alto commissario per l’igiene, Mattarella sottosegretario ai trasporti che pose la prima pietra  degli edifici destinati ai ferrovieri e diede inizio ai lavori per la costruzione di linee ferrate, Iervolino ministro delle comunicazioni che inaugurò posti telefonici pubblici in tutta l’isola.

Seguirono Scelba ministro dell’interno, per continuare con Togliatti, Nenni, Lussu, Saragat, Covelli e Almirante e, per chiudere in bellezza, l’allora presidente del Consiglio Alcide de Gasperi che pronunciò il suo discorso da una finestra della Rinascente, dando alla folla tante speranze per un futuro migliore.

“Un interessamento insolito”, sostennero le  opposizioni di destra, che fece pensare ad una pubblicità elettorale indiretta da parte del partito al potere e Francesco Sanna Randaccio dell’Uomo Qualunque  ironizzò su questi viaggi elettorali.

Al di là delle parole, fu palese che il primo Consiglio Regionale, avrebbe dovuto risolvere problemi giganteschi, almeno queste erano le aspettative dei Sardi.

Il missino Giovanni Maria Angioy nei suoi comizi sostenne che le imminenti elezioni saranno quelle della confusione e che il suo partito era  l’unico polarizzatore dei  motivi dell’antiautonomismo  considerata la paralisi interna dei liberali per le controversie tra Cocco Ortu e Sanna Randaccio e l’equivoco monarchico che non portò argomenti a sostegno della propria posizione.

L’onorevole Parri, ex presidente del Consiglio, parlò per il Psd’Az invitando gli elettori a tenere presente la funzione equilibratrice dei partiti di centrosinistra rispetto agli opposti estremismi.

Intanto circolò la voce che l’ex re  Umberto invierà un messaggio ai Sardi per perorare la causa dei monarchici, cosa subito smentita dall’interessato che dichiarò che si tratterà  di  una lettera ad amici e non di  un documento politico.

Nell’ultima settimana di campagna elettorale, prima del fatidico 8 maggio 1949, lo scontro tra i partiti a favore dell’autonomia e quelli contrari si fece aspro, nonostante le diverse posizioni all’interno dei due schieramenti.

A Cagliari tenne un comizio il presidente  democristiano della Regione Siciliana Alessi, tracciando un rapido quanto positivo bilancio della pur breve esperienza autonoma della sua regione, sostenendo che non causarono nuove imposizioni fiscali e che i cittadini constatatarono come il nuovo ente avesse eliminato le lungaggini burocratiche romane, favorendo una ripresa in tutti i settori.

Il Sardista Pietro Melis era  sicuro che l’autonomia non porterà nuove tasse, come sostenuto dai liberali, ma nuove scuole, nuove strade e nuovi ospedali. Intanto giunse a Cagliari il ministro della marina mercantile  Saragat che visitò il porto e dichiarò che nel mese di settembre inizierà la costruzione di nuove navi a 4 eliche che velocizzeranno i collegamenti col continente. Una ottima pubblicità elettorale con  promesse sui trasporti che facevano sempre presa sui Sardi.

I Sardi alle urne. Domenica otto maggio 1949, era una giornata splendida che favorì l’afflusso alle urne dei Sardi. Tutti i partiti e la stampa invitarono a “Votare e saper votare” perché  era basilare non disperdere nessun suffragio, data l’importanza  di queste prime elezioni regionali che renderanno concreta l’autonomia.

La percentuale dei votanti fu considerevole: 87% nel collegio di Cagliari, 82% in quello di Sassari e 84% in quello di Nuoro. Dopo lo spoglio delle schede i risultati arrivarono il 10 maggio e nessun partito ottenne la maggioranza assoluta per cui  sarà necessaria una coalizione per governare la regione.

Il primo partito fu la Democrazia  Cristiana, con il 34,1% dei voti e 12 seggi pur  lamentando una perdita percentuale considerevole, rispetto alle precedenti politiche; al secondo posto si piazzò il partito Comunista  con il 19,4% e 13 seggi, mentre il terzo posto fu conquistato, forse a sorpresa, dal partito Monarchico con  l’11,6% e 7 seggi complessivi e,  nel collegio di Sassari,  fu addirittura  il secondo partito.

Il  partito Sardo d’Azione  guadagnò il quarto posto col 10,4% delle preferenze e 7 seggi e risultò il secondo partito nel collegio di Nuoro, seguirono i Sardisti Socialisti col  6,5% e tre seggi che furono attribuiti anche al Movimento sociale che segnò il 6,2%.

Chiusero l’elenco dei contendenti i Socialisti Lavoratori ed il partito Liberale col 2% ed un seggio ciascuno, mentre L’Uomo Qualunque non riescì ad ottenere alcun seggio.

Ora l’attesa fu per la comunicazione dei nomi dei 60 eletti destinati a formare il primo Consiglio della Regione Autonoma della Sardegna ai quali, dopo la scontata euforia per l’elezione, attendeva un notevole impegno ed una grande responsabilità.

 Il primo Consiglio Regionale. La proclamazione ufficiale dei componenti il primo “Parlamento Regionale” non riservò alcuna sorpresa, i favoriti ottennero la fiducia dei Sardi ed i più votati risultarono:  per la D.C. Giuseppe Brotzu, Luigi Crespellani, Efisio Corrias; per il P.C.I., Giovanni Lai, Luigi Pirastu, Sebastiano Dessanai; Piero Soggiu per il Psd’Az; Giuseppe Tocco per il P.S.I.; Mario Pazzaglia e G. Maria Angioi per il M.S.I.; il partito Sardo Socialista piazza Emilio Lussu e Giuseppe Asquer, il partito Monarchico Enrico Pernis.

Tutto era rimandato alla prima riunione del Consiglio regionale fissata per il 28 maggio di quel 1949, mentre i contatti tra i partiti diventarono frequenti per cercare una maggioranza in grado eleggere il presidente del Consiglio e della Regione.

Numerosi problemi, di ordine logistico, dovevano essere ancora risolti tra i quali il reperimento della  sede dove tenere quella prima riunione. L’Alto Commissario gen. Pinna, nei mesi precedenti, non riuscì a concretizzare l’idea di restaurare il palazzo Villamarina (via Fossario) o l’ex teatro civico (via Università) ed andò in cerca di edifici adatti. L’ente che stava nascendo, non aveva ancora a disposizione personale dipendente e mancava di tutte le strutture necessarie per iniziare la sua attività, era quindi obbligatorio chiedere ospitalità a qualche ente pubblico che disponesse di locali e di personale idonei allo scopo. Il 28 maggio 1949, il nuovo Consiglio regionale, in mancanza di una propria sede, si riunì per la prima volta nel palazzo comunale di Cagliari, dopo qualche tempo verrà invece ospitato nel palazzo regio e attenderà 40 anni prima di avere una sua residenza.

 Il primo presidente del Consiglio Ragionale e della Giunta. Nella prima riunione del primo Consiglio Regionale, presiedette l’assemblea il consigliere più anziano, Angelo Amilcarelli, di origine abruzzese ma cagliaritano di adozione. Durante i primi due scrutini per l’elezione del presidente del Consiglio, si delineò immediatamente una maggioranza, sebbene risicata, formata dalla Dc, Sardisti,  Socialisti Lavoratori e Liberali che disponevano di 31 voti contro 19 delle sinistre, 3 dei Missini e 7 dei Monarchici.

Dopo due votazioni si passò, come da regolamento, al ballottaggio tra i due più votati e venne eletto il Sardista Anselmo Contu con 31 preferenze contro le 27 di Giuseppe Asquer del partito Sardo Socialista, candidato delle sinistre che ricevette anche i voti dei Monarchici. Vennero poi eletti i due vicepresidenti dell’assemblea ed i due segretari rispettivamente: Giuseppe Asquer e Alfredo Corrias della D.C.; Pierina Falchi democristiana ed il comunista Luigi Pirastu.

Alla ripresa pomeridiana dei lavori il neo presidente del Consiglio Alfredo Contu pronunciò un discorso, non senza mostrare emozione, dicendo tra l’altro: “Ognuno di noi ha una bandiera nel cuore seguita con buona fede e onore, ma tutti dobbiamo ricordare che vi è una bandiera comune consegnataci dal voto dei Sardi nella quale c’è scritto Sardegna.”

Si passò poi alla elezione del presidente della Giunta e bastò un solo scrutinio per eleggere il democristiano Luigi Crespellani, già sindaco di Cagliari.

Lo Statuto speciale della Sardegna. La Sardegna, grazie allo statuto speciale concesso con legge costituzionale nel 1948 e ai nuovi  organi della neonata regione autonoma regolarmente eletti nel 1949 poté, secondo le aspettative, voltare pagina e procedere usando uno strumento che sulla carta poteva portare l’isola agli stessi livelli economici e sociali delle altre Regioni italiane che dal 1972 operano con un regime ordinario diverso dalle specialità sarde.

Lo  statuto speciale della Sardegna è composto di otto titoli divisi in 58 articoli:

Titolo I – Costituzione della Regione

Titolo II – Funzioni della Regione

Titolo III – Finanze, demanio e patrimonio

Titolo IV – Organi della Regione

Titolo V – Enti Locali

Titolo  VI  – Rapporti fra lo Stato e la regione

Titolo VII  – Revisione dello Statuto

Titolo VIII – Norme transitorie e finali

Gli organi della  Regione sarda sono Il Consiglio Regionale, la Giunta,. Il Presidente della Giunta che è anche presidente della Regione.

Il Consiglio regionale a cui è demandato il potere legislativo,  è composto da consiglieri eletti in ragione di uno ogni ventimila abitanti eletti a suffragio universale.

I consiglieri regionali  durano in carica cinque anni.

Il presidente della Giunta che rappresenta la regione autonoma della Sardegna, viene eletto dal Consiglio regionale fra i suoi componenti subito dopo la nomina del presidente del Consiglio e dell’Ufficio di presidenza.  I componenti la Giunta chiamati assessori, attualmente dodici, sono nominati dal Consiglio regionale su proposta del presidente della Giunta. Le proposte di legge presentate da consiglieri o i disegni di legge presentati dalla Giunta prima di essere esaminate in Consiglio devono essere approvate da una o più delle 10 commissioni permanenti che hanno competenza su problemi istituzionali, programmazione, industria e servizi, agricoltura e ambiente, interventi sociali.

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